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Scheda

Soggetto:

Julien Rappeneau, Olivier Marchal, Frank Mancuso, Dominique Loiseau

Sceneggiatura:

Olivier Marchal, Frank Mancuso, Julien Rappeneau, Dominique Loiseau

Regia:

Olivier Marchal

Prodotto da:

Gaumont, Lgm Productions

Distribuito da:

Medusa

Edizione italiana:

CDL

Dialoghi italiani:

Giorgio Tausani

Direttore del Doppiaggio:

Rodolfo Bianchi

Assistente al doppiaggio:

Francesca Rizzitiello

Voci:

Daniel Auteil:

Angelo Maggi

Gérard Depardieu:

Rodolfo Bianchi

André Dussollier:

Dario Penne

Mylène Demongeot:

Angiola Baggi

Frédéric Maranber:

Oliviero Dinelli

Olivier Marchal:

Nino Prester

Roschdy Zem:

Pasquale Anselmo

Francis Renaud:

Christian Iansante

Daniel Duval:

Stefano De Sando

Catherine Marchal:

Alessandra Korompay

dialoghi
italiani
1,5
direzione
del doppiaggio
2,5

36, Quai des Orfèvres
(36, quai des Orfèvres, Francia 2004)

Ci troviamo di fronte a un bel film poliziesco, scorrevole e ben fatto.

Due poliziotti, Léo Vrinks e Denis Klein, che una volta erano molto amici, sono alle prese con una banda di rapinatori di furgoni portavalori, assassini che terrorizzano la città. Il capo impone di trovarli, e di questo Denis fa una questione di rivalsa personale, innanzi tutto perché come premio per chi li acciuffa c’è la promozione, secondo perché la sua ambizione è tale che vuole mettersi in luce a tutti i costi.

Quello che succede poi è difficile da riassumere brevemente; fatto sta che Léo trova la banda, Denis è geloso, interviene durante l’azione senza essere autorizzato e causa la morte di Eddy Valance, collega e amico intimo di Léo. In più, Denis denuncia Léo per aver coperto un carcerato in libera uscita durante un assassinio (ma questi gli aveva fatto la soffiata della banda), e Léo finisce in prigione. Non solo: Denis, per arrestare la talpa di Léo, in macchina con Camille, moglie di Léo, provoca un incidente, in cui la donna prede la vita. Insomma, Denis è il vero cattivo, diventa capo della polizia, cioè ottiene la promozione tanto ambita, ma viene ucciso da due delinquenti durante una festa nel pieno centro di Parigi.

L’intreccio è complesso, l’attenzione rimane sempre desta; ai momenti di azione corrispondono altrettanti momenti di riflessione, anzi, forse ci si concentra più sulla contrapposizione dei due opposti, Léo e Denis, sulla loro personalità, sui loro rapporti familiari (Léo ama, riamato, Camille, mentre la moglie di Denis, pur rimanendogli accanto fisicamente, non approva assolutamente i suoi comportamenti, la sua corruzione), piuttosto che sulle sparatorie.

E mi dispiace che il doppiaggio non renda il giusto merito che si dovrebbe a un buon prodotto.

Sia i dialoghi che il doppiaggio mi sono sembrati un po’ superficiali, come se tutto fosse stato fatto di gran fretta.

Solo la poesia del collega Titi dedicata a Eddy, può sembrare fatta apposta in maniera così “infantile”:

“E’ giunto il dì/ per il mio amico Eddy/ principe di tutti noi qui./ Forse noi ti mancheremo/ ma certo ti rimpiangeremo/ perché lasciando la brigata non lasci indietro nemici/ ma solo tanto cari amici/ scontenti tristi e infelici/ Eddy, o mio capitano,/ perché te ne vai così lontano?/ Eddy/ perché te ne vai via da qui/ e lasci il tuo amico Titi?”

Forse questo è uno dei pochi esempi di accuratezza nell’adattamento. Sicuramente conferma quanto Titi (poliziotto rasato, un duro, ma non molto colto) si sia “fatto il culo a scriverla”.

Ma cominciamo con gli esempi di adattamento che mi hanno lasciato perplessa:

Dragan, un delinquente, mentre viene arrestato in casa sua, chiede: “Fammi dare un bacio alla bambina”, e le si rivolge dicendo qualcosa di incomprensibile- forse in francese. Perché non è stato tradotto? A meno che non fosse chiaro che questo signore è straniero, e si volesse quindi lasciar intendere che i poliziotti, insieme con il pubblico, non hanno capito, non c’è motivo di lasciare questa frase non doppiata. Se avesse parlato in un’altra lingua si sarebbe potuto risolvere con un sottotitolo, escamotage comune in casi come questo. Chissà.

Colloquio fra Léo e Denis: “Ormai non fottiamo più nello stesso letto”. Il termine “fottere” è molto utilizzato in Sicilia, ma non è così diffuso nel resto dell’Italia.

Léo organizza il lavoro della sua squadra per sorvegliare la banda dei rapinatori. Il suo linguaggio è una contraddizione: “Secondo: rastrelliamo il quartiere e blocchiamo ogni possibile via di fuga, vale a dire una squadra per ogni via su un perimetro di ottocento metri intorno a quel cazzo di posto. Terzo: avvisiamo il commissariato di zona che verremo a giocare nel loro cortile per qualche giorno e che non vengano a fare gli zelanti in quel settore il giorno dell’operazione…forza, in pista. Non dimenticate il giubbotto antiproiettile sotto il golfino”

Mi sembra strano che chi usa un termine desueto come “golfino”, sbagli poi ad associare “commissariato” – singolare – con “vengano” – plurale.

A colloquio con il suo superiore:

Denis: “E’ da un po’ che ho smesso di pulirmi il culo con le cazzate de codice”. E’ una espressione da uomo rude, ma un uomo rude avrebbe detto: “Mi ci pulisco il culo con le cazzate del codice”; e non viene nemmeno rispettato il sinc: la frase italiana è troppo lunga e si vede chiaramente che Depardieu è con la bocca chiusa mentre lo ascoltiamo parlare. Un ventriloquo!

Al funerale di Camille, Léo saluta la figlia, che gli dice: “Non lasciarmi sola, papà, te ne prego” E’ forse una sapientina? Eppure, quando l’abbiamo conosciuta, all’inizio del film, parlava con un linguaggio più semplice, più adatto ad un bambina della sua età. E’ vero che le sofferenze fanno crescere, ma non modificano così il linguaggio.

Infine, Denis dice a Léo, durante l’ultimo scontro: “Lei è morta a causa tua. Unicamente a causa tua”. E’ un momento di grande concitazione, Léo gli ha appena imposto di spararsi. Ma Denis non era un rude? E dice “unicamente”?

E ora passiamo al doppiaggio.

Perché, quando si presenta, Eddy pronuncia il suo nome con l’accento sbagliato (Èddy)? Eppure fino a quel momento, e poi in seguito, tutti lo pronunciano nel modo giusto (Eddì). Scarsa attenzione del direttore. Il nome della poliziotta, che a sua volta si presenta, è invece incomprensibile, e possiamo finalmente capirlo solo durante i titoli di coda.

Léo in prigione: “E’ stato un do ut des”; bene, ma perché l’accento su “do”? Tutti danno l’accento su “des”; se non è colto come mi sembra di aver capito, perché deve distinguersi dal parlare comune? E poi, se è un francese, anche quando parla latino dovrebbe dare l’accento sulla finale. E comunque di nuovo il sinc non va, perché le ultime parole pronunciate, anche qui come prima su un bel primo piano dell’attore, vengono pronunciate a bocca semichiusa e ferma.

Però le voci di Léo Vrinks e di Denis Klein sono curate.

Purtroppo le frasi che i doppiatori dicono non sempre sono all’altezza della loro professionalità; è pur vero che il disprezzo che proviamo per Denis, per la sua mancanza di rispetto di chiunque, che arriva addirittura a sparare a Camille, che era sua amica, già morta (peraltro a causa sua) è dovuta sì alla versatilità di Gérard Depardieu, ma anche alla altrettanta versatilità di Rodolfo Bianchi. Molto buono il dialogo con sua moglie, a tavola, in cui lei gli chiede spiegazioni sull’arresto di Léo: ci troviamo veramente di fronte a un bastardo dentro.

Gli altri hanno fatto un buon lavoro: mi riferisco in particolare a Iansante, Anselmo, Prester (a parte l’accento iniziale).

L’unico vero neo, a mio giudizio, è la voce di Valeria Golino.

Capisco che essendo italiana, forse per contratto, si doppi da sé, ma è proprio obbligatorio? Perché rovinare tutte le scene in cui lei è presente con quella voce sgradevole, inespressiva, accompagnata per di più da una pessima dizione? Il viso può andare, è molto più espressiva quando tace, ma i doppiatori ci insegnano che la voce da sola può trasmettere intense emozioni; la voce della Golino ha l’unico potere di irritare chi l’ascolta.

Quando Camille (la Golino, appunto) chiede al giudice il permesso per andare a visitare Léo in carcere, lui la liquida dicendo: “Ho una colazione di lavoro importante, voglia scusarmi”. Forse se glielo avesse chiesto con un’altra voce, magari con quella della doppiatrice di Manou, la bravissima Angiola Baggi, il giudice le avrebbe dato retta…

Concludendo, sono molto dispiaciuta che questo film sia stato fatto così a tirar via, considerando anche le potenzialità del cast di doppiaggio: avrebbe meritato maggiore cura.

Vittoria Alessi

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