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Scheda

Soggetto:

Zoe Heller (dal romanzo "La donna dello scandalo")

Sceneggiatura:

Patrick Marber

Regia:

Richard Eyre

Prodotto da:

SCOTT RUDIN PRODUCTIONS, DNA FILMS, FOX SEARCHLIGHT PICTURES, UK FILM COUNCIL, BBC FILMS

Distribuito da:

20TH CENTURY FOX ITALIA

Edizione italiana:

CIS Comunicazione Immagine Suono

Dialoghi italiani:

MASOLINO D'AMICO

Direttore del Doppiaggio:

CLAUDIO SORRENTINO

Assistente al doppiaggio:

SERENA PACCAGNELLA

Fonico di doppiaggio:

FRANCO MIRRA

Fonico di mix:

FRANCO CORATELLA

Sonorizzazione:

FONO ROMA FILM RECORDING

Voci:

Judi Dench:

MARIA LO GIUDICE

Cate Blanchett:

LILIANA SORRENTINO

Bill Nighy:

LUIGI LA MONICA

Andrew Simpson:

FLAVIO AQUILONE

Michael Maloney:

MICHELE KALAMERA

Joanna Scanlan:

FRANCESCA GUADAGNO

Juno Temple:

GIULIA FRANCESCHETTI

Max Lewis:

NICOLO' MANFREDI

Phil Davis:

CLAUDIO SORRENTINO

Stephen Kennedy:

MARIO BOMBARDIERI

dialoghi
italiani
1
direzione
del doppiaggio
0,5

Diario di uno scandalo
(Notes on a Scandal, Gb 2006)

Tutte vittime e nessun carnefice in questa storia dalla trama rigorosamente geometrica: Sheba (Cate Blanchett), giovane insegnante d’arte sposata con il suo vecchio professore e madre di un bambino down, cede alle lusinghe sessual-sentimentali dell’alunno quindicenne bello e sano, mentre è oggetto delle mire della anziana collega Barbara (Judi Dench), vittoriana lesbica seriale che racconta al suo diario l’inesistente storia d’amore.

A dimostrazione di quanto il doppiaggio possa fuorviare dalla comprensione di un film, nella versione italiana tutto il sottile gioco sulle possibili reazioni alla realtà che frustra le umane aspirazioni rischia di ridursi a un drammone sentimentale, e la colpa principale è dell’interpretazione. Le due eccezionali protagoniste avrebbero meritato almeno un tentativo di emulazione. Invece né Maria Lo Giudice né Liliana Sorrentino provano a entrare neanche per un momento nel merito di ciò che stanno facendo: la Lo Giudice non comprende che quello della Dench è semplicemente inglese (e non il solito americano) e sostituisce alla sua asciutta recitazione un insopportabile birignao lezioso del tutto fuori luogo per una donna che è “una macchina da guerra”; la Sorrentino, allo stesso modo, travisa del tutto il suo personaggio e, stroncando la forza assoluta della Blanchett con un tono da gattina impaurita, ce lo fa arrivare senza nessuna sfumatura, senza nessun dramma e quindi incomprensibile nel vissuto e nelle scelte. Se oltre a quella delle protagoniste sono sbagliate anche tutte le altre interpretazioni (Bill Night sembra un idiota isterico e non un raffinato intellettuale che vuol solo essere gentile e Andrew Simpson un ragazzetto di buona famiglia e non un proletario), la colpa dev’essere del direttore, che o non ha scelto bene le voci o non ha capito il film e quindi non ha saputo spiegarlo. Paradossalmente, gli unici doppiatori adeguati sono quelli delle piccole parti (Bombardieri in testa), evidentemente lasciati a se stessi.
La superficialità con cui è stata affrontata quest’opera di raffinata fattura è anche nei particolari: la prima scena scorre dalla voce-pensiero della Dench che legge il suo diario alla Dench stessa che spiega storia in classe. E qui c’è anche il primo scollamento, poiché non c’è cambiamento di campo né di ambiente.

Per scrivere i dialoghi italiani è stato scomodato Masolino D’Amico, ma il risultato è molto modesto. Dal traduttore di Shakespeare, teoricamente avvezzo a percorrere i meandri della mente umana, ci si sarebbe aspettati francamente qualcosa di più di un doppiaggese medio, sempre pervicacemente a sinc, anche a dispetto della sintassi e della logica, così poco “parlato” da sembrare artefatto, così poco fatto ad arte da non dire in realtà niente. Doppiaggese, appunto.
Un esempio a sostegno dell’accusa: nella psicologia di Barbara sembra avere molto rilievo l’appartenenza a una classe sociale. Poco più che proletaria costretta ad avere rapporti con i sottoproletari suoi allievi, invidia e ama (ma non stima) Sheba, rappresentante della middle-class intellettuale e radical-chic. Ebbene, nell’unica frase del diario in cui questo non irrilevante particolare emerge, un errore di traduzione («le tendenze della nostra classe sociale» invece che “della sua”, in originale “her”) ce lo nasconde irrimediabilmente, creando confusione su una delle spinte prioritarie del suo agire.
Per il resto, il dialogo è generalmente fuori registro quando non inverosimile o addirittura sgrammaticato senza ragione. Anche qui alcuni esempi: «Io e le lasagne non andiamo troppo d’accordo. Me ne farò dare una piccola porzione» (invece di “una porzione piccola”); «Questo dovrebbe essere il mio studio, ma in realtà è la mia tana» «Ah, uno spazio tutto per sé» (casomai “per te”); il ragazzo tenta l’affondo con Sheba dicendole «Lei non ha idea di quanto sia bella» (costruzione poco probabile vista l’estrazione e l’occasione); «Erano anni che qualcuno non mi corteggiava così» (si dice “che nessuno mi corteggiava così). Ci sono poi una serie di “finezze” che, non colte, contribuiscono a ingenerare equivoci e a dare al tutto il tono sciatto che ha: Barbara non rivela mai a Sheba le sue preferenze sessuali né le fa mai capire che pensa di star costruendo con lei una storia d’amore, quindi è inverosimile che le dica: «Molte persone hanno compagne con cui non condividono niente». In originale il termine usato è “companion” e in italiano sarebbe stato bene dire “compagni”, perché ufficialmente Barbara si riferisce al matrimonio di Sheba e niente deve farci pensare il contrario, altrimenti non si spiega perché quando alla fine Sheba scopre la verità sui sentimenti della sedicente amica resti così sconvolta. Allo stesso modo, non funziona far dire alla figlia di Sheba, scandalizzata dalla relazione della madre con l’allievo: «Ma ti rendi conto? Ha quasi la mia età!» Qui il fatto scandaloso non è che abbia “quasi” la sua età, ma che sia “perfino” più piccolo di lei. Altra scena: dopo lo scoppio dello scandalo, Barbara va a trovare Sheba a casa e chiede al marito: «Dov’è lei?» (per inciso, quel “lei” finale è del tutto innaturale e chiaramente sta lì a coprire uno “she”) e lui risponde: «Nella sua tana». Ammesso che “tana” sia il termine con cui nel gergo familiare viene chiamata la dependance-studio, non è verosimile che in un momento di tragedia, con tutti i giornalisti fuori dalla porta a reclamare particolari sulla professoressa libidinosa, l’uomo sia in vena di tenerezze lessicali.
Piccolo appunto anche sui cartelli: il primo, su una scatola del corrispondente della nostra tachipirina, ci informa che si tratta di “capsule di paracetamolo”, informazione del tutto inutile e forse anche fuorviante per chi non sappia che il paracetamolo non viene in genere usato per suicidarsi; il secondo, su un sms del focoso alunno che non vede l’ora di “kiavarti” (a colmare un “u” usato per “you”), equivoca sull’uso del sottotitolo che, lungi dal dover rendere lo stile dell’eloquio – funzione delegata ai dialoghi –, dovrebbe invece caratterizzarsi per la comprensibilità.
Il tutto scivola così svilito fino alla scena finale, quando a dramma consumato l’indomita Barbara cerca un’altra vittima nella solitaria avventrice di un parco invitandola a un concerto di Haendel «con un amico, se c’è». Alla risposta che non c’è nessun amico, Barbara vittoriosa conclude con un «Bene, allora siamo d’accordo» che toglie all’originale «There we are» un fondamentale inquietante doppio senso.

Giovanni Rampazzo

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