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Scheda

Sceneggiatura:

David Seidler

Regia:

Tom Hooper

Prodotto da:

SEE SAW FILMS, BEDLAM PRODUCTIONS

Distribuito da:

Eagle Pictures

Edizione italiana:

TECHNICOLOR

Dialoghi italiani:

FRANCESCO VAIRANO

Direttore del Doppiaggio:

FRANCESCO VAIRANO

Assistente al doppiaggio:

SILVIA MENOZZI

Fonico di doppiaggio:

VINCENZO MANDARA

Fonico di mix:

MARCO COPPOLECCHIA

Voci:

Colin Firth:

LUCA BIAGINI

Geoffrey Rush:

FRANCESCO VAIRANO

Helena Bonham Carter:

LAURA ROMANO

Guy Pearce:

DANILO DE GIROLAMO

Michael Gambon:

OMERO ANTONUTTI

Claire Bloom:

PAOLA MANNONI

Eve Best:

ALESSANDRA CASSIOLI

Jennifer Ehle:

ALESSANDRA KOROMPAY

Derek Jacobi:

BRUNO ALESSANDRO

Timothy Spall:

FRANCESCO PANNOFINO

Anthony Andrews:

DARIO PENNE

Roger Parrott:

MAURO BOSCO

Calum Gittins:

MARCO VIVIO

dialoghi
italiani
2,5
direzione
del doppiaggio
4,5

Il discorso del Re
(The King's Speech, Gran Bretagna/Australia, 2010)

Quattro Oscar meritati per il perfetto film di Hooper (grande regia, interpreti tutti superlativi) su una figura forse poco conosciuta, quella di Giorgio VI, re per caso, ma soprattutto uomo che deve affrontare se stesso se vuole rispondere alla vita e alla storia, che aspetta dalla sua bocca quelle parole – che stentano a uscire – che ispirino coraggio contro l’avanzata nazista. (Tra parentesi, chissà perché la regina Elisabetta si è commossa vedendo il padre balbettare ufficialmente, mentre il parallelo Habemus papam di Moretti – su un papa-uomo di fantasia che invece non trova il coraggio di affrontare la sfida – qui in provincia ha scatenato tante puerili polemiche).
Molto buono il doppiaggio italiano, con interpreti tutti ben scelti e ben diretti: tra tutti, Luca Biagini non sfigura sul fenomeno Colin Firth, Laura Romano si incolla perfettamente alla Bonham Carter e anche Vairano – che ha riservato per sé il ruolo del coprotagonista – non ha niente da farsi rimproverare. Tutto l’insieme, insomma, scorre più che dignitosamente (checché ne dicano i fautori dei sottotitoli), come in un bel doppiaggio classico.
Quello che funziona un bel po’ meno sono i dialoghi, che mostrano numerose falle, a partire dalle molte parole e intere parti ingiustificatamente non tradotte – dal «sir» con cui tutti si rivolgono al re, ai filmati di repertorio su Hitler, in cui sentiamo inopinatamente lo speaker parlare in inglese, al (meno grave) BBC National Programme and Empire Services, che sarebbe semplicemente la radio della BBC, un «ma’am» e un «privacy» di troppo –, per continuare con i cartelli frettolosi, letterali e privi di significato – «difetti del parlato» sulla targa del logopedista, «Consiglio di accessione» per «Accession Council», ovvero il cerimoniale che ha il compito di proclamare il nuovo re –, per continuare ancora con una traduzione della frase forse più famosa di Shakespeare, «to be or not to be, that is the question», che, tradotta «essere o non essere, questo è il quesito», curiosamente cita la versione italiana dell’Amleto di Branagh (dello stesso Vairano) e non altre più classiche traduzioni. Insomma, va bene ritradurre Shakespeare quando si fa Shakespeare, ma la citazione è sacra: se non si sente la versione abituale, ci si stupisce.
Per finire, una serie di battute un po’ contorte – «mi hanno avvertita che i vostri metodi agli antipodi sono non ortodossi»,  «congratulazioni, Vostra Maestà, un vero radiofonico» – o fuori registro – «questo tipo (il re, sic!) potrebbe diventare qualcosa di grande», re Edoardo che abdica perché non può regnare senza «il supporto» della donna che ama, e tutti i «fottiti», «dannato», «dannatamente», «bastardo» che, lungi dall’evocare l’immaginario volgare di un reale inglese, ci scaraventano nel Bronx del doppiaggese italiano – fanno risultare i dialoghi molto inferiori alla buonissima, molto curata, orchestrazione delle voci e delle interpretazioni. Peccato.

Giovanni Rampazzo

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