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Scheda

Soggetto:

Abdel Raouf Dafri

Sceneggiatura:

Abdel Raouf Dafri, Nicolas Peufaillit

Regia:

Jacques Audiard

Prodotto da:

WHY NOT PRODUCTIONS, CHIC FILMS, PAGE 114, BIM, FRANCE 2 CINÉMA, UGC IMAGE, BIM

Distribuito da:

BIM

Edizione italiana:

PCM AUDIO

Dialoghi italiani:

GIORGIO TAUSANI

Direttore del Doppiaggio:

RODOLFO BIANCHI

Assistente al doppiaggio:

FRANCESCA RIZZITIELLO

Fonico di doppiaggio:

NICOLA SOBIESKI

Fonico di mix:

CLAUDIO TOSELLI

Supervisione artistica:

MARCELLO DE BELLIS

Voci:

Tahar Rahim:

FRANCESCO PEZZULLI

Adel Bencherif:

LORIS LODDI

Niels Arestrup:

RODOLFO BIANCHI

Hichem Yacoubi:

ANGELO MAGGI

Reda Kateb:

CHRISTIAN IANSANTE

Slimane Dazi:

ENNIO COLTORTI

dialoghi
italiani
3,5
direzione
del doppiaggio
4,5

Il profeta
(Un prophète, Francia 2009)

Il cinema statunitense è grande, ma quello francese non è da meno. Cinematografie che non per niente provengono da due popoli che hanno fatto due rivoluzioni che hanno segnato la storia e che li hanno resi, si fa per dire, tra i più civili del pianeta. (Che sia per questo che in Italia dopo l’ennesima rivoluzione mancata il cinema è morto?) La rivoluzione è femmina, ricrea vita, è il presupposto del cambiamento, pone le basi di un nuovo progetto, e questo Profeta – che per alcune sfumature di sceneggiatura ricorda NBK di Oliver Stone - è un bell’esempio di cinema civile, fiero, moderno e non zuccheroso che guarda all’animo umano e alla complessità della società attraverso una parabola carceraria eletta a emblema della vita contemporanea, mostrandone la cruda struttura. Solo sapendo che cosa siamo davvero e dominando i nostri incubi possiamo trovare la forza di guardare avanti ed avere la chiarezza profetica, appunto, del nostro destino. E Audiard ci riesce, con l’aiuto di tutti, macinando cinismo e dolore in un meccanismo i cui limiti sono segnati dalla follia delle regole macro/micro tribali, sincero prodotto della naturale e quindi amorale ferocia umana. E ci riesce anche con l’aiuto di un doppiaggio molto azzeccato, estremamente aderente e che non fa perdere mai credibilità a storia, atmosfere e volti. Il passaggio interlinguistico è sempre funzionale e misurato, anche tecnicamente, e l’unico appesantimento si nota solo nei sottotitoli dei cartelli che potevano forse essere rifatti in modo meno mortaccino. Come anche imbarazzante è il titolo, modificato in Italia ne Il profeta, segno purtroppo qualificante della nostrale qualità distributiva e del rispetto degli spettatori (mancano anche i titoli italiani nel dvd), non certo degli addetti al doppiaggio. Ottimi Pezzulli su Malik e Loddi su Ryad, ma anche Coltorti e Maggi nei rispettivi ruoli, e bravi tutti gli altri. Perfetto oltremisura Bianchi su Luciani. Calzanti e misurati i dialoghi, tranne – peccato – per due scivolate, la prima quando l’assistente sociale interroga Malik e contravviene a una delle regole principe: rispettare le convenzioni, cioè non svelare il trucco che il film è doppiato. Infatti dice: «Il francese è la tua lingua madre?... Con i tuoi parli francese o arabo?... Cos’hai parlato per primo il francese o l’arabo?» Avrebbe potuto dire: «La tua lingua madre qual è?... Insomma,  con i tuoi come ci parli?... Hai parlato prima in lingua araba o nella nostra?» La seconda è: «Abbi cura di te, fratello». Che per un attimo ci ha trasportato nel Bronx.

Giacomo Depero

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