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Scheda

Soggetto:

Zdenek Sverák

Sceneggiatura:

Zdenek Sverák

Regia:

Jan Sverák

Prodotto da:

BIOGRAF JAN SVERAK, PHOENIX FILM INVESTMENTS, PORTOBELLO PICTURES, TV NOVA, U.F.O. PICTURES

Distribuito da:

FANDANGO

Edizione italiana:

TECHNICOLOR spa

Dialoghi italiani:

LORENZO MACRI'

Direttore del Doppiaggio:

LORENZO MACRI'

Assistente al doppiaggio:

SILVIA MENOZZI

Fonico di doppiaggio:

CARLO RICOTTA

Fonico di mix:

ROBERTO MORONI

Voci:

Zdeněk Svěrák:

BRUNO ALESSANDRO

Daniela Kolářová:

PAOLA GIANNETTI

Tatiana Vilhelmová:

SELVAGGIA QUATTRINI

Jiří Macháček:

ANGELO MAGGI

Pavel Landovský:

LUCIANO DE AMBROSIS

Nela Boudová:

ANNA RITA PASANISI

Robin Soudek:

LORENZO D'AGATA

dialoghi
italiani
4,5
direzione
del doppiaggio
4,5

Vuoti a rendere
(Vratné lahve, Repubblica Ceca/Gran Bretagna 2007)

Protagonista di Vuoti a rendere è il professore Josef Tkaloun detto Pepa. Stanco dei suoi studenti che non lo rispettano e di una situazione familiare noiosa, Pepa decide che è arrivato il momento di cercare nuovi stimoli, cominciando da un nuovo lavoro. Dopo qualche tentativo finito male, viene assunto in un supermercato nel reparto per la resa della bottiglie (i vuoti a rendere a cui si riferisce il titolo del film). Questa nuova esperienza consentirà a Pepa di confrontarsi con persone e situazioni nuove e gli farà capire ciò che conta davvero nella vita, cioè avere il coraggio di ricominciare tutto daccapo.
Dico subito che il film mi ha colpito molto come spettatore, anche in virtù dell’ottimo livello complessivo del suo doppiaggio in italiano, risultato tanto della fluidità e dell’accuratezza nella scrittura dei dialoghi quanto della qualità recitatativa degli attori-doppiatori, conseguenza di una adeguata e sensibile direzione del doppiaggio.
La verosimiglianza dei dialoghi è frutto dell’accuratezza nella scelta dei diversi registrati linguistici operata sulla base delle differenti condizioni socio-culturali e dell’età dei personaggi. Prendiamo ad esempio il protagonista Pepa e la moglie Eliška, entrambi ex insegnanti di materie umanistiche: la loro caratterizzazione passa anche attraverso un uso della lingua tendenzialmente ricercato, assolutamente appropriato, forse anzi necessario, in considerazione del loro status sociale e della loro età. Entrambi i personaggi utilizzano un registro linguistico medio-alto, che rimane sempre plausibile senza mai diventare stucchevole, e tendono ad abbassarlo un po’ quando sono arrabbiati, discutono o nella loro conversazione ci sono riferimenti al sesso o al tradimento. Anche l’abbassamento dei toni è sempre ben calibrato e in linea con la fisionomia dei personaggi. Così se Pepa chiama il suo studente troppo vivace «faccia di bronzo», parla di «vecchie bacucche» si dà dell’«idiota», quando mette un bollitore elettrico sul fornello a gas, e del «pezzo d’asino» nella scena del volo in mongolfiera, la moglie, subito dopo avergli dato del «miscredente», si stupisce che non gli sia tornato quel «tic schifoso», accusa il marito di «tubare con quella logorroica attillata civetta della Ptáčková» e di essere «un nonnetto ridicolo e libidinoso» e usa epiteti come «gallina» e «sgualdrinella» restando sempre credibile linguisticamente, allo stesso modo i riferimenti di Pepa al sesso oscillano sempre tra un’allusione velata e un garbo voglioso, fattivo, carico di significati, fino al punto da fargli parlare della «calma piatta molto costumata» che la figlia Helenka avrebbe ereditato dalla madre. Indubbiamente buona parte di questa credibilità risiede anche nell’abilità recitativa dei due attori-doppiatori che hanno saputo essere molto vicini all’interpretazione dell’originale, restituendo così anche nella versione doppiata tutta la complessità di questi due personaggi.
Queste considerazioni valgono un po’ per tutti i personaggi del film. La stessa Helenka alterna nel parlare alcune ricercatezze linguistiche, forse in parte davvero “costumate”, segno dell’ambiente in cui è cresciuta, a un linguaggio meno forbito e più giovanile, ma senza eccessi. Anche il vicepreside dello scuola e amico di Pepa, Robert Landa, è ben delineato linguisticamente: il suo ricorrere all’intercalare «Cioè cazzo», che lui sostiene di essergli entrato in testa sentendolo sempre dai ragazzi a scuola, mi è sembrato una buona scelta, perché con quel “cioè” davanti appare meno pesante e più in linea con il suo valore di intercalare pronunciato quasi in modo meccanico. Ma anche l’anziana signora Lamková ha un registro linguistico adeguato e verosimile: si scusa per non aver «rassettato» la casa e non vuole che Pepa «ci rimetta le mutande», giusto per segnalare qualcuna delle sue espressioni. Molto azzeccata anche la scelta di «gran begli occhi da maliardo» con cui la signora Kvardová, una cliente del supermercato, vedova e non più giovanissima, definisce lo sguardo di Parlantina, uno dei colleghi di lavoro di Pepa.
Il richiamo a Parlantina consente di prendere in considerazione un altro argomento: la scelta dei soprannomi o nomignoli usati nel film. Se il soprannome di «strizzatore», che gli studenti hanno messo al protagonista, funziona abbastanza bene, anche perché alla fine la sua inconsueta punizione consiste proprio nello strizzare addosso ai malcapitati allievi una spugna, il nomignolo «Parlantina», con il quale i colleghi chiamano Řezáč per il fatto di essere taciturno e scontroso, è non solo molto azzeccato ma anche molto verosimile. Meno bene invece, secondo me, è il soprannome con cui viene chiamato Mirek, l’addetto alla presa, ovvero «Spiaccichino», che sembra un po’ più forzato. Il personaggio di Spiaccichino è fra tutti quello che nel doppiaggio presenta i maggiori elementi di criticità. Oltre al nomignolo che convince fino a un certo punto, il personaggio arriva perfino a dire all’interno di una stessa battuta: «Caspiterina! E io neanche una tacchetta!», sospirando dietro alla bionda Lucka che si presenta sempre al supermercato a pancia scoperta su cui si vedono chiaramente delle misteriose tacche. Probabilmente la cosa è voluta, per ottenere un effetto velatamente umoristico: in fondo si tratta di un “bambinone” cresciuto e un po’ imbranato con le donne. In ogni caso, «caspiterina» sembra una scelta forzata e innaturale. Più riuscita, invece, la valutazione che Spiaccichino fa dell’insolita lezione di matematica avuta dalla Ptáčková il giorno prima «Che numeri!» che mantiene l’allusione sessuale.  
Il personaggio di Spiaccichino ha poi presentato un altro problema non da poco. A un certo punto gli arriva un sms sul cellulare da Lucka che gli dice: «Ho già un ragazzo e a parte tutto non sei il mio tipo». Lui subito chiede a Pepa se «A parte» si scrive tutto attaccato. In quel momento il display del cellulare è inquadrato in primo piano e in ceco si vede chiaramente che le parole per «A parte» sono due e la prima comincia con A ed è più corta della seconda. Molto bravo l’autore dei dialoghi a superare questo punto spinoso che, seppure secondario nella narrazione, fa comunque correre il rischio di svelare il trucco: quando ci sono in ballo elementi grafici in un film è molto facile che l’artificio del doppiaggio venga “smascherato”, se non si trova la strategia più adeguata per adattarli.
Altri momenti in cui il doppiaggio italiano ha superato in maniera soddisfacente alcuni possibili punti di criticità sono rappresentati dalle due scene in cui Eli dà lezioni di tedesco al signor Wasserbauer. Nelle prima Eli rimprovera il suo studente di passare prematuramente dall’uso del “lei” a quello del “tu”: in questo caso non ci sono stati grandi problemi in quanto il sistema degli allocutivi in tedesco non è molto diverso da quello in italiano. I doppiatori hanno ovviamente recitato le poche battute che i personaggi dicono in tedesco. Nella seconda scena il signor Wasserbauer rivela i suoi veri sentimenti a Eli e lo fa parlandole in tedesco. A questo punto lei gli chiede: «Lei parla il tedesco?», rendendo così superfluo capire quello che lui le ha detto in tedesco. Buona la soluzione in cui l’uomo invita la donna «a fare due chiacchiere, non in tedesco» in cui si è aggirato l’ostacolo di tirare in ballo la lingua madre dei due personaggi. Nell’originale il personaggio infatti parla di due chiacchiere «in ceco». Un problema simile è presente nella scena in cui Pepa, alla ricerca di un nuovo lavoro, si reca a quella che lui crede essere la biblioteca pubblica, ma che in realtà ora è uno studio dentistico, e dice alla segretaria: «Me la cavo discretamente in campo letterario, soprattutto ceco». Naturalmente lui è un insegnante di lettere e di lingua ceca: per aggirare parzialmente l’ostacolo il dialogista ha inserito quel “soprattutto” che non è affatto inessenziale e che gli permette di superare le insidie che si celano sempre dietro a frasi apparentemente innocue che fanno riferimento alla lingua e alla cultura del personaggio che sta parlando.
Sempre restando sul piano letterario, sembrano efficaci non solo tutte le citazioni poetiche e letterarie che spesso Pepa fa alla moglie quando lui rientra in casa, ma anche la traduzione dei quattro versi del poeta ceco Jaroslav Vrchlický in quella che sarà l’ultima lezione di Pepa a scuola. Il ritmo ricalca l’originale ceco e la traduzione suona sufficientemente ricercata. Sempre legati all’ambito letterario sono i libri della serie Testolinadura di cui l’anziana signora Lamková non riesce più a leggere i caratteri perché «glieli hanno rimpiccioliti». Non mi è dispiaciuta la strategia di tradurre semplicemente il titolo della serie. Il punto qui non è tanto quale libro la donna non riesce più a leggere, ma il fatto che lei attribuisca la cosa a presunti spiritelli che le fanno degli scherzi, frutto ovviamente della sua immaginazione. Lasciare degli elementi della cultura ceca non è una strategia sbagliata, soprattutto se ai fini della narrazione il riferimento culturale è rilevante fino a un certo punto. Quando, invece, il riferimento culturale ha un significato preciso o serve alla narrazione, renderlo più chiaro può essere una strategia utile. Questo è avvenuto nella scena in cui Pepa fa una magia per il nipotino Tomik con la tazzina del caffè: Eli si alza dal tavolo stizzita e dà al marito del Mago Merlino con il chiaro intento di deriderlo. Il riferimento a Mago Merlino ci piace perché, anche se immediatamente comprensibile da tutti, ha comunque una radice letteraria e quindi messo in bocca a un’insegnante di lingue colta come Eli è molto plausibile.
Concludo le mie considerazioni sulla qualità delle scelte traduttive, soffermandomi brevemente sull’ottimo uso che viene fatto nei dialoghi degli allocutivi. Esemplare in questo senso è la scena in cui Robert Landa accompagna in auto, insieme a Helenka, Pepa e Eli a fare il giro in mongolfiera. I due uomini fingono di non conoscersi e si danno conseguentemente del lei e Pepa chiama Robert «signor Landa» o «ingegnere». Quando, però, Pepa si accorge all’ultimo momento che devono svoltare, grida rapido all’altro: «Va’ a destra, Robert!» e la moglie subito lo richiama dicendogli: «Scusa, ma gli dai del tu al signor ingegnere?». Pepa si scusa e l’altro gli dice: «Fa niente, mi dia pure del tu». E poi si arrendono e confessano di conoscersi già. In questa scena l’uso adeguato degli allocutivi è importante ed è stato fatto in italiano in modo impeccabile.
Una considerazione su un dettaglio tecnico: non condivido molto la scelta operata di non doppiare quel paio di occasioni in cui Pepa per salutare il collega Parlantina imita una tromba che suona una marcia militare. La voce dell’attore-doppiatore Bruno Alessandro, anche se calza a pennello al personaggio e alla faccia dell’attore originale, non somiglia, però, più di tanto a quella di Zdeněk Svěrák: è vero che, tutto sommato, in queste due occasioni lo scarto fra le due voci si avverte di meno rispetto ad altri momenti del film, però si sente comunque. Resta il fatto che, in un film così ben scritto in italiano e ben diretto, in fondo si trattava di solo un paio di righe in più da pagare all’attore-doppiatore del personaggio protagonista. È chiaro che si tratta di una finezza tecnica, peraltro non così rilevante e che ovviamente non pregiudica il giudizio positivo del doppiaggio di questo film.

Giuseppe De Bonis

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