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Scheda

Soggetto:

William Shakespeare (dalla tragedia omonima)

Sceneggiatura:

Franco Brusati, Masolino D’Amico, Franco Zeffirelli

Regia:

Franco Zeffirelli

Prodotto da:

Erona Prod., Dino De Laurentiis Cin.Ca, B.H.E., F. Zeffirelli Prod.

Distribuito da:

Paramount

Edizione italiana:

CVD

Dialoghi italiani:

Masolino D’Amico

Direttore del Doppiaggio:

Franco Zeffirelli

Voci:

Leonard Whiting:

Giancarlo Giannini

Olivia Hussey:

Anna Maria Guarnieri

John Mcenery:

Giorgio Albertazzi

Milo O'Shea:

Mario Feliciani

Pat Heywood:

Dhia Cristiani

Robert Stephens:

Sergio Fantoni

Michael York:

Pino Colizzi

Bruce Robinson:

Massimo Turci

Paul Hardwick:

Roberto Bertea

Natasha Parry:

Marina Dolfin

Roberto Bisacco:

Roberto Bisacco

Voce fuori campo:

Vittorio Gassman

dialoghi
italiani
4
direzione
del doppiaggio
5

Romeo e Giulietta
(Romeo and Juliet, Gb/Italia 1968)

Fin dai tempi del cinema muto la storia dei due amanti di Verona è stata portata sullo schermo molte volte; alcune versioni si rifanno liberamente al testo shakespeariano, altre modificano la storia portandola vicina alle novelle precedenti. La versione di Zeffirelli è forse una delle più belle mai fatte, qualcuno l’ha anche definita l’ultima e definitiva versione cinematografica dell’opera shakespeariana.

Zeffirelli piega i molteplici significati del testo e ne fa un inno alla gioventù, alla lotta ai sistemi prestabiliti, alla ribellione verso la generazione più vecchia (rappresentata non solo dai genitori e dal Principe, ma anche da Paride, che dovrebbe invece costituire un ponte fra le due generazioni protagoniste). Il regista sceglie di affidare le parti dei due innamorati ad Olivia Hussey (15 anni) e Leonard Whiting (17 anni), belli, giovani e innocenti come i due ragazzi shakespeariani. Inoltre circonda Romeo di una cricca di amici quasi coetanei. Nella massa dei personaggi spicca Mercuzio, genio creativo e destabilizzante, che nella prima parte del film rappresenta un inno alla vita e alla gioia del vivere.

La storia narrata è quella del Bardo, ma è anche una rilettura dell’epoca in cui viene girato il film, il ’68 con i suoi moti giovanili. Zeffirelli mette al servizio di questa storia tutta l’esperienza di regia maturata in teatro e soprattutto nell’opera lirica; ne scaturisce un Romeo e Giulietta che parla attraverso i colori e la scenografia. Non a caso il film ha vinto due Oscar prettamente tecnici: fotografia (Pasqualino De Santis) e costumi (Danilo Donati). L’amore fra i due giovani sboccia e passa attraverso il gioco di sguardi, i gesti e il modo di gestire gli spazi fra loro. Fino alla morte di Mercuzio e Tebaldo le vicende narrate seguono di pari passo la narrazione shakespeariana, poi Zeffirelli comincia a eliminare intere scene, e il film accelera prendendo un ritmo serrato che non dà ai due protagonisti un attimo di respiro fra una disgrazia e l’altra.

Anche le parole rimangono quelle shakespeariane, con un linguaggio ricco di poesia e un ritmo prettamente teatrale. Franco Brusati e Masolino D’Amico non cambiano nulla dell’inglese elisabettiano, per altro molto vicino a quello odierno e tuttora comprensibile; fanno però un lavoro di sfoltimento, accorciando monologhi e dialoghi, e rendendoli più adatti ai tempi cinematografici.

Nella versione italiana non è stato possibile mantenere un linguaggio secentesco, perché la nostra lingua nel corso dei secoli è cambiata molto. Il lavoro fatto è stato quindi una modernizzazione del linguaggio, nel rispetto dell’ambientazione storica e dei diversi registri linguistici che ogni personaggio presenta nell’opera originale.

Il processo di semplificazione è chiaro fin dal prologo, di cui la voce narrante (Vittorio Gassman) recita le prime due quartine in apertura del film, dove le “Due casate di eguale dignità” (Two households, both alike in dignity) divengono “Due Casate, entrambe ricche e potenti”.

Più chiaro ancora il processo nella scena successiva, dove ai servi viene dato un linguaggio diretto e più volgare; basti vedere un “Ehi, cerchi rogna?” al posto di “Do you quarrel, sir?” (Volete litigare, signore?), e soprattutto lo scambio precedente al duello dove al posto di “Draw if you be man” (Sguaina se sei un uomo) è stato inserito l’insulto “Vai al diavolo”. Durante la rissa vi è poi un primo piano di Tebaldo che dopo aver ferito Benvolio, grida “Auguri verme!” poco in sincrono e fuori luogo rispetto al “Now hasten home, frightened!” (lett. Affrettati a casa, codardo!).

Un’incongruenza è il modo di parlare di Benvolio che si rivolge a Lady Montecchi chiamandola “Signora” e successivamente a Montecchi chiamandolo “zio”, denotando così un diverso grado di rispetto per i due zii, mettendo più in alto la zia e non il capo famiglia. Inoltre nell’italiano dell’epoca Benvolio avrebbe usato “Madonna”, termine molto più vicino come significato a “Lady”.

Il ricco linguaggio visionario di Mercuzio viene invece pienamente rispettato. Il discorso di Queen Mab viene adattato non solo al movimento delle labbra ma anche alla mimica dell’attore e si arricchisce di doppi sensi espliciti; il più chiaro è in chiusura, ove il testo originale dice: “… and learns them first to bear/Making them women of good carriage” (lett. E insegna loro come si fa/Rendendole donne di buon portamento) viene tradotto con un “gli monta addosso, aggrappata alle mammelle/e gli insegna a farsi caricare…”

All’inizio del monologo c’è un errore etimologico: Mercuzio afferma che la regina Mab non è più grande “della pietra d’un anello di un’assessore comunale”, versione originale “an agate stone/on the forefinger of an alderman”. Oggigiorno alderman significa assessore comunale, ma al tempo di Shakespeare il termine indicava un nobile d’alto rango con il ruolo di magistrato di una città. L’opera è ambientata nel momento in cui i comuni divengono Signorie, infatti a capo della città vi è un Principe, impossibile quindi parlare di assessori comunali!

L’errore opposto viene invece fatto nella scena del ballo, quando Tebaldo vedendo ballare assieme Romeo e Giulietta esclama “Zio è un’ignominia”, la versione inglese prevede un semplice “I’ll not endure him” (lett. Non lo sopporto). In un contesto di generale modernizzazione del linguaggio era forse meglio usare disonore o vergogna, ignominia è fuori luogo se si considera che lo sforzo di attualizzare il linguaggio è presente soprattutto nei personaggi più giovani.

Un’altra cosa da notare in questa scena è il cambio di tema della canzone che fa da contrappunto all’incontro di Romeo e Giulietta. In inglese il tema è una giovane ragazza, paragonata ad una rosa che fiorisce e presto muore, e come Cupido abbia già scritto di chi il giovane s’innamorerà, affermando che l’amore è un sentiero dolce e dorato che non si logora. Quella italiana invece parla dell’abbandono dei giochi da parte della ragazza, che scopre l’amore e tutto ciò che era infanzia perde per lei interesse.

Seppur diverse entrambe le versioni condensano in sé la storia del film, ma forse una traduzione più letterale della versione inglese era preferibile. La versione originale, infatti, non solo pare più appropriata alla storia dei due amanti, ma raccoglie alcuni dei temi metaforici usati da Shakespeare per descrivere i due giovani e il loro amore: nel testo teatrale Giulietta è paragonata a una rosa, nella versione cinematografica è invece emblematica la scena del balcone dove Giulietta stessa definisce il loro amore “che è ancora soltanto un germoglio/ può diventare un bel fiore”.

Molto divertente è invece la battuta di Mercuzio, che sostituisce al richiamo di Romeo da parte degli amici un “Romeo, marameo” che cadenza l’inizio della battuta e poi lo accresce con l’allitterazione in –ia “Pazzia! Follia! Mania! Anima mia!” dando alla scena un ritmo particolare.

Un’altra interessante modifica è una delle prime battute di Frate Lorenzo “Se tu mi confessi una sciarada/Ti assolvo con un indovinello”, che traduce la battuta “Riddling confession finds but riddling shrift” (lett. Una confessione ambigua non può trovare che un’ambigua assoluzione), che attraverso il gioco di parole rende più evidente la confusione che l’amore ha creato a Romeo, che non riesce a farsi capire (motivo per cui accadranno le successive disgrazie).

Bellissimo modo di sfruttare i modi di dire italiani è la traduzione del gioco di parole di Mercuzio, la mattina successiva al ballo quando incontra Romeo: “Bon-jour, non vi meritate un saluto alla francese quando ieri sera siete filato all’inglese” traduzione di “Bon-jour, there’s a French salutation for your French slop” (lett. Bon-jour, un saluto alla francese per le vostre braghe francesi), battuta più frizzante e comprensibile al pubblico italiano. Un proverbio italiano entra anche nel linguaggio di Frate Lorenzo, che in chiusura della scena in cui Romeo gli chiede di celebrare il matrimonio con Giulietta risponde: “Chi va piano va sano e lontano”, versione italiana di: “Wisely and slow. They stumble that run too fast” (lett. Piano e con saggezza. Coloro che corrono inciampano).

Ultime libertà del traduttore si possono notare nella scena finale del film, rispettivamente nei due addii di Romeo e Giulietta, dove l’effetto tragico viene addizionato di una componente leggermente horror. Romeo a una Giulietta che crede morta dice addio affermando “…with worms that are thy chambermaids” (lett. Con i vermi che saranno le tue ancelle), tradotto con “… con i vermi che ti divoreranno”, la battuta inoltre segna anche una contraddizione perché appena prima Romeo ha affermato che la morte vuole Giulietta come sposa e perciò l’ha conservata bella e intatta. Questa nota macabra si ha anche nella supplica di Giulietta al pugnale: “…Oh, caro pugnale arrugginisci qui, immerso nel mio sangue”, la versione shakespeariana della battuta ha invece un retrogusto più romantico “…Oh, caro pugnale! Questo è il tuo fodero; arrugginisci lì e fammi morire” (versione originale “Oh, happy dagger! This is thy sheath; there rust and let me die.”).

Per un film che può essere definito “colossal” la scelta delle voci deve essere molto accurata, furono così interpellati grandi del cinema (e teatro) italiano, come Vittorio Gassman per la voce fuori campo, che sostituisce perfettamente i toni e le cadenze del Prologo originale recitato da Laurence Olivier. Giancarlo Giannini è la voce di Romeo, in un’interpretazione qua e là forse fin troppo trasognata, che però si sposa bene con la fisicità a tratti infantile di Leonard Whiting.

Giulietta parla invece per bocca di Anna Maria Guarneri, che riesce a seguire i repentini cambiamenti d’umore che Olivia Hussey porta sullo schermo con grande naturalezza, senza mai esagerare nella recitazione delle scene più enfatiche come la notizia della morte di Tebaldo o l’annuncio delle nozze con Paride.

Un merito particolare và però a Giorgio Albertazzi che entra nel personaggio di Mercuzio perfettamente, riuscendo a seguire con la propria voce in ogni passo la mimica istrionica di John McEnery, un Mercuzio davvero scatenato.

Altro personaggio molto difficile a cui dare solo la voce è la Balia, cha Pat Heywood riesce a far vivere in tutta la sua grossolanità pur rimanendo entro gli stretti confini del linguaggio elisabettiano. Dhia Cristiani ne dà una buonissima interpretazione, aiutata però da una traduzione che ne accentua la volgarità utilizzando un linguaggio più scurrile.

Francesca De Rosa

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