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Scheda

Sceneggiatura:

Claudia Llosa

Regia:

Claudia Llosa

Prodotto da:

OBERÓN CINEMATOGRÁFICA, VELA PRODUCCIONES, WANDA VISIÓN S.A.

Distribuito da:

ARCHIBALD ENTERPRISE

Edizione italiana:

CDL

Dialoghi italiani:

ELISABETTA BUCCIARELLI

Direttore del Doppiaggio:

ELISABETTA BUCCIARELLI

Assistente al doppiaggio:

MILVIA BONACINI

Fonico di doppiaggio:

VALERIO BRINI

Fonico di mix:

LUIGI CASALE

Sonorizzazione:

SOUND ART 23

Voci:

Magaly Solier:

CRISTIANA ROSSI

Marino Ballón:

OLIVIERO DINELLI

Susi Sánchez:

ANGIOLA BAGGI

María del Pilar Guerrero:

PERLA LIBERATORI

Delci Heredia:

PAILA PAVESE

Efraín Solís:

ENRICO DI TROIA

dialoghi
italiani
3
direzione
del doppiaggio
4

Il canto di Paloma
(La teta asustada, Spagna/Perù 2009)

Vincitore dell'Orso d'Oro al Festival di Berlino 2009, candidato all'Oscar 2010 come miglior film straniero, Il canto di Paloma, scritto e diretto dalla peruviana Claudia Llosa, pone al centro della sua trama la credenza popolare che il dolore possa infettare il latte materno ed essere così trasmesso al feto come una malattia. Protagonista del film è Fausta, una ragazza che vive in una baraccopoli alle porte di Lima e che ha appunto ereditato questa "malattia" dalla madre, violentata durante la guerra civile peruviana degli anni Ottanta: si tratta di quello che viene chiamato «il latte della paura», adattamento evocativo-esplicativo dell'originale «teta asustada» (alla lettera «tetta della paura») che è il titolo originale del film. Alla morte della madre, Fausta le vorrebbe offrire un funerale dignitoso, ma i pochi soldi della famiglia sono stati tutti spesi per l'imminente matrimonio della cugina Maxima. Dal momento, però, che lo zio, Don Lucido, vuole che il cadavere della donna venga seppellito prima delle nozze, Fausta si vede costretta a vincere le proprie paure e quindi trova lavoro come cameriera presso una pianista. A poco a poco le circostanze spingeranno Fausta ad affrontare il mondo che la circonda e a prendere una maggiore consapevolezza di sé.
Veniamo al doppiaggio del film in italiano: nel suo complesso lo trovo buono sia per quanto riguarda i dialoghi sia per la qualità recitativa degli attori-doppiatori e la direzione del doppiaggio. Non mancano, però, alcuni elementi di criticità che vanno comunque tenuti in considerazione e che in parte influiscono sul voto che darò ai dialoghi e alla direzione di un doppiaggio che ripeto è nel suo complesso buono. Ho molto apprezzato la contrapposizione ben riuscita a livello linguistico fra la gente di provincia con un'estrazione socio-culturale bassa e quei personaggi che appartengono a uno strato più alto della popolazione: pensiamo, ad esempio, alla contrapposizione fra lo zio di Fausta e il medico dell'ospedale di Lima o ancora alle scene fra la stessa Fausta e la pianista Aida.
I personaggi mi sembrano ben delineati linguisticamente e questa loro verosimiglianza è il risultato non solo di buone scelte linguistiche ma anche della buona interpretazione che i doppiatori hanno saputo offrire. Per differenziare i personaggi a livello di strato sociale più che optare per un improbabile accento regionale, che sarebbe risultata una scelta infelice, la direttrice del doppiaggio ha scelto di puntare tutto sull'interpretazione degli attori che ho trovato sempre impeccabile, a cominciare da Cristiana Rossi brava nel seguire l'intensa interpretazione di Magaly Solier nel ruolo di Fausta, e che in un caso è addirittura superlativa. Mi riferisco al personaggio della comare Fina nella scena in cui accoglie per la prima volta Fausta in casa della sua datrice di lavoro: Aurora Cancian è bravissima, tanto brava che la sua interpretazione fa quasi passare inosservato quel continuo e fastidioso ripetere «Figlia» del suo personaggio.
L'adattamento in italiano di allocutivi molto diffusi nel mondo ispanofono quali «Hija» (molto presente nel film) e «Hijo» (meno frequente) è forse il punto più debole dei dialoghi del film. È vero che può essere stata una scelta obbligata in quei casi in cui evidenti ragioni di sinc non consentivano molti spazi di manovra, e lì passi. Del resto è altrettanto vero che ricorrere in alcuni momenti a espressioni come «Figlia» o «Figlia mia» può essere una strategia utile per connotare localmente i vari personaggi. Ciò non toglie, però, che in italiano queste espressioni non sono poi così tanto diffuse e appaiono poco naturali o comunque un po' forzate: secondo me, insomma, se ne poteva contenere maggiormente l'uso. Nella scena citata, ad esempio, in cui Fina è spesso di spalle o fuori campo, evitare qualche «Figlia» sarebbe stato abbastanza fattibile. Sempre Fina dice, alla fine della stessa scena «la signora si può disamorare» in cui quel «disamorare» mi pare troppo calcato sull'originale spagnolo. Lo stesso vale per «Voglia dio che non me lo violentino» dove però quel «Voglia Dio», anche se troppo calcato sullo spagnolo, è già più plausibile messo in bocca a quel personaggio. Sempre troppo calcato sullo spagnolo, ma in questo caso di nuovo per motivi di lunghezza non si è forse potuto fare diversamente, è il giuramento di nozze «Sì, le accettiamo» e «Sì, li accettiamo» nella scena in cui più coppie di giovani si sposano nelle stesso momento. «Accettiamo» mi pare quasi il fratellino minore del più famigerato «Lo voglio», calcato sull'inglese, un vero tormentone del “doppiaggese” di cui con tanta difficoltà riusciamo a liberarci.
Per il resto gli allocutivi sono sempre ben tradotti. Segnalo a questo proposito l'ottima scelta dell'autore dei dialoghi di mantenere il “lei” con cui Fausta si rivolge allo zio: se a prima vista può apparire insolito che una nipote dia del “lei” a uno zio, a ben vedere si tratta di una scelta ben calibrata perché riesce in modo efficace a caratterizzare linguisticamente il “singolare” personaggio di Fausta. Ho molto apprezzato la scelta di mantenere la stessa distanza che separa la ragazza dallo zio anche nel doppiaggio italiano, a maggior ragione perché nel finale del film, quando la protagonista comincerà a uscire dal suo guscio protettivo e dalle sue mille paure, la sentiamo dare del “tu” all'uomo. È un chiaro segnale che qualcosa in lei sta cambiando e uno dei primi passi in questo senso è costituito proprio dal modo con cui la ragazza si rivolge a Don Lucido. A mio parere quell'iniziale singolarità che l'uso del “lei” può aver provocato nello spettatore viene alla fine ben bilanciata da questa scena conclusiva consentendogli così di apprezzare appieno i primi timidi tentativi di Fausta di aprirsi alla vita.
Segnalo altre scelte che ho trovato davvero molto azzeccate. Nella scena in cui i cugini si presentano da Don Lucido per chiedere ufficialmente Maxima in sposa ho trovato molto ben riuscite scelte come «maritarsi» e lo stesso «aiutino». Bene anche la scelta di mantenere la valuta locale i «soles» in originale, senza farla diventare «soli». Del resto è una prassi abbastanza consolidata ormai nel doppiaggio. Giusta, e del resto inevitabile, la scelta di non doppiare le canzoni del film ma di sottotitolarle: d'altro canto, se alcune delle canzoni, fra cui il canto di Paloma (che dà il titolo alla versione italiana del film) sono in spagnolo, altre sono invece in una lingua locale e adattandole tutte in italiano si sarebbe prodotto un appiattimento linguistico non presente nella versione originale del film, con tutte le conseguenze che una scelta di quel tipo avrebbe comportato. Per di più Magaly Solier è molto toccante mentre canta, per cui trovo sia stata una buona soluzione quella di sottotitolarla. Non dimentichiamo, fra l'altro, che il canto iniziale della madre, con cui si apre il film, è frutto di credenze popolari peruviane, credenze “ancestrali” espresse in una lingua che è fortemente radicata nel territorio. Inoltre, i riferimenti alla terra e alla piante sono molto presenti nel film: Fausta ha addirittura fatto del proprio corpo un vero e proprio terreno, inserendo all'interno della vagina una patata che si è messa a germogliare.
Concludo con alcune considerazioni su un paio di dettagli tecnici. Non condivido la scelta operata di non doppiare i brusii di fondo: lo spagnolo, anche se non sempre comprensibile, è sempre chiaramente udibile e l'artificio del doppiaggio corre il rischio di smascherarsi da solo. Né può tenere la giustificazione, un po' “facilona” a mio parere, che, somigliando lo spagnolo all'italiano, nessuno ci avrebbe fatto caso: tant'è vero che io l'ho notato immediatamente. Il film è ben adattato e ben diretto, per cui mi chiedo perché mai sia stata presa quest'infelice decisione. Sono consapevole che molti potrebbero ritenerla una finezza tecnica non tanto rilevante, ma io credo che invece abbia un suo peso. Del resto, poco più avanti, troviamo Fausta in cucina intenta a guardare la televisione mentre ascolta piuttosto distrattamente la pianista Aida che le parla. La tv è in sottofondo per tutta la scena per poi finire a un certo punto addirittura in primo piano: non doppiarla sarebbe stato una scelta sbagliata, ma per fortuna in questo caso è stata operata la scelta giusta. Allora perché non doppiare anche quel paio di brusii?

Giuseppe De Bonis

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