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Scheda

Soggetto:

Dan Brown (dal romanzo omonimo)

Sceneggiatura:

Akiva Goldsman

Regia:

Ron Howard

Prodotto da:

Columbia Pictures, Imagine Entertainment

Distribuito da:

Sony Pictures Italia

Edizione italiana:

SEFIT-CDC

Dialoghi italiani:

Elettra Caporello

Direttore del Doppiaggio:

Manlio De Angelis

Voci:

Tom Hanks:

Roberto Chevalier

Audrey Tautou:

Anne-Marie Sanchez

Ian McKellen:

Cesare Barbetti

Jean Reno:

Jacques Peyrac

Alfred Molina:

Massimo Lodolo

Paul Bettany:

Roberto Pedicini

dialoghi
italiani
4
direzione
del doppiaggio
2

Il Codice Da Vinci
(The Da Vinci Code, Usa 2006)

Robert Langdon, professore di simbologia all’università di Harvard, viene accusato dell’omicidio di Jacques Saunière, curatore del Louvre. Ad aiutarlo a scagionarsi e a trovare la verità sarà Sophie Neveu, nipote di Saunière. I due affrontano un viaggio pericoloso attraverso l’Europa e la storia alla scoperta di un segreto da sempre celato dalla Chiesa Cattolica. Scoprono che il Sacro Graal è Maria Maddalena, sposa di Gesù, il cui ventre (la coppa del Graal) ha accolto il sang real (sangue reale) e che la famiglia di Sophie è legata a questo mistero.

Tratto dal romanzo di Dan Brown, il film ha avuto una risonanza enorme, tanto che in Italia nel solo primo giorno di programmazione ha incassato la cifra record di due milioni di euro. Come sempre succede quando un film o un libro parla di un tema universale qual è la religione e, soprattutto, ne mette in discussione i dogmi. Senza entrare nel merito della questione, non si può negare che l’argomento sia interessante per chiunque, o quanto meno per chiunque non prenda per oro colato tutto ciò che gli viene raccontato. La regia è molto buona, tuttavia il film non è appassionante quanto il libro, probabilmente per la difficoltà di condensare in 120 minuti più di 500 pagine di dati, teorie e spiegazioni. La narrazione manca di un punto clou, che dovrebbe essere il momento della rivelazione a Sophie della vera natura del Graal, ma la scena non è stata abbastanza calcata. Peccato per alcuni cambiamenti e tagli rispetto al libro, come la sofferta scoperta del mistero riguardo a Pope nella biblioteca del King’s College tramutata in una più moderna ricerca con un cellulare su un autobus; oppure la scena finale, molto più toccante nel libro; o la storia d’amore appena nata tra Robert e Sophie completamente troncata nel film.

L’edizione italiana non è delle migliori, quanto meno per la direzione del doppiaggio. Meglio i dialoghi.

Manlio De Angelis, a cui è stata affidata la direzione del doppiaggio, ha fatto delle scelte discutibili, alcune delle quali hanno compromesso la qualità del film. Prima fra tutte la decisione di elargire troppi accenti francesi tra i personaggi. Jacques Saunière, curatore del Louvre, è un uomo di gran cultura e il suo inglese è perfetto, come viene anche sottolineato nel libro, eppure parla con un marcato accento francese. Un uomo come lui, che per di più ha una moglie che vive nel Regno Unito, avrà sicuramente una pronuncia pressoché perfetta. Stesso discorso per la nipote, Sophie Neveu, che inoltre ha studiato alla Royal Halloway. Parla inglese molto bene, tanto che nel romanzo durante il primo incontro con Sir Leigh Teabing, londinese, lui ammette che “Il suo inglese è superbo”. Ancora più sbagliato, perciò, l’accento francese che tormenta lo spettatore durante tutta la visione della pellicola. Altro errore è il fatto di aver fatto parlare francese all’impiegato della Banca di deposito di Zurigo. Nel libro viene spiegato, infatti, che nella banca era stata adottata una nuova forma di saluto, vale a dire “Bonsoir. Come posso aiutarvi?” per sottolineare l’apertura al pubblico della banca. In questo modo, infatti, il cliente può decidere di rispondere nella lingua che preferisce. È corretto, al contrario, lasciare questo accento a Bezu Fache, capitano della polizia giudiziaria francese, e agli altri poliziotti. Meglio ancora per il capitano Fache in quanto l’accento francese sottolinea la sua chiusura mentale. Altrettanto corretto lasciare questo accento agli studenti francesi presenti alla conferenza di Langdon.

Altra scelta decisamente poco azzeccata è quella di far parlare in latino Silas e il vescovo Manuel Aringarosa. I due sono profondamente religiosi e, considerata la loro spasmodica aderenza alla Bibbia, è anche plausibile che tra di loro usino il latino. Ma, poiché le scene che li vedono protagonisti sono molte e fitte di dialogo, perché tediare lo spettatore con una raffica di sottotitoli? Non era necessario: il fondamentalismo dei due personaggi è chiaro. Tuttavia, probabilmente questa scelta sbagliata è da imputare a monte, in quanto probabilmente anche nel film originale i due uomini parlano latino.

Perché, infine, affibbiare l’accento svizzero a André Vernet, presidente della Banca di deposito di Zurigo? L’uomo è presidente della filiale parigina della banca svizzera, è parigino, tanto che il suo cognome tradisce un’origine francese, perché quindi farlo parlare con accento svizzero? Nel libro di Dan Brown l’uomo dice di voler passare la pensione con vini francesi e alla ricerca di libri rari nel quartiere latino, l’autore ne descrive accuratamente la finezza e la cultura, l’accento tedesco mina quest’immagine.

Per quanto riguarda le voci sono state distribuite tutte piuttosto bene, tranne quella di Sophie, troppo profonda. È giusto che la donna abbia una voce matura, ma un po’ di dolcezza in più non sarebbe guastata. Ottima la scelta per Silas di Roberto Pedicini, la cui superba recitazione risalta la debolezza psicologica del personaggio in contrapposizione alla sua forza fisica. Un po’ meno azzeccata la voce di Rémy, il maggiordomo di Leigh Teabing, che sembra un po’ artefatta.

I dialoghi, al contrario della direzione del doppiaggio, sono stati stesi quasi tutti bene. Alcune battute, però, stridono un po’. Prima fra tutte quella in cui Rémy avvisa Teabing che Langdon e Sophie sono ricercati dalla polizia. Leigh chiede “Posso fare qualcosa?” e Rémy risponde “Sì, sono al telegiornale adesso”, riferendosi ai due ricercati, ma il soggetto sottinteso fa sì che la frase possa essere facilmente fraintesa. Quando più tardi il gruppo viene aggredito da Silas, Teabing dice di legarlo “sopra le giunture”, parola poca usata per il corpo umano per il quale viene preferita “articolazione”, inoltre il viso dell’attore non è inquadrato quindi la scelta non è giustificata dal movimento delle labbra.

Concludendo, il film non è male, anche se poteva essere fatto meglio, vale comunque la pena di vederlo, soprattutto per le tematiche che solleva e per vedere un Tom Hanks in una versione diversa dal solito. Per l’edizione italiana, buono il lavoro di Elettra Caporello, non altrettanto quello di Manlio De Angelis che ha preso delle decisioni spesso sbagliate. Sembra quasi che il direttore del doppiaggio non abbia letto il romanzo prima di doppiare il film.

Alessandra Basile

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