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Scheda

Soggetto:

Don McGuire, Larry Gelbart

Sceneggiatura:

Larry Gelbart, Murray Schisgal

Regia:

Sydney Pollack

Prodotto da:

COLUMBIA PICTURES CORPORATION, DELPHI FILMS, MIRAGE, PUNCH PRODUCTIONS INC.

Distribuito da:

CEIAD, COLUMBIA TRISTAR HOME VIDEO, SONY PICTURES HOME ENTERTAINMENT

Edizione italiana:

C.D.C.

Dialoghi italiani:

Sergio Jaquier

Direttore del Doppiaggio:

Manlio De Angelis

Voci:

Dustin Hoffman:

FERRUCCIO AMENDOLA

Jessica Lange:

EMANUELA ROSSI

Teri Garr:

SERENA VERDIROSI

Dabney Coleman:

PINO LOCCHI

Bill Murray:

ANGELO NICOTRA

Doris Belack:

PAILA PAVESE

George Gaynes:

GIANNI MARZOCCHI

Sydney Pollack:

CESARE BARBETTI

Charles Durning:

SERGIO FIORENTINI

Geena Davis:

ANNA RITA PASANISI

dialoghi
italiani
5
direzione
del doppiaggio
4,5

Tootsie
(Tootsie, Usa 1982)

È sempre piacevole rivedere i film del passato, anche se recente, e niente è più piacevole di rivedere tanti bravi attori e di ascoltare una piacevolissima versione italiana.
Vi assicuro che non trovo divertente né edificante fare il confronto con alcune delle edizioni italiane odierne, ma quando la superiorità dei professionisti impegnati è così evidente, è forse utile una comparazione a mero scopo didattico.
Innanzi tutto i dialoghi: la scorrevolezza è, come tante volte detto e ripetuto anche dai colleghi, nel fatto che appaiono freschi, frizzanti: dietro a questa freschezza c’è grande preparazione, sforzo, ragionamento, inventiva.
Il film comincia con una lezione di improvvisazione in cui il protagonista dice: «Quando uno scrive un testo decide lui per i toni alti e i toni bassi, ora decidete voi. E voi potrete non essere intensi dove il testo vuole intensità e non essere lievi dove il testo vuole levità. Si può essere intensi in un “ma”, si può essere intensi in una “e”! Se non avete in voi certi caratteri non potete esprimerli». Potrebbe essere utile anche agli attori di oggi.
Piccoli esempi di inventiva:
«Credo che l’indiano americano sia americano come lo sono Johm e Ethel Barrymore e come JR e Sue Ellen». L’originale diceva, al posto dei protagonisti di Dallas, serie famosissima in Italia negli anni Ottanta, Donnie e Marie Osmond, altrettanto famosi in America ma pressoché sconosciuti in Italia. Nominare JR e Sue Ellen comunque rende decisamente più comica la battuta.
«Non belare come una filodrammatica» («Don’t whine like your second rate»). La traduzione letterale dell’originale avrebbe avuto meno effetto ironico (il termine “filodrammatico” si usava per i dilettanti fino a poco tempo fa in senso dispregiativo, oggi, in tempi di politically correct, si preferisce parlare di “compagnie amatoriali”).
«Volete una rozza caricatura di donna per provare qualche fesso principio, tipo il potere virilizza le donne o le mascoline sono cozze» («...or masculine women are ugly»).
«Vorrei renderla un poco più attraente. Fin dove puoi andare indietro?».
E il cameraman «Vogliamo fare in Groenlandia?» (originale «Cleveland»).
«Ma i capelli non vanno»
«No, sono gonfi, un po’ sulla linea signora di ferro, il che non guasta» (« You’ve got a Howard Johnson’s thing going»)
«È simpatica. Che ne dici? Seriamente» («This is smart. What about this? Serious»)
«Simpatica per una riunione in parrocchia» (« Looks like you should ring a school bell»)
«Da che parte dormi?»
«Da tutte le parti. Dormo come una cavallona» («I think the one closest to the bathroom»)
In quest’ultimo caso, in particolare, è più di effetto la battuta in italiano di quella in inglese: in originale l’attore è paralizzato all’idea di dormire (vestito e truccato da donna) nello stesso letto di Julie, ma la battuta in italiano rende meglio la presenza di spirito e la capacità di reazione del protagonista, che in questo modo finge indifferenza alla questione “destra o sinistra del letto”: il problema è di altro genere.

È anche da sottolineare il trattamento riservato a due espressioni che ormai sono a pieno titolo nei primi posti del più bieco doppiaggese, e cioè «have sex» e « drink».
Analizziamoli uno alla volta:
Sandy dice: «Ho avuto relazioni dove conosci un tale, poi ci fai l’amore e dopo lo incontri da qualche parte e lui se la svigna come se ti dovesse dei soldi» («I’ve had relations where I know a guy, than have sex with him and then I bump into him and he acts like I loaned him money»).
Non oso pensare a quale sarebbe stato l’adattamento di questa frase per opera di uno dei tanti improvvisati che girano oggi.
Sandy è una attrice, quindi si immagina colta, pertanto parla bene; in questo caso, malgrado il tono estremamente confidenziale, e anche la circostanza particolare, mai si esprimerebbe con un cattivo italiano.
Stesso discorso vale per il termine “drink”. Viene usato in vari momenti e da vari personaggi: George Fields, l’agente («Fatti un paio di drink»), Michael Dorsey («...e forse mi sbatterà un altro drink in faccia»), Les («chi vuole un altro drink? Vuoi un altro drink?), John Van Horne, il venerando dottor Brewster («Mi offri un drink? »). Solo Julie dice: «Vuoi bere qualcosa?»
Ritengo sia stato fatto un ragionamento sull’uso dell’una espressione e dell’altra. Nel primo caso chi parla è agitato (direi quasi irato), depresso, emozionato, eccitato: c’è sempre un calo dell’attenzione nei confronti del linguaggio, e, nel caso specifico di Les, anche l’idea di usare un termine “moderno”. Julie, cioè il secondo caso, invece è serena, perfettamente a suo agio.
E ora la direzione: Ferruccio Amendola è la voce italiana di Dustin Hoffman, lo segue perfettamente qualsiasi sia la situazione emotiva che sta vivendo, il sinc perfetto, non c’è mai una sbavatura o qualcosa fuori luogo. L’effetto, anche nei panni di Dorothy, è strepitoso.
Stesso discorso per Sergio Fiorentini, Serena Verdirosi, Cesare Barbetti, Angelo Nicotra, Emanuela Rossi, tutti perfettamente in parte e perfettamente incollati ai volti degli attori, li seguono in ogni meandro dei caratteri, in ogni espressione del viso e in ogni “moto dell’animo”.
Unico neo (troppo evidente proprio perché troppo fuori luogo e quindi imperdonabile): perché durante la festa di compleanno di Michael sotto “Tanti auguri a te” si sente distintamente “Happy birthday to you”?

Vittoria Alessi

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