Notizie Recensioni Interviste Prima Pagina Materiali Perditempo

Recensioni Reviews

Scheda

Soggetto:

John Carlin

Sceneggiatura:

Anthony Peckham

Regia:

Clint Eastwood

Prodotto da:

CLINT EASTWOOD, ROBERT LORENZ, LORI MCCREARY, MACE NEUFELD E KEL SYMONS PER MALPASO PRODUCTIONS

Distribuito da:

WARNER BROS. PICTURES ITALIA

Edizione italiana:

CDC-SEFIT GROUP

Dialoghi italiani:

FILIPPO OTTONI

Direttore del Doppiaggio:

FILIPPO OTTONI

Assistente al doppiaggio:

MARIA RITA AMARI

Fonico di doppiaggio:

FABIO BENEDETTI

Fonico di mix:

ALESSANDRO CHECCACCI

Voci:

Morgan Freeman:

RENATO MORI

Matt Damon:

RICCARDO ROSSI

Adjoa Andoh:

ROBERTA GREGANTI

Tony Kgoroge:

ROBERTO GAMMINO

Patrick Mofokeng:

ALESSANDRO BALLICO

Julian Lewis Jones:

PAOLO BUGLIONI

Matt Stern:

ROBERTO STOCCHI

Marguerite Wheatley:

ROSSELLA ACERBO

Leleti Khumalo:

GILBERTA CRISPINO

Patrick Lyster:

MICHELE GAMMINO

Penny Downie:

ELETTRA BISETTI

Sibongile Nojila:

CAROLINA ZACCARINI

Bonnie Henna:

ELEONORA DE ANGELIS

Shakes Myeko:

ALBERTO ANGRISANO

Refiloe Mpakanyane:

ELENA BIANCA

Danny Keogh:

ANGELO NICOTRA

Robin Smith:

RENATO CORTESI

Susan Danford:

ANTONELLA ALESSANDRO

Sylvia Mngxekeza:

DIANA ANSELMO

James Lithgow:

PAOLO LOMBARDI

dialoghi
italiani
5
direzione
del doppiaggio
5

Invictus - L'invincibile
(invictus, Usa 2009)

Difficile recensire in modo del tutto obiettivo un film per cui Filippo Ottoni, autore dei dialoghi italiani e direttore del doppiaggio, ha ricevuto il premio per il Miglior Adattamento all’edizione 2010 del Gran Premio Internazionale del Doppiaggio e per cui Renato Mori, doppiatore di Morgan Freeman/Mandela, ha ricevuto il Premio della Giuria per la Migliore Voce Maschile al Gran Galà del Doppiaggio (10° edizione ROMICS).
Anche se cerchiamo di immaginare per qualche istante che questi premi non siano stati ancora assegnati e recuperiamo la nostra obiettività, non possiamo fare a meno di apprezzare la scioltezza dei dialoghi sempre eleganti di Ottoni e l’ottima interpretazione di Mori nei panni di Morgan Freeman/Nelson Mandela. Ritengo addirittura riduttivo affermare che i dialoghi siano ben “cuciti” sui personaggi perché, se di cuciture si tratta, sono a dir poco invisibili. Risultato: al pubblico sembrerà naturale che in Sud Africa tutti, Nelson Mandela compreso, parlino correntemente italiano e ogni tanto qualcuna delle innumerevoli varietà di africano parlate nel paese (dato che in quest’ultimo caso le battute sono state giustamente mantenute in lingua e sono senza sottotitoli, come del resto nell’originale). Questa è la magia di un doppiaggio fatto bene.
Confrontando il lavoro con l’originale, qualcuno potrebbe dire che i dialoghi italiani sono buoni perché quelli originali lo sono e che l’interpretazione dei doppiatori è buona perché gli attori sono in gamba. Purtroppo però sappiamo bene che non sempre un buon film equivale a un buon doppiaggio dato che, se da una parte può essere un ottimo punto di partenza per dialoghista e doppiatori, dall’altra rappresenta senz’altro una grande sfida. A un ascolto superficiale infatti, non sembra poi tanto difficile rendere i dialoghi asciutti e “puliti” nel classico stile di Eastwood, senza troppe interiezioni né riempitivi e in questo film più che mai formali - la maggior parte dei personaggi fa parte dell’entourage di Mandela e persino i giocatori di rugby usano un tono formale, a parte qualche parolaccia occasionale. Ma proprio perché di Eastwood si tratta, in realtà i dialoghi sono così densi di significato che quando Freeman o uno degli altri interpreti apre bocca, pendiamo dalle sue labbra. Nessuna parola è superflua. E come se non bastasse, soprattutto nel caso di Mandela, le frasi sono ricche di appoggiature e pause ben calcolate. Senza contare i primi piani. Tra parentesi: a partire da Freeman, tutti gli attori in Invictus, soprattutto quelli di colore, hanno dei volti e degli sguardi talmente belli, magnetici ed espressivi che catturano tutta la nostra attenzione. Insomma, davvero una bella sfida. Ma i nostri non si sono avviliti. Anzi. Hanno trovato sia il tempo che la voglia di proporre una caratterizzazione di Mandela che è stata delicatamente resa un po’ più simpatica, “alla maniera italiana”. Innanzi tutto, la calda voce di Mori, modulata alla perfezione, e la musicalità della nostra lingua hanno addolcito i toni piuttosto asciutti dell’originale, dovuti secondo me alla specifica varietà linguistica parlata in Sud Africa e riproposta dagli attori. In secondo luogo, in un paio di occasioni nei dialoghi, è stata esplicitata la sobria ironia di Mandela, con soluzioni simpatiche ma allo stesso tempo moderate come «Ah, ecco» per «I see» quando gli vengono enumerate le impressionanti vittorie messe a segno dagli All Blacks, la squadra di rugby neozelandese che i sudafricani affronteranno nella finale della Coppa del Mondo, e «Oh, che hai combinato?» per «Oh, what did you do?» quando si rivolge a una delle sue guardie del corpo che si lamenta della presenza di alcuni “sbirri” nel suo ufficio.
Sfumature? Sicuramente. Che servono a caratterizzare i personaggi e a dare ai doppiatori strumenti utili per una buona interpretazione. Così come esperienza e professionalità permettono a dialoghista e doppiatori di capire come questo o quel dettaglio possa essere significativo per rendere un prodotto migliore (naturalmente il proprio, non l’originale), senza mai allontanarsi dalle intenzioni degli autori, ma semplicemente traducendole per un’altra cultura. La mancata comprensione di una sfumatura può portare a fraintendimenti molto più gravi della mancata resa di alcune particolarità della lingua e della cultura di partenza che sono troppo specifiche per assumere rilevanza nel prodotto doppiato. Nel nostro caso, ad esempio, ci si trova di fronte all’impossibilità di rendere la varietà di inglese sudafricano parlato da tutti i personaggi, da Freeman/Mandela a Matt Damon/François Pienaar, una delle ben undici lingue ufficiali parlate in Sud Africa, diverso dall’inglese britannico e dall’americano per pronuncia, intonazione e anche per alcuni termini (tra i pochi usati nel film: «oke», che sta per «tipo, ragazzo», e «donner», verbo che deriva da un termine africano e che significa «sconfiggere, battere»). Rendere in italiano questa varietà linguistica, che permette allo spettatore anglosassone di collocare immediatamente la vicenda in un luogo specifico, non solo è impossibile, ma anche inutile, dato che non condiziona la nostra comprensione del film, la cui collocazione rimane chiara e, come dicevo prima, resa esplicita qua e là da espressioni e termini di altre lingue sudafricane che è stato possibile mantenere (ad esempio «Madiba», «muti»), anche grazie alla scelta precisa fatta nell’originale.
Un altro aspetto linguistico importante che fa un po’ da sottofondo al film è il lessico specialistico del rugby, sport attorno al quale si svolge l’intera vicenda in quanto usato da Mandela come punto di partenza per la riconciliazione tra i neri e i bianchi sudafricani e per la creazione della sua “nazione arcobaleno”. I termini tecnici usati durante le partite e nelle telecronache sportive sono stati resi scrupolosamente («ingaggio» per «engage», «trasformazione» per «conversion», «punto di battuta» per «mark», e così via), nonostante la maggior parte delle volte risultino in secondo piano e passino quasi inosservati. Del resto, un po’ come i dettagli e le sfumature a cui dialoghista e doppiatori devono prestare attenzione, anche il gioco del rugby è, nell’economia del film e del progetto di Mandela, un mero strumento per trasmettere un messaggio di estrema importanza. Un messaggio che arriva eccome, sia nella versione originale che in quella italiana.
«Abbiamo bisogno di ispirazione», dice Mandela a François Pienaar, capitano della nazionale di rugby: se, al contrario di chi ha concentrato la propria attenzione sulla somiglianza tra l’incipit del tema di Invictus con la canzone O sole mio - cosa che oltretutto, trattandosi di Eastwood, considererei più un omaggio che un plagio - facessimo uno sforzo per apprezzare il lavoro esemplare che sta dietro a un film del genere, potremmo trovare una notevole fonte di ispirazione sia dal punto di vista umano e sociale che professionale. Se tutti noi ci allenassimo a distinguere meglio i dettagli importanti da quelli insignificanti e se ogni tanto ci fermassimo a riflettere e, come Pienaar, ci chiedessimo «ma che stiamo facendo?», sono sicura che risultati simili non tarderebbero ad arrivare, e non mi riferisco solo al mondo del doppiaggio.
La mia ultima considerazione riguarda il titolo del film in italiano: se diciamo di qualcuno che è “invincibile”, pensiamo che non sarà mai sconfitto, che vincerà sempre e ci stiamo quindi proiettando anche verso il futuro. Il termine latino “invictus” significa invece “mai sconfitto”, “mai vinto” e la sua validità si ferma al presente, dato che implica il non essere mai stato vinto (finora). Se riflettiamo su questa sottile ma importante differenza di significato e pensiamo che è quest’ultimo il termine in cui Mandela si riconosce, e non il primo, allora ci renderemo davvero conto della grandezza di quest’uomo, e forse anche di quanto in certi casi sia inutile – se non addirittura forviante – voler proporre per forza il doppio titolo.

Giuliana Sana

aggiungi il tuo punto di vista

La redazione si riserva la facoltà di pubblicare i contributi inviati, fatto salvo ovviamente ogni diritto di replica.

 

 

 

Avvertenze legali ~·~ © 2005~2013 aSinc.it ~·~ Tutti i diritti riservati.