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Scheda

Soggetto:

Bernhard Schlink

Sceneggiatura:

David Hare

Regia:

Stephen Daldry

Prodotto da:

ANTHONY MINGHELLA, SYDNEY POLLACK, DONNA GIGLIOTTI, REDMOND MORRIS ED HENNING MOLFENTER

Distribuito da:

01 Distribution

Edizione italiana:

CVD

Dialoghi italiani:

MAURA VESPINI

Direttore del Doppiaggio:

MAURA VESPINI

Assistente al doppiaggio:

PAOLA SPERANZA

Fonico di doppiaggio:

GIOVANBATTISTA MARIANI

Fonico di mix:

ROBERTO MORONI

Sonorizzazione:

TECHNICOLOR SOUND SERVICES

Voci:

Kate Winslet:

CHIARA COLIZZI

Ralph Fiennes:

ANGELO MAGGI

David Kross:

EMILIANO COLTORTI

Lena Olin:

MELINA MARTELLO

Bruno Ganz:

FRANCO ZUCCA

Burghart Klaußner:

STEFANO DE SANDO

dialoghi
italiani
2
direzione
del doppiaggio
3

The Reader
(The Reader, Usa/Germania 2008)

Devo ammettere due cose: la prima è che questo tanto osannato film non mi ha entusiasmato. L’impegnativo tema (l’impossibilità della catarsi individuale e collettiva di fronte a un tragedia come quella dell’olocausto) è a mio parere troppo espresso (grazie alle didascaliche tirate del professor Ganz e quelle pedanti della ricca sopravvissuta) e va a toccare poco o niente nel profondo (grazie anche alle faccette allibite del paziente tedesco, che rasentano spesso il ridicolo). Anche l’oscarata Winslet vince ma non convince: la maschera ottusa che indossa con pertinacia lascia trasparire troppa giovanile innocenza per essere completamente credibile. La seconda cosa che devo ammettere è che mi dispiace colpire un’altra volta Maura Vespini e un film distribuito dalla 01 perché sembra che lo faccio apposta, ma così non è (per metodo, quando scelgo un film da recensire non vado mai a vedere chi l’ha doppiato) e quindi spero che la cosa non generi rancori.
A cominciare dal titolo – si legge “ad alta voce” e non “a voce alta” –, nell’edizione italiana sembra che ci sia sempre qualcosa di fuori fase, di impreciso, di poco curato, che va nella stessa direzione della sciatteria registica di far imparare a leggere (in tedesco) la protagonista su una edizione in inglese del libro di Cecov (ma i coproduttori tedeschi perché non l’hanno fatto notare?). La stessa approssimazione si nota nel doppiaggio, non tanto nella direzione – non potevano fare di più Chiara Colizzi, Angelo Maggi ed Emiliano Coltorti, ma non si capisce perché si sono lasciate molto forti e chiare le voci in tedesco dei brusii – quanto nei dialoghi, che mi sono sembrati scritti un po’ a tirar via. Per cominciare, il saggio di Jaspers citato dal professore di diritto, nell’edizione italiana (Milano: Cortina, 1996) si intitola “La questione della colpa” (peraltro traduzione letterale del titolo originale “Die Schuldfrage”) e non “La questione della colpa della Germania”, e l’informazione è reperibile con pochi secondi di lavoro in qualsiasi bibliografia in rete. Allo stesso modo, a prescindere dalla sceneggiatura originale, risulta alle nostre orecchie europee alquanto curioso che un ginnasiale tedesco (e non americano) spieghi che «L’Odissea è un viaggio. Lui parte per un viaggio», mentre “odissea” ha assunto per noi il significato di “viaggio” perché Odisseo-Ulisse si ritrova a vagare per vent’anni prima di riuscire a tornare a Itaca. Anche questa informazione, per chi non ha fatto il liceo, con una connessione veloce è rintracciabile in pochi minuti. Sempre della serie “errori evitabili”, stona un po’ che lo studioso Michael dica «Avrei voluto venire prima» invece dell’esatto «Sarei voluto venire prima» o che il giudice chieda «Conosce quel libro?» riferendosi al volume che tiene in mano. Ci sono poi una serie di incongruità espressive: al professore del liceo di Michael la signora Vespini fa dire «Il concetto di segretezza è centrale nella letteratura occidentale», espressione concettualmente confusa, visto anche il pulpito; Michael - che a parte quando legge è uno di poche parole – quando parla usa tutta una serie di strane espressioni: ad Anna che sta per uscire di galera dice «Vuoi uscire in sordina o vuoi fare baldoria?» e alla sopravvissuta americana propone di devolvere l’eredità di Anna a «un’organizzazione che incoraggi l’alfabetizzazione», al che uno si domanda: ma questo ci fa anche l’avvocato? Anche se, a ben vedere, i primi sintomi di disordine espressivo erano già presenti in Michael ragazzo: alla madre aveva detto «Una donna si è occupata di me» e alla domanda di Anna «Ce l’hai un libro?» non aveva trovato di meglio da rispondere di «Ne ho uno con me da stamattina» (nel senso che ce l’aveva nella cartella di scuola). Anna va bene che è analfabeta, ma farle dire «È finita col leggere?» e per ben due volte «Abbi cura di te» è davvero impietoso, come è scorretto nei confronti dello spettatore imporgli la risata al momento del climax narrativo, quando la ricca sopravvissuta dice al protagonista che nella scatola da tè rubatale da bambina ad Aushwitz conservava «ricordi affettivi». Diverso è il caso della strana domanda di Anna «Che cosa studi nella nostra lingua?» Qui il problema sembrerebbe più sottile: come ovviare al fatto che la lingua di cui cui si parla nella traduzione ovviamente non è più quella che parlano i personaggi? Quel “nostra lingua” piazzato là ogni volta che chiaramente quello diceva “l’inglese”, “il francese” ecc è obbligatorio? E se si cambiasse la battuta, morirebbe qualcuno?

Valerio Moretti

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