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Scheda

Sceneggiatura:

Samuel Baum, Josh Singer, Dustin Thomason

Regia:

Adam Davidson, Daniel Sackheim

Prodotto da:

Imagine Television/20th Century Fox Television

Edizione italiana:

E.T.S.

Dialoghi italiani:

GIANFRANCO AMALFITANO, SERENA PACCAGNELLA

Direttore del Doppiaggio:

LUCA WARD, GIORGIO BORGHETTI

Assistente al doppiaggio:

ERIKA GOSTI

Fonico di doppiaggio:

MASSIMO VITERBINI, SANDRO ROSSI

Fonico di mix:

SIMONE BERTOLOTTI

Trasmesso in Italia da:

FOX

Voci:

Tim Roth:

MASSIMO POPOLIZIO

Kelli Williams:

ROBERTA PALADINI

Brendan Hines:

GIORGIO BORGHETTI

Monica Raymund:

CLAUDIA RAZZI

dialoghi
italiani
2,5
direzione
del doppiaggio
3

Lie to me - prima stagione
(Lie To Me, Usa 2009)

Questa nuova serie – molto pubblicizzata durante l’estate – mi ha incuriosito innanzi tutto per la partecipazione di Tim Roth come protagonista, poi per il tema trattato: la pretesa capacità di capire, attraverso lo studio della gestualità e della mimica facciale, cosa esprimono le persone e, di conseguenza, se stanno mentendo oppure no. Il tutto è incentrato sulla prontezza di riflessi nel percepire ogni minimo gesto dell’individuo interrogato e sulla preparazione scientifica del protagonista e dei suoi collaboratori.
Per quanto riguarda la versione italiana, innanzitutto un rilievo sulla traduzione: sembra che sia stato fatto ricorso ai calchi più del necessario. Alcuni esempi:
il termine «popolare», per esempio, riferito all’essere benvoluti a scuola: è pertinente, ma nel linguaggio comune è poco usato. E poi viene ripetuto troppe volte: il ricorso a qualche sinonimo avrebbe reso tutto più scorrevole.
Sicuramente però non è ripetuto quanto l’odiato (da me) e abusato (da altri) «fare sesso», riproposto anche tre o quattro volte nel giro di neanche dieci secondi (orologio alla mano).
Errato per concordanza è «L’ottanta per cento sono tutti razzisti».
A seguire:
In più puntate si sente dire: «Noi siamo scienziati». Non è scorretto in sé, ma talvolta potrebbe essere sostituito dal termine «studiosi», specialmente se lo si intende nell’accezione dello studio (appunto) dell’uomo dal punto di vista antropologico-sociologico-psicologico-linguistico.
«I familiari sono venuti dall’India per ritirare le salme». I protagonisti sono così solidali con le altrui sofferenze che un termine “postale” stona. Sono persone, sono corpi di giovani donne suicide, non lettere raccomandate: il termine usato dà l’idea di distacco, non di partecipazione al dolore.
E poi, nella stessa puntata, si sente tante volte «surrogata», «è la mia surrogata», ecc.: da noi lo chiamano «utero in affitto», mentre in America preferiscono parlare di «madri surrogate». Il termine è corretto, per carità, ma l’ho trovato un po’ freddino. E comunque è stato ripetuto troppe volte di seguito, come il «popolare» di prima.
Ciò che però mi ha infastidito veramente è stato il fatidico calco: «Sei qui per una ragione?».
Questa espressione in italiano non si usa, o, meglio, la usano solo gli adattatori quando non trovano di meglio da far dire ai personaggi.
Così come il «sta flirtando», che si sente ripetere sempre più spesso, anche in momenti, come quello in questione, di agitazione e di ipotizzabile gelosia, caso in cui un «ci sta provando», anche se banale, forse sarebbe più calzante.
Solitamente la terminologia che si fa usare ai vari personaggi dipende dalla loro personalità, dal grado di cultura, dalle circostanze in cui si trovano: in questo caso sia Cal che Gillian sono persone con un grado di cultura, e quindi di eloquio, piuttosto elevato; trattano con persone di tutti i tipi: dai pompieri agli ambasciatori; sarebbe più verosimile farli parlare con una terminologia più ricercata e comunque sempre diversa.
Effettivamente si deve dare atto agli adattatori che questo accade nella maggior parte dei dialoghi che li vede impegnati, ma ogni tanto, senza apparente motivo, cadono nel doppiaggese.

La direzione del doppiaggio è discreta, scorre tutto senza troppi intoppi, a parte la grave distrazione di pronuncia «Dànielle» e «Danièlle», ovviamente a brevissima distanza l’una dall’altra.
L’esperto e capace Massimo Popolizio si allontana dallo stereotipo “bella voce=bravo”; ci regala un Tim Roth molto espressivo: è un tipo eccentrico, bizzarro, a volte anche antipatico, usa metodi spesso stravaganti e singolari per capire chi ha davanti.
Gli altri sono nella norma, dignitosi ma della serie «portiamo a casa la giornata».

In generale, ritengo che le “inesattezze” possano essere evitabili con un po’ di attenzione in più: sembra che si abbia una gran fretta di finire il lavoro, e, si sa, la fretta è cattiva consigliera.

Vittoria Alessi

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