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Scheda

Soggetto:

Sacha Gervasi (dal romanzo “The big tease”), Andrew Niccol

Sceneggiatura:

Sacha Gervasi, Jeff Nathanson

Regia:

Steven Spielberg

Prodotto da:

Walter F. Parkes, Dreamworks, Amblin Entertainment

Distribuito da:

UIP

Edizione italiana:

Cast Doppiaggio

Dialoghi italiani:

Marco Mete

Direttore del Doppiaggio:

Marco Mete

Sonorizzazione:

International Recording

Voci:

Tom Hanks:

ANGELO MAGGI

Catherine Zeta-Jones:

PINELLA DRAGANI

Stanley Tucci:

LUCA BIAGINI

Diego Luna:

MASSIMILIANO ALTO

Kumar Pallana:

GIORGIO LOPEZ

Chi McBride:

ROBERTO DRAGHETTI

dialoghi
italiani
3
direzione
del doppiaggio
3,5

The Terminal
(The Terminal, Usa 2004)

Viktor Navorskij giunge all’aeroporto JFK di New York; durante il volo, nella Krakhozia, il suo Paese, avviene un colpo di stato e le autorità aeroportuali statunitensi non riconoscono valido il suo visto, quindi è costretto a rimanere nel terminal, la zona di transito, cioè in territorio "neutro". Viktor si è recato negli Stati Uniti per mantenere una promessa fatta a suo padre, e riuscirà, anche se con non poca fatica, a tenere fede al patto.

Viktor, quando arriva, non parla una parola di inglese (nella versione doppiata, ovviamente, di italiano), e il direttore del controllo dogana e immigrazione, Frank Dixon, non riesce a farsi capire.

Intuiamo che Dixon non sa trattare con le persone in difficoltà, si comporta con una sorta di maleducazione: mangia mentre parla con Viktor («Le dispiace se mangio, nel frattempo?»), parla troppo velocemente, anche dopo aver capito che Viktor non ha compreso la gravità della situazione in cui si trova. È sbrigativo (è anche bravo, sta per avere una promozione, cioè diventerà il responsabile dell’intera struttura, teoricamente sa fare il suo lavoro), ma quando decide finalmente di tentare di farsi capire a gesti li usa nel modo sbagliato; è evidente che non è una persona sensibile, per quanto preparato sul regolamento e pronto a riconoscere a vista uno spacciatore da un comune passeggero. Comunque, la sua pazienza dura veramente poco: ricomincia a parlare troppo velocemente, riempie di parole il pover’uomo e riesce solo a confonderlo.

Nel discorso che fa al personale prima dell’ispezione capiamo che tipo di persona è:

«Le persone che arrivano oggi vengono per controllare me, per fare un’ispezione su di me, ma soprattutto guarderanno come è diretto questo aeroporto, quindi facciamogli vedere perché questo è l’aeroporto numero uno negli Stati Uniti!» (The people who are coming here today will be observing me, inspecting me. But must of all they will be looking at the way that this airport is run, so, let’s show them why this is the number one airport in the United States).

Ecco un esempio di traduzione letterale, che in italiano funziona meno che nell’originale. Lì per lì non ci si fa caso, perché viene detta, come al solito, con il piglio di chi sa il fatto suo, ma ad una seconda (terza, quarta, ecc.) visione del film risulta lenta e pesante.

Durante una discussione con Viktor (in cui in realtà discute da solo) gli si rivolge in modo estremamente sgarbato: «Tu non riuscirai a mettere neanche un piede a New York City, nemmeno un alluce ci metti negli Stati Uniti d’America» (You will not set one foot in New York City. Not a single toe in the United States of America). Non credo che un italiano, specialmente se alterato, farebbe mai riferimento agli alluci. Mi dispiace, ma questa non funziona.

Viktor carpisce qualche notizia della guerra dalle immagini del telegiornale, ma nessuno, malgrado le sue evidenti richieste di aiuto, gli dà retta. Allora fa una cosa intelligente: compra una guida in inglese e una nella sua lingua, e le confronta, imparando piano piano a parlare l’inglese (per noi, sempre l’italiano). Qui lo scarto tra quello che sentiamo (chiaramente in italiano) e quello che vediamo (chiaramente in inglese) è evidente e inevitabile. Quando Viktor comincia a capire e a farsi capire, stranamente Dixon semplifica il suo linguaggio, usando anche un tono di voce meno aggressivo. Se l’intento voleva essere quello di renderci partecipi in prima persona della maggiore facilità di comprensione di Viktor, quasi facendoci immedesimare con lui, lo stratagemma risulta un po’ banale, in quanto manca di oggettività.

Nel frattempo, impariamo a conoscere Viktor, e lo scopriamo molto dolce, poetico nella semplicità con cui costruisce la fontana da regalare ad Amelia (come le fontane che Napoleone regalò a Giuseppina) e simpatico quando cerca di imparare la frase per invitare a cena Amelia: «Amelia, vuoi bocca un mangione? Mangia boccone? Cannelloni?» (Amelia, would you like to get eat to bite? Bite to eat? Cannelloni?)

Dice sempre «Prego» (please), che diventa quasi un suo intercalare, poiché è anche molto educato.

Andiamo a conoscere le persone con cui Viktor imbastisce i legami: Gupta, l’uomo delle pulizie indiano (anche lui parla con forte accento straniero) ricercato nel suo Paese per aver ucciso un uomo; Enrique Cruz, che gli porta il cibo degli aerei in cambio di aiuto per conquistare l’agente Torres; Joe Mulroy. E poi c’è Amelia, la hostess da cui Viktor è attratto e che aspetta pazientemente ogni volta che parte per lavoro.

Amelia parla un discreto italiano, è una donna sulla quarantina, ancora molto bella, ma molto infelice perché non riesce a trovare l’uomo giusto, e rifiuta Viktor, pur se commossa dalla delicatezza con cui lui stesso la tratta.

Accetta un invito a cena, sempre nel terminal, e devo dare atto che in questa scena è stata migliorata una frase che sinceramente in italiano stonava. A proposito dell’invenzione dei croissant da parte dei romeni: «Scommetto che nemmeno ai romeni gliene frega un accidente» (I’ll bet the Romanians themselves don’t give a shit)

E comunque la stessa Amelia, malgrado il lavoro faticoso e la sua infelicità, è sempre sorridente, anche se il suo sorriso è più di rassegnazione. E questo si riflette anche nel suo modo di parlare, sempre sobrio (anche se qualche volta sembrerebbe un po’ piatto…)

Sono rimasta perplessa, invece, da una frase di Gupta: Dixon minaccia Viktor, se avesse osato uscire dall’aeroporto, di denunciare i suoi amici per l’aiuto (qualche volta non rispettoso del regolamento) che gli avevano dato; Viktor decide quindi di rinunciare a entrare in New York. Diffusasi questa notizia, Gupta fa un gesto plateale: blocca un aereo sulla pista, armato di uno spazzolone per le pulizie, ben sapendo che questa trasgressione avrebbe avuto come conseguenza il suo rimpatrio.

Lo scambio è questo:

«Io vado a casa. Tu vai a quel paese!» (I’m going home. Get lost).

Credo sia stato fatto un errore di traduzione: “get lost” potrebbe forse significare “sono perduto”, nel senso che con questo atto audace si è rovinato. In questo modo, Gupta libera Viktor dalla responsabilità nei suoi confronti, convincendolo a entrare in città.

Forse con un po’ di accuratezza in più, si sarebbe potuto avere un risultato migliore.

In definitiva, l’adattamento italiano si caratterizza per la semplicità, manca di grosse trovate, ma è comunque molto godibile.

Tom Hanks è stato doppiato con grande professionalità: non solo la sua voce è sempre pacata, rispondente alle aspettative di chi ha visto l’originale, ma la sua bravura diventa evidente se riflettiamo sullo sforzo di rendere un personaggio che sta imparando gradualmente a parlare una lingua straniera. All’inizio del suo “apprendistato” Viktor ha un forte accento dell’Europa dell’est, che non scomparirà mai ma che diminuirà gradualmente aumentando la sua permanenza in territorio americano. Credo che un lavoro di questo tipo, se fatto bene come in questo caso, non possa essere improvvisato.

Molto buono anche Dixon, che riesce a dosare bene aggressività, autorevolezza, e alla fine, nel lasciar andare via Viktor (finalmente!), riesce anche ad apparire simpatico.

Buone le interpretazioni degli altri.

Vittoria Alessi

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