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Scheda

Sceneggiatura:

Todd Haynes, Oren Moverman

Regia:

Todd Haynes

Prodotto da:

JOHN GOLDWYN, CHRISTINE VACHON PER KILLER FILMS, JOHN WELLS PRODUCTIONS, JOHN GOLDWYN PRODUCTIONS, E

Edizione italiana:

Pcm Audio-Cvd

Dialoghi italiani:

Francesco Vairano

Direttore del Doppiaggio:

Francesco Vairano

Assistente al doppiaggio:

Sonia De Dominicis

Fonico di doppiaggio:

Marco Del Riccio

Fonico di mix:

Claudio Toselli

Voci:

Richard Gere:

Massimo Venturiello

Cate Blanchett:

Cristiana Lionello

Christian Bale:

Massimiliano Manfredi

Marcus Carl Franklin:

Jacopo Bonanni

Heath Ledger:

Adriano Giannini

Ben Whishaw:

Emiliano Coltorti

Charlotte Gainsbourg:

Stella Musy

David Cross:

Luigi Ferraro

Fanny La Croix:

Franca D'Amato

dialoghi
italiani
4
direzione
del doppiaggio
2

Io non sono qui
(I'm Not There, Usa 2007)

Innanzitutto una precisazione: questa recensione è stata scritta a 60 mani come esercitazione nel corso del Master in traduzione multimediale ed edizione delle opere audiovisive organizzato dall’Università di Bologna, Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori del Dipartimento Sitlec di Forlì. Le nostre impressioni, quindi, e le nostre valutazioni sono la somma e la sintesi dei diversi punti di vista emersi dalla discussione.
Il film è piaciuto (da molto ad abbastanza) alla quasi totalità di noi, ma tutti l’abbiamo ritenuto un film di non immediata comprensione per chi non abbia vissuto il clima culturale e storico degli anni Sessanta-Settanta, qui descritto attraverso le diverse personalità artistiche di Bob Dylan in un continuo gioco di rimandi, citazioni ed evocazioni.

Il principale difetto del doppiaggio del film, difetto a nostro parere molto grave, è la mancanza dei sottotitoli nelle canzoni. Senza questo aiuto, che sarebbe stato fondamentale, chi non è un cultore di Dylan è ingiustamente condannato a perdere moltissimi riferimenti. Le canzoni scelte non solo hanno una specifica funzione narrativa, ma contengono insieme pezzi di biografia e immaginario del loro autore, nonché riferimenti storico-culturali importanti a cui Dylan attingeva continuamente. Sono quindi indissolubilmente legate al racconto e a volte vi si intrecciano a tal punto che si ha quasi l’impressione che il racconto sia stato sviluppato in loro funzione. Per questo motivo avrebbero meritato una maggiore attenzione nel doppiaggio: se da un lato abbiamo avuto il piacere di ascoltarle senza distrazioni, dall’altro i sottotitoli avrebbero aiutato a comprendere meglio l’essenza del film. Forse anche tra i dylaniani qualcuno ne avrebbe perdonato la presenza a favore della migliore comprensione di un film già abbastanza enigmatico, come del resto il personaggio a cui si ispira. Peraltro, qua e là i cartelli sono utilizzati (ma in modo discontinuo e discutibile, mancando in molti momenti importanti), quindi dobbiamo dedurre che non averli usati per le canzoni non sia stata una scelta economica ma teorica, secondo noi completamente sbagliata. In un film come questo, in cui la scelta registica è di un non-genere, o meglio di un continuo cambiamento di registro che si muove continuamente dalla fiction al documento, il doppiaggio di per sé costituisce senz’altro una forzatura del valore espressivo complessivo dell’opera; in quanto tale è un elemento spurio, difficile da accettare e comunque da accettare nell’ottica di una maggiore comprensione. Una volta scelta la via del doppiaggio, però, sarebbe stato bene seguirla fino in fondo e quindi sottotitolare anche le canzoni, che sono di fatto le protagoniste del film. È stato riscontrato un ulteriore problema di coerenza riguardo la scelta di inserire o meno parti di dialogo durante le canzoni, là dove effettivamente erano presenti nel film e riscontrabili dai movimenti delle labbra degli attori, con un risultato ancora una volta discontinuo ed opinabile.


La stessa attenzione sarebbe stata necessaria nella scelta delle voci. Se accettiamo come naturale la presenza di una donna nel ruolo dell’androgino Jude, facciamo fatica ad ascoltarla doppiata, specialmente se alla forza interpretativa di Cate Blanchett (che, è evidente, può fare qualsiasi cosa) Cristiana Lionello sovrappone una recitazione soffiata e vagamente sensuale che ci ha ricordato subito Sharon Stone. La Lionello risulta a tratti così forzata da far capire immediatamente al pubblico di essere la voce di una donna che si sforza disperatamente per imitare quella di un uomo, facendo così perdere il gusto androgino orginale del personaggio e rendendolo più che altro “buffo”. Se questo è il limite delle doppiatrici italiane, forse sarebbe stato preferibile far doppiare la Blanchett da un uomo.
Stesso problema per Stella Musy, che per quanto si sforzi, è chiaramente un’italiana che fa l’accento francese. Perché non si è scelto di far doppiare da sola la Gainsbourg, che sicuramente avrebbe parlato italiano con un accento più credibile?
Perplessità anche sulla scelta di Venturiello, che ci è sembrato avere una voce troppo giovane per Richard Gere/Billy, mentre Jacopo Bonanni ci è parso assolutamente inadeguato, in quanto sostituisce all’innocente sfrontatezza del talentuoso Marcus Carl Franklin un tono saputello e antipatico, rendendo grottesco un personaggio che dovrebbe rappresentare la poesia primordiale che è poi la matrice popolare (esatta traduzione di folk, più del “tradizionale” usato nel film) della musica di Dylan.

Al contrario del doppiaggio, i dialoghi ci sono sembrati in generale adeguati al contesto e allo spirito del film, malgrado alcune imperfezioni che non tolgono valore all’enorme sforzo traduttivo che deve essere stato necessario nell’affrontare quest’opera, ma che non possiamo non sottolineare e che elenchiamo qui di seguito:
qua è là forme ricalcate sull’inglese (“Figliolo, riesci a sentirmi?”, “Gola tagliata per mano di se stessa”, “Desideri qualcosa?”, “Che problema c’è?”, “Curarsi” per “to care for”, “A chi importa cosa penso” per l'inglese “Who cares”, mentre il senso dell'italiano era evidentemente “Chi se ne frega di cosa penso”); scelte lessicali discutibili (“Si scolò tre tinozze di vino”, “Quel rospetto monello”, “Non che me ne importi un fico”, “Non mi scuce un baffo”, “Ti esponi al rischio di farti ammazzare”), quando non veri e propri errori (“Hanno i paramenti, vedono solo la loro causa”, mentre forse si voleva dire “paraocchi”) e una traduzione dichiarata ma non risolta (“Regina dell’underground, e non intendo dire metropolitana”).

la classe di master di Forlì

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