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Recensioni Reviews

Scheda

Soggetto:

Thomas McCarthy

Sceneggiatura:

Thomas McCarthy

Regia:

Thomas McCarthy

Prodotto da:

GROUNDSWELL PRODUCTIONS, NEXT WEDNESDAY PRODUCTIONS, PARTICIPANT PRODUCTIONS

Distribuito da:

Bolero Film

Dialoghi italiani:

VITTORIO DE ANGELIS

Direttore del Doppiaggio:

VITTORIO DE ANGELIS

Assistente al doppiaggio:

GIOIA MASI

Fonico di doppiaggio:

GIANCARLO MATTACOLA

Fonico di mix:

FABIO TOSTI

Voci:

Richard Jenkins:

ANGELO NICOTRA

Haaz Sleiman:

ROBERTO GAMMINO

Danai Gurira:

ROSSELLA ACERBO

Hiam Abbass:

EMANUELA ROSSI

Marian Seldes:

RITA SAVAGNONE

Michael Cumpsty:

DAVIDE MARZI

Richard Kind:

SIMONE MORI

Amir Arison:

LUCIANO DE AMBROSIS

dialoghi
italiani
4
direzione
del doppiaggio
4

L'ospite inatteso
(The Visitor, Usa 2007)

Pluripremiato e acclamato della critica, L'ospite inatteso, scritto e diretto da Thomas McCarthy, è una storia agrodolce di amicizia e di immigrazione nell'America post-11 settembre. Protagonista del film è il professor Walter Vale che, dopo la morte della moglie, trascina noiosamente la propria vita fra un incarico all’università del Connecticut che non lo stimola più, un libro che non si decide a portare a termine e i tentativi più o meno riusciti di prendere lezioni di pianoforte. Per sostituire una collega accetta controvoglia di partecipare a un convegno che si terrà a New York: una volta arrivato in città Walter scopre però che il suo appartamento, da tempo disabitato, è stato affittato con l’inganno a una coppia di giovani immigrati, che più avanti si scoprirà essere clandestini: la senegalese Zainab e il siriano Tarek. A sorpresa, invece di mandarli via, l’uomo decide di farli restare in casa sua finché i due non abbiano trovato un’altra sistemazione, instaurando in poco tempo un profondo e sincero rapporto di amicizia con il giovane Tarek che gli insegnerà a suonare le percussioni e a usarle come una metafora della vita. La vita di Walter subirà un cambiamento decisivo in seguito all'arresto del ragazzo e all’incontro con la madre di lui, Mouna.
La prima cosa che mi ha colpito in positivo del doppiaggio di questo film è stata la scelta del direttore di doppiaggio di non far parlare i tre personaggi stranieri con un qualche tipo di accento: scelta che avrebbe portato a una rappresentazione stereotipata degli stranieri e che avrebbe cozzato con l’impianto complessivo su cui si poggia il film, finendo per comprometterne il senso. Certo è indubbio che nella versione originale questi personaggi abbiano un accento fra l’altro anche piuttosto marcato (specie nel caso di Tarek), ma è altrettanto vero che tutti i personaggi madrelingua inglese ne hanno tutti uno: così se è prassi ormai consolidata nel doppiaggio far “sparire” i differenti accenti dell’inglese americano e far parlare tutti i personaggi con un accento italiano standard, mi è sembrata una buona scelta fare lo stesso anche con questi personaggi. Del resto in originale loro parlano un inglese molto fluente e le loro conversazioni con Walter sono sempre sciolte e le incomprensioni fra di loro non sono mai causate da motivi linguistici.
Di conseguenza l’unico modo che restava per contrapporre linguisticamente i personaggi era agire a livello di dialoghi. E così è stato fatto. I personaggi, infatti, mi sembrano ben delineati: se Walter e gli altri suoi colleghi usano un registro linguistico medio-alto perfettamente in linea con il loro status sociale, Tarek, Zainab e Mouna hanno invece uno stile linguistico piano, sempre corretto (non ci sono sgrammaticature) ma certamente più colloquiale. Così, a titolo di esempio, se Walter dice al vicino di casa che la moglie «è deceduta», Tarek dice «Dammi retta» e «Amico mio», mentre Zanaib invita il giovane a «non scordarsi». Bene anche la scelta di tradurre «cool» con «fico»: la prima volta è messo in bocca a una compratrice delle collanine fatte da Zanaib un po’ svampita che commenta «Mia figlia penserà che è fichissima»; la seconda volta è Mouna a dirlo a Walter in aeroporto poco prima di partire: «Sei proprio fico!».
Certamente la credibilità dei personaggi è anche frutto dell’interpretazione che gli attori-doppiatori hanno saputo offrire, che mi è parsa sempre all’altezza. Molto convincenti sia Angelo Nicotra che doppia Richard Jenkins sia Emanuela Rossi, la cui bellissima voce è perfetta sul volto e sull’interpretazione di Hiam Abbass. Una menzione speciale va a Rita Savagnone e Simone Mori che doppiano due personaggi secondari, ma che sono stati bravissimi. La prima doppia Barbara, insegnante di pianoforte piuttosto sostenuta, quasi compassata che oltre a avere un lessico adeguato (parla di «dita arcuate» e di «talento naturale») è resa credibile dall’ottima interpretazione della doppiatrice. Il secondo doppia Jacob, il vicino col cane, letteralmente un bambinone: più che nelle scelte linguistiche la definizione del personaggio sta tutta nell’interpretazione del doppiatore.
Buona e inevitabile la scelta di far recitare ai doppiatori italiani le battute che Zainab e Tarek si scambiano in francese, alternando all’italiano (inglese nell’originale), al loro primo e “inatteso” incontro con Walter, e successivamente quando Zainab esprime al ragazzo il suo fastidio per aver invitato Walter alla serata in cui Tarek si esibirà con le percussioni. Nel primo caso il francese non viene sottotitolato perché seguiamo la prospettiva di Walter, nel secondo invece è stato sottotitolato per rendere partecipe lo spettatore. Al contrario, sì è deciso di non far recitare daccapo ai doppiatori italiani le battute in arabo: le tracce audio in quel caso erano pulite (non ci sono accavallamenti con l’inglese che avrebbero reso necessario reincidere tutto) e in un paio di occasioni erano quasi di sottofondo. Mi riferisco alla scena in cui Tarek parla al telefono con la madre (l’arabo non è sottotitolato perché lui poi spiega il contenuto della telefonata) e a quella in cui è Mouna a parlare con lui al telefono: in entrambi i casi il fatto di essere in sottofondo, unito a una scelta di voci italiane non troppo diverse da quelle originali, devono essere stati ritenuti motivi sufficienti per mantenerle, forse a ragione, in originale.
Il vero problema con l’arabo si ha però nella scena al caffè vicino al centro di detenzione: il gestore è egiziano e, intuito che Mouna viene dal Medio Oriente, si mette a parlare con lei in arabo. La scena è stata mantenuta in originale, sottotitolandola. Giustissima la scelta di non adattarla in italiano ma di sottotitolarla: il punto è che qui si avverte abbastanza lo scarto fra le voci italiane e quelle degli attori originali. Anche se il timbro della voce di Emanuela Rossi è piuttosto simile a quello di Hiam Abbass, in questo caso lo scarto è più percepibile rispetto alle altre due occasioni in cui è stato mantenuto l’originale, complice lo scarto più marcato fra la voce originale e quella italiana del gestore del caffè. Indubbiamente si potrebbe obiettare che spendere tempo e risorse per reincidere qualcosa che resterebbe comunque incomprensibile allo spettatore (non è certo questo lo spirito del doppiaggio) sarebbe chiedere troppo. Forse lo è davvero. Ma il fatto che il francese sia stato reinciso e l’arabo invece no mi lascia pensare che il dialoghista e direttore di doppiaggio avesse quanto meno presente il problema. Complessivamente, tuttavia, il doppiaggio del film mi pare molto buono, per cui preferisco non insistere oltre su questo punto che, a mio parere, andava, comunque segnalato.
Dicevo all’inizio che i dialoghi sono in genere ben scritti. Molto buono l’uso degli allocutivi e le forme di saluto: così se «Ciao» viene usato fra persone che si danno del tu, «Salve» è usato fra interlocutori che si danno del lei. Segnalo questo passaggio nel film: «Mi chiami Walter» / «Io sono Mouna» e poi i due personaggi, che si erano dati del lei fino a quel momento, passano coerentemente a darsi del tu. Certo forse noi in italiano diremmo più semplicemente «Dammi del tu», però è altrettanto vero che fino a quel punto il nome della donna era stato detto solo una volta per cui non mi sembra sbagliato adattare il dialogo così: almeno lo spettatore recupera, anzi meglio riceve quest’informazione. Ho apprezzato anche il tentativo di contenere un minimo l’uso di «Ok» ricorrendo a forme alternative quali «Va bene» e «D’accordo» che messe in bocca a personaggi di una certa età e di un certo ceto sociale sono molto più verosimili in italiano.
Buone anche le soluzioni adottate per quelle istituzioni o pratiche tipiche della cultura americana che non necessariamente hanno un equivalente esatto nella nostra, o magari non ce l’hanno proprio, come «campo di detenzione», «udienza per l’espulsione», «l’Immigrazione» e «conta dei letti». A mio parere, infatti, è preferibile una traduzione letterale e se vogliamo “creativa” (anche se alcune sono ormai diventate pratiche traduttive consolidate) piuttosto che impelagarsi in adattamenti discutibili o fuorvianti che alla fine corrono il rischio di far storcere il naso agli spettatori più attenti. Allo stesso modo si è agito con l’espressione «all’ora araba»: all’inizio la cosa lascia lo spettatore perplesso sul significato che però viene spiegato più avanti nel corso del film. Concludo la mia recensione segnalando due cosette che nei dialoghi si potevano evitare, soprattutto in considerazione dell’ottimo livello complessivo del doppiaggio. Trovo un po’ abusato l’uso di «appartamento» che si poteva contenere dove non c’erano evidenti ragioni di sinc. Allo stesso modo serpeggia, inaspettato, un antipatico esempio di doppiaggese: «prendere una tazza di tè» detto a un certo punto da Mouna. Più avanti sentiamo dire anche «un bicchiere di vino» che però è già più credibile. Un vero peccato per dei dialoghi che mi sono sempre parsi accurati e dove a un certo punto si evita addirittura di parlare della «City» che diventa un più generico «New York» per non confondere noi spettatori italiani che tendiamo, da europei, piuttosto a identificarci Londra con quell’espressione.

Giuseppe De Bonis

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