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Scheda

Soggetto:

Johnny Cash, Patrick Carr, Gill Dennis, James Mangold

Sceneggiatura:

Gill Dennis, James Mangold

Regia:

James Mangold

Prodotto da:

FOX 2000 PICTURES, TREE LINE FILMS, CATFISH PRODUCTIONS, KONRAD PICTURES

Distribuito da:

20TH CENTURY FOX ITALIA

Edizione italiana:

CAST DOPPIAGGIO

Dialoghi italiani:

VALERIO PICCOLO

Direttore del Doppiaggio:

LUCA DAL FABBRO

Assistente al doppiaggio:

ROBERTA SCHIAVON

Fonico di doppiaggio:

MARCO MELONI

Fonico di mix:

ALESSANDRO CHECCACCI

Sonorizzazione:

SEFIT-CDC

Voci:

Joaquin Phoenix:

FABIO BOCCANERA

Reese Witherspoon:

ELISABETTA SPINELLI

Ginnifer Goodwin:

FEDERICA DE BORTOLI

Robert Patrick:

NINO PRESTER

Dallas Roberts:

MARCO BARONI

Dan John Miller:

DAVIDE LEPORE

Waylon Malloy Payne:

LUIGI FERRARO

Shelby Lynne:

ANTONELLA RENDINA

Larry Bagby:

FRANCO MANNELLA

Shooter Jennings:

GIANLUCA MACHELLI

dialoghi
italiani
3,5
direzione
del doppiaggio
2

Quando l'amore brucia l'anima-Walk the Line
(Walk the Line, Usa 2005)

Se non fosse stato per la scelta del distributore italiano di concentrare l’attenzione del pubblico sulla storia d’amore trasformando il titolo originale Walk the Line in Walk the Line - Quando l’amore brucia l’anima, probabilmente in Italia questo film lo sarebbero andati a vedere solo i pochi appassionati di musica country che avrebbero immediatamente riconosciuto nel titolo una delle canzoni più famose di Johnny Cash. Se da un lato sono convinta che questa manovra abbia favorito la diffusione della pellicola, dall’altro mi dispiace che la vera anima del film (che brucia, sì, ma non solo d’amore) sia passata in secondo piano. Ma tant’è, forse ha ragione il distributore: meglio in secondo piano che niente. Del resto, i titoli dei film hanno conosciuto sorti peggiori. Almeno qui è stato mantenuto l’originale, intraducibile per una serie di ragioni: innanzi tutto, come dicevo, I Walk the Line è una canzone di Johnny Cash, il musicista country a cui il film è dedicato. In secondo luogo, questa espressione – che significa rigare dritto, trovare un punto di equilibrio tra il bene e il male – riesce a sintetizzare in modo efficace l’intero film, che ci racconta le esperienze di un giovane e ribelle Cash: l’infanzia difficile segnata dalla povertà, dalla morte del fratello Jack, dal rapporto conflittuale con il padre e dal forte attaccamento alla madre, i primi tentativi di comporre canzoni e di fare musica, il successo improvviso e i tour in giro per l’America con nientemeno che i giovanissimi Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison, Waylon Jennings e Carl Perkins, il primo matrimonio, i tradimenti e il divorzio, la dipendenza dalla droga e la disintossicazione, i concerti per i detenuti nelle maggiori prigioni di stato, il grande amore per la cantante country June Carter, con la quale passerà il resto della sua vita. In altre parole, Walk the Line è la storia della crescita umana e professionale di un artista che ha lasciato un segno nella musica americana e ha saputo farsi apprezzare per la sua semplicità, la sua schiettezza e il suo anticonformismo.
Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon, che interpretano rispettivamente Johnny Cash e June Carter, sono stati eccezionali, non solo come attori, ma anche e soprattutto come cantanti e musicisti: il regista James Mangold ha infatti voluto che fossero loro a cantare le canzoni di John e June, per dare maggiore credibilità all’interpretazione e per trasmettere la spontaneità che caratterizzava gli spettacoli di quei tempi, quando esprimersi al meglio con la propria musica ammetteva anche delle imperfezioni nelle performance. Giustamente, le canzoni interpretate da Phoenix e Witherspoon sono state sottotitolate: essendo profondamente legate alla trama e alla storia dei protagonisti, è importante capirne il significato per apprezzare appieno il film. Maggiore cura nella redazione dei sottotitoli non sarebbe guastata (mi riferisco all’edizione in DVD, non ricordo se in sala sono stati usati gli stessi). Ad esempio, quando i due protagonisti cantano insieme nei duetti, non è necessario ripetere due volte lo stesso sottotitolo: anzi, due sottotitoli identici uno sotto l’altro rappresentano un’inutile distrazione per lo spettatore. Per quanto riguarda la traduzione, l’ho trovata buona, anche se a volte un po’ troppo letterale e anche se si sarebbero potute evitare rese come «Casa della Tristezza» per «Home of the Blues» o «il tempo logora» per «Time’s a-wasting», solo per citare quelle che saltano di più all’occhio.
Nei dialoghi, se da un lato la resa generale è buona, dall’altro sembra sia stato deciso di lasciare irrisolti i punti più problematici, come giochi di parole o riferimenti culturali specifici. Ad esempio, quando al primo incontro tra John e June i due si scontrano letteralmente dietro le quinte e June rimane impigliata nella tracolla della chitarra di John, in originale si gioca con «strap» (tracolla, cinghia) e «strapping» (robusto, ma anche cinghie in senso collettivo): «Well, Bill, I got tangled… Johnny Cash’s guitar strap. And I’ll tell you what, Bill. He’s a strapping boy, that Johnny Cash. And his guitar strap’s pretty strapping too». In italiano diventa: «Sai che c’è, Bill, sono rimasta impigliata… Nelle corde della chitarra di Johnny Cash. E ti dico una cosa, Bill, è un ragazzo robusto questo Johnny Cash. Anche le corde della sua chitarra sono robuste». Altri punti su cui si è glissato o di cui è stata fornita una traduzione generica sono «4-H girls» (reso con «ragazze in gita»), «insufficient fundilation» (che diventa «non ho pagato la bolletta»), «with the same old pickers» (reso con «con gli stessi musicisti», quando invece era rilevante per il discorso trasmettere il riferimento al genere acustico), «I’m a Coca-cola man» (nella versione italiana «sono un tipo da roba gassata»). In tutti questi casi si perde un po’ del colore del film, e del resto l’aver mantenuto questi riferimenti non avrebbe di certo pregiudicato la comprensione della storia. Cosa che invece succede in un altro punto del film, paradossalmente quando si decide di salvare i riferimenti: a un certo punto, June trova John e gli altri musicisti ubriachi e decide di lasciare il tour dicendo «Non voglio più fare la parte del ragazzo olandese che mette il dito nella diga». La traduzione è più che corretta, dato che l’originale è «I’m not gonna be that little Dutch boy with my finger in the dam no more». Il problema è che June si riferisce a una storia secondo la quale un ragazzo olandese, dopo aver scoperto una falla nella diga, la chiude mettendoci il dito e aspetta tutta la notte al freddo e al gelo che qualcuno venga ad aggiustarla. Alla fine la diga viene riparata, e il ragazzo diventa un eroe. Si tratta di una storia molto conosciuta negli Stati Uniti perché resa popolare dall’autrice di un romanzo di successo di fine Ottocento (Hans Brinker or The Silver Skates, in italiano Pattini d’argento) e tramandata grazie a successive versioni e adattamenti. Non si può dire lo stesso in Italia, dove questa storia è poco nota e dove un’affermazione come quella che troviamo nel film può lasciare perplessi. Senza stravolgere il riferimento, sarebbe bastato riformularlo o aggiungere qualcosa per fare chiarezza: insomma, dire almeno che la diga perdeva! Diverso è il caso in cui un riferimento culturale non ha creato perplessità, ma solo perché è stato difeso a scapito del senso originale della frase. Questo accade quando John, indeciso su quale libro regalare alla figlia, dice «But this is Baby Sisters. And she got a baby sister». Dato che la scritta «Baby Sisters» sul libro è perfettamente visibile, in italiano si è pensato fosse doveroso parlarne, cambiando però il resto della frase per riuscire a darle un senso: «Ma questo è di Baby Sisters, e lei ce l’ha già uno di Baby Sisters». In questo caso sarebbe stato preferibile preservare il significato originale piuttosto che il riferimento al libro. È vero che i riferimenti culturali specifici vanno trattati caso per caso, ma qui sembra siano stati mantenuti quando se ne poteva fare a meno, e viceversa.
Una scelta che condivido è stata quella di usare voci fuori campo nella scena in cui Cash legge in silenzio alcune delle lettere ricevute dai detenuti di molte prigioni, lettere che vengono inquadrate in primo piano: si tratta di una scena importante, perché da qui scaturirà la decisione di Cash di organizzare concerti nelle carceri. Non meno importante il nome di uno degli autori di queste lettere, su cui l’inquadratura si sofferma: si tratta di Glen Shirley, musicista country in prigione a Folsom, che scrisse una canzone eseguita dallo stesso Cash durante un concerto. Avrebbe meritato di essere citato, per dargli la giusta importanza. Un’altra scelta adeguata è stata quella di doppiare anche le trasmissioni radio, nonostante un’incongruenza proprio all’inizio del film, quando il giovanissimo John sta ascoltando una trasmissione con un’altrettanto giovane June Carter. Questo è l’unico caso in cui la radio non è stata tradotta, forse perché parte della colonna internazionale.
Per quanto riguarda il doppiaggio, nonostante la cura nella scelta delle voci dei protagonisti – molto azzeccate sia quella di Elisabetta Spinelli per June che quella di Fabio Boccanera per Johnny, e ancora di più quella di Federica De Bortoli per Vivian, la prima moglie di John – basta passare velocemente dalla versione doppiata a quella originale per rendersi conto quanto di tutto il lavoro svolto dai protagonisti è andato perso: il meraviglioso timbro di voce di June Carter che la Witherspoon ha pazientemente assimilato (tra l’altro, ha vinto per questo film il Premio Oscar come Miglior Attrice), l’insuperabile interpretazione di Phoenix, la cui voce ha veramente subito una trasformazione per simulare al meglio quella di Johnny Cash. Meno male che qualcosa lo si  recupera nelle canzoni.
In un film del genere, dove la voce assume un ruolo fondamentale nella caratterizzazione dei personaggi, devo dire che né doppiatori né direttore di doppiaggio si sono superati. Le voci sono azzeccate, ma l’interpretazione non convince. Quello che auspico in casi come questo è un salto di qualità non indifferente che avrebbe implicato più tempo da dedicare allo studio dei personaggi, e di conseguenza tempi di lavorazione più distesi e sicuramente costi maggiori. Insomma, un’impresa non facile. Di certo, film come Walk the Line ci ricordano che il doppiaggio è (o almeno dovrebbe essere) un’arte, e non una mera industria. Qualche sforzo in più, ogni tanto, lo si potrebbe anche fare.

Giuliana Sana

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