Notizie Recensioni Interviste Prima Pagina Materiali Perditempo

Recensioni Reviews

Scheda

Soggetto:

Dave Johannson, Nick Schenk

Sceneggiatura:

Nick Schenk

Regia:

Clint Eastwood

Prodotto da:

CLINT EASTWOOD, BILL GERBER, ROBERT LORENZ PER DOUBLE NICKEL ENTERTAINMENT, GERBER PICTURES

Distribuito da:

WARNER BROS. PICTURES ITALIA

Edizione italiana:

TECHNICOLOR spa

Dialoghi italiani:

FILIPPO OTTONI

Direttore del Doppiaggio:

FILIPPO OTTONI

Assistente al doppiaggio:

IVANA FEDELE

Fonico di doppiaggio:

ENZO MANDARA

Fonico di mix:

GIANNI PALLOTTO

Voci:

Clint Eastwood:

MICHELE KALAMERA

Bee Vang:

JACOPO BONANNI

Ahney Her:

VALENTINA MARI

Christopher Carley:

GIANFRANCO MIRANDA

Brian Haley:

NINO PRESTER

Geraldine Hughes:

ROBERTA GREGANTI

Dreama Walker:

VIRGINIA BRUNETTI

Brian Howe:

ENRICO DI TROIA

John Carroll Lynch:

STEFANO DE SANDO

William Hill:

DIEGO REGGENTE

Sonny Vue:

STEFANO DE FILIPPIS

Doua Moua:

DAVIDE PERINO

Choua Kue:

CHIARA GIONCARDI

Cory Hardrict:

PAOLO VIVIO

Nana Gbewonyo:

ALESSANDRO BALLICO

dialoghi
italiani
4
direzione
del doppiaggio
4

Gran Torino
(Gran Torino, Usa 2008)

Gran Torino è l’ultima riflessione di Clint Eastwood sulla figura mitica dell’eroe/antieroe americano. E forse anche sulla sua carriera da attore, dato che sembra abbia deciso di non apparire più sul grande schermo. Se così fosse, ci lascia con il più bel personaggio che abbia mai interpretato: Walt Kowalski, un veterano della guerra di Corea, un vecchio brontolone, misantropo e razzista che tiene sempre il fucile a portata di mano. Come se non bastasse, è l’ultimo americano ad abitare in un quartiere ormai interamente popolato da asiatici (hmong, per la precisione) che, naturalmente, lui odia a morte. Insomma, un vecchietto adorabile... Chi si aspettava il ritorno dell’Ispettore Callaghan apprezzerà Walt Kowalski, ma rimarrà sicuramente spiazzato dall’evoluzione del personaggio che, dopo essersi reso conto di avere più cose in comune con gli hmong che con la sua famiglia, deciderà addirittura di difenderli dalle prepotenze di una gang del quartiere. A questo punto Callaghan non avrebbe di certo esitato a estrarre la sua Magnum 44, e forse Kowalski, da giovane, avrebbe fatto lo stesso. Ma Walt non vuole più commettere gli stessi errori del passato, è stanco di essere considerato l’eroe di turno solo perché non ha scrupoli quando si tratta di premere il grilletto. Walt sa bene che, in realtà, un eroe non lo è mai stato: ma, come ci rivela in uno scambio di battute con la vicina di casa hmong, per essere un eroe è sufficiente che gli altri pensino che tu lo sia. Stavolta, però, l’eroe non farà quello che gli altri si aspettano da lui, non premerà il grilletto: farà molto di più. Riuscirà a riconoscere i suoi sbagli, a capire che la violenza genera solo altra violenza e a trovarvi un’alternativa, per permettere alle nuove generazioni di vivere finalmente in pace. Forse Eastwood pensa che per l’America sia arrivato il momento di seppellire i vecchi eroi e di fermarsi a riflettere sul proprio passato, questa volta in modo produttivo.
Gran Torino è un film dagli equilibri delicati, e non solo per quanto riguarda i contenuti: le scelte linguistiche sono essenziali nella complessa caratterizzazione dei personaggi di questa storia che enfatizza di continuo le differenze di origine, età, estrazione sociale. L’adattamento e il doppiaggio italiano corrono spesso il rischio di appiattire queste differenze a favore dell’italiano standard e di una dizione impeccabile. Non che in Gran Torino non si siano curati questi due aspetti, anzi: è evidente che si è ancorati a una recitazione di tipo classico. E probabilmente lo è anche il pubblico italiano. Ad ogni modo, gli sforzi fatti per riproporre – nei limiti del possibile, è ovvio – le sopracitate differenze tra i personaggi o tra gruppi di personaggi hanno reso il film più “vivo” e contribuito a un maggiore coinvolgimento del pubblico delle sale italiane.
Certo, è praticamente impossibile riproporre nella versione italiana i diversi accenti (quello dei messicani, degli hmong, dei neri o degli irlandesi). L’unico tentativo è stato fatto con il barbiere italo-americano doppiato da Stefano De Sando, che ha un accento meridionale. Comunque, da questo punto di vista i dialoghi originali aiutano molto, dato che in nessun caso le origini di un personaggio si lasciano sottintese. Si è lavorato molto di più sul lessico, con risultati molto convincenti. Si pensi solo agli scambi di battute tra i membri della gang hmong o tra i ragazzi di colore che importunano Sue, intrise di «fuck/fucking», «motherfucker», «ass», «man» e «yo, man», che vengono resi utilizzando un linguaggio altrettanto volgare e di strada, senza ricorrere però a terminolgia doppiaggese come «fottuto» per «fuck/fucking» e «amico» per «man», ma utilizzando altre espressioni volgari che vengono effettivamente usate nel parlato quotidiano e coprendo spesso «man» con un «dai», intercalare comune nel linguaggio giovanile. Qualche sgrammaticatura qua e là completa il quadro. Walt viene invece caratterizzato da un linguaggio un po’ antiquato che lo allontana dal modo di esprimersi delle nuove generazioni: gli sentiamo dire cose del tipo «ti sei appena laccata le unghie», «bulli», «predicozzo», «baciapile», «quelli della tua stirpe» e, riferito alla Gran Torino, «non è una chicca?», mentre sua nipote parla di «auto fica», «quel fichissimo divano storico che hai nella tua tana», «io a mobili sto a zero», ecc.
Altre soluzioni lessicali convincenti riguardano la resa dei modi politicamente scorretti (volutamente esagerati) di Walt nei confronti degli hmong che non esita a insultare apertamente apostrofandoli «zipper head», «chink», «gook», tutti termini offensivi coniati dai soldati americani per riferirsi agli asiatici. Nella versione italiana questi insulti vengono uniformati e resi con il classico «muso giallo» (termine usatissimo nel doppiaggio di vecchi film di guerra americani, che evoca quindi il contesto esatto a cui ci si sta riferendo). Le resa delle offese un po’ più soft rivolte a Thao, il ragazzo hmong di cui Walt diventa amico, ha suscitato particolare ilarità in sala: «egg roll» e «puss cake» diventano rispettivamente «riso lesso» e «panna smontata» (letteralmente, con «egg roll» ci si riferisce a una specie di involtino primavera e con «puss cake» a una torta di panna). Geniale anche la resa del gioco di parole sul nome di Thao, che viene sempre storpiato in modo dispregiativo da Walt in «Toad» (letteralmente «rospo», usato qui in senso figurativo per indicare una persona sgradevole). In italiano, «Toad» diventa «tardo», che calza perfettamente, essendo simile all’originale e rendendo l’idea della scarsa considerazione che Walt ha del ragazzo. Da un altro “amichevole” scambio di insulti, questa volta tra Walt e il barbiere di origine italiana, nasce un divertente «impastapizze» (per rendere «wop dago», termine sicuramente molto più offensivo usato per indicare gli immigrati italiani).
Altrettanto divertente la soluzione per “The Three Stooges”, un riferimento culturale troppo specifico per essere mantenuto (si tratta di un trio comico legato alla storia della slapstick comedy). Anche se in realtà in Italia sembra che siano conosciuti come “I tre marmittoni”, in pochi avrebbero colto il riferimento: si è optato quindi per “I tre porcellini”, che nel contesto funziona molto bene.
Un paio di appunti. Ancora una volta si è cascati nel tranello «Call me Walt/Mi chiami Walt», quando invece l’espressione «call me + nome proprio» significa «dammi del tu». In inglese funziona perché non esiste la distinzione tra il “tu” e il “lei”, ma in italiano non ha senso. Inoltre, non ho ben capito perché si è mantenuto in italiano “Mr Kowalski” e non si è usato “Signor Kowalski”.
Poco da ridire sulla direzione del doppiaggio: Michele Kalamera ha doppiato Eastwood in moltissimi film e lo interpreta egregiamente, con grande attenzione a ogni fiato, esitazione, tremore e “ringhio” di Walt (tra l’altro, è stato premiato come Miglior Doppiatore Protagonista - ex-aequo con Massimo Rossi - al Gran Premio Internazionale del Doppiaggio 2009). Jacopo Bonanni ha riproposto in modo convincente la voce un po’ da imbranato di Thao/Bee Vang, mentre la simpatica e spigliata Sue/Ahney Her è stata ben interpretata da Valentina Mari. Per quanto riguarda i non protagonisti, l’interpretazione di Gianfranco Miranda nei panni di Padre Janovich (per come ce lo descrive Walt, un ingenuo ventisettenne vergine) sembra addirittura più azzeccata di quella di Christopher Carley. Un po’ troppo forzato Stefano de Filippis nel ruolo del teppista Smokie/Sonny Vue, e troppo “pulita” la voce di Davide Perino su Spider/Doua Moua.
In conclusione, mi sembra sia stato fatto un “gran” bel lavoro.

Giuliana Sana

aggiungi il tuo punto di vista

La redazione si riserva la facoltà di pubblicare i contributi inviati, fatto salvo ovviamente ogni diritto di replica.

 

 

 

Avvertenze legali ~·~ © 2005~2013 aSinc.it ~·~ Tutti i diritti riservati.