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Scheda

Sceneggiatura:

Guillermo Arriaga

Regia:

Alejandro González Iñárritu

Prodotto da:

ANONYMOUS CONTENT, DUNE FILMS

Distribuito da:

01 Distribution

Edizione italiana:

CVD

Dialoghi italiani:

MAURA VESPINI

Direttore del Doppiaggio:

MAURA VESPINI

Assistente al doppiaggio:

PAOLA SPERANZA

Fonico di doppiaggio:

GIOVANBATTISTA MARIANI

Fonico di mix:

GIANNI PALLOTTO

Sonorizzazione:

TECHNICOLOR SOUND SERVICES

Voci:

Brad Pitt:

SANDRO ACERBO

Cate Blanchett:

CRISTIANA LIONELLO

Gael García Bernal:

EMILIANO COLTORTI

Adriana Barraza:

ANNA MELATO

Clifton Collins Jr.:

PASQUALE ANSELMO

R.D. Call:

PIERO TIBERI

Michael Peña:

MASSIMO ROSSI

Nathan Gamble:

JACOPO CASTAGNA

Elle Fanning:

ANGELICA BOLOGNESI

Damian Garcia:

CARLO SCIPIONI

dialoghi
italiani
2
direzione
del doppiaggio
2

Babel
(Babel, Usa 2006)

Babel, come dice il titolo stesso, è una babele di lingue e culture. Uno degli elementi caratteristici del film è, infatti, una diversità culturale che si riflette anche in una complessa varietà linguistica. Per quanto riguarda il doppiaggio in italiano, al di là di alcune scelte di registro forse inadeguate (quanti bambini cresciuti tra pecore e sciacalli avrebbero davvero uno scambio di battute ben costruito come questo: – «Questi, Hamed, non sono affari tuoi»  – «Se vuoi che non lo siano, non farlo mai più»?); al di là di alcune battute forse poco realistiche (come quelle che la Blanchett pronuncia subito dopo essere stata colpita da una pallottola vagante: alla domanda del marito «Amore, che hai?» risponde come “chiunque” farebbe subito dopo essere stato ferito da chissà chi: «Niente». O, ancora, alla constatazione del marito «Ma perdi sangue!», ribatte: «Sto bene». Un banale ma più plausibile «Non lo so» o un semplice verso o un fiato, sarebbero stati forse più adeguati al contesto, anche perché, nella versione originale, la Blanchett non pronuncia né l’una né l’altra battuta); al di là, infine, di alcune interpretazioni anche quelle poco realistiche (quanti alla notizia che la propria sorella è in fin di vita in qualche paesino sperduto del Marocco riuscirebbero a mantenere il tono quasi distaccato con cui la sorella della Blanchett morente parla al telefono con il cognato?... Complimenti per l’aplomb!); al di là di tutto ciò, la problematica più evidente e stimolante posta da un film come Babel riguarda proprio il suo ostentato multilinguismo. Una delle scelte fondamentali nell’adattare un film è senza dubbio quella linguistica. Scegliere una lingua, un registro, una varietà piuttosto che un’altra ha conseguenze inevitabili sull’identità di un film. Una scelta, questa, che si fa più ardua quando uno degli elementi distintivi di un film è, appunto, il multilinguismo. A volte, nella versione italiana di film multilingue, il dilemma è stato risolto con l’appiattimento totale attraverso il solo uso dell’italiano standard, che, in alcuni casi, ha portato anche a un’inevitabile riscrittura dei dialoghi (basti pensare a Walk on water, diretto da Eytan Fox nel 2004). Durante un’intervista, Alejandro González Iñárritu, regista di Babel, espresse esplicitamente la volontà che la pluralità linguistica del suo lavoro fosse mantenuta, dichiarandosi soddisfatto della decisione presa dalla 01Distribution di distribuire il film doppiando solo le scene in lingua inglese. Scelta particolare in un paese come l’Italia che sembra tornare ad un analfabetismo pre-bellico quando si parla di qualche sottotitolo in più. Commentando questa insolita decisione di distribuire Babel con una forte componente di sottotitolatura, il direttore di doppiaggio, inoltre, si dichiarò sicuro che, per la sua bellezza, il film non ne avrebbe risentito. Non avendo avuto il piacere di vedere questa versione cinematografica rispettosa delle pluralità, non posso certo dire quanto effettivamente il film ne abbia o meno risentito. Ciò che è certo è che non può averne risentito nella versione distribuita in dvd, dato che tutte le scene del film sono doppiate. Leggendo qualche commento sulla versione cinematografica, quella sì, solo parzialmente doppiata, posso solo riportare una critica che mi è sembrata ricorrente e condivisa da molti spettatori, riguardante l’accento genovese o veneto (sulla provenienza dell’accento, a onor del vero, i pareri sono discordanti) con cui sarebbero stati doppiati i messicani. Coloro che hanno visto e criticato quella versione saranno, dunque, ben lieti di scoprire che nella versione in dvd sparisce ogni sfumatura linguistica in nome di un italiano standard, pulito, scevro da inflessioni, perfetto per un corso di dizione. È così che la tata messicana, “approdata” in Italia, perde immediatamente l’accento messicano che era riuscita a conservare pur lavorando in America da sedici anni. Ed è così che bambini cresciuti nel deserto marocchino parlano lo stesso italiano impeccabile di bambini cresciuti nella borghesia americana. Un po’ di sapore locale viene conservato solo in qualche “Salam aleikum” qua e là o affidato ad un’unica frasetta in spagnolo pronunciata da un attore secondario nella scena del matrimonio messicano. Inoltre, sparito il plurilinguismo, alcune scene costruite proprio sull’incomprensione dei personaggi perdono di significato. Ad esempio, il continuo supporto linguistico che Brad Pitt chiede alla guida marocchina diventa fuori luogo e lui si trasforma nel solito belloccio un po’ lento che chiede spiegazioni inutili e ridondanti quando, in realtà, la sua unica colpa è di non conoscere l’arabo. Questi sono disguidi inevitabili quando si decide di sostituire la pluralità linguista con un’unica, artificiale “lingua franca”. Christine Heiss in un saggio presentato al convegno “Tradurre il cinema” tenutosi presso l’Università degli studi di Trieste nel 1996, ricorda che il doppiaggio «si basa sulla tacita disponibilità dello spettatore ad accettare che una vicenda, collocata da elementi visivi ed extralinguistici in un determinato paese e in un determinato ambiente culturale, improvvisamente si svolga a livello verbale nella propria madrelingua». Ma nel caso di film in cui questi elementi collocano la vicenda in un complesso ambiente multiculturale a cui si accompagna una dimensione verbale plurilingue altrettanto complessa, questo tacito accordo riesce a conservare la sua validità? Lo spettatore è davvero disposto ad accettare tacitamente un cambiamento così radicale? Il doppiaggio porta sempre con sé una piccola, necessaria dose di tradimento dell’originale, ma, come in tutti i rapporti di coppia, di alcuni tradimenti si resta ignari, altri si è disposti a perdonarli, altri, invece, diventano troppo evidenti per sperare nel perdono.

Andreina Masi

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