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Scheda

Soggetto:

Francis Veber

Sceneggiatura:

Francis Veber

Regia:

Francis Veber

Prodotto da:

EFVE, Gaumont, Le Studio Canal+, TF1 Films Productions

Distribuito da:

Filmauro

Dialoghi italiani:

Deborah Jaquier

Direttore del Doppiaggio:

Roberto Chevalier

Voci:

Daniel Auteuil:

Sergio Di Stefano

Gérard Depardieu:

Michele Gammino

Jean Rochefort:

Giorgio Lopez

Michèle Laroque:

Pinella Dragani

Alexandra Vandernoot:

Micaela Esdra

Thierry Lhermitte:

Francesco Pannofino

dialoghi
italiani
4
direzione
del doppiaggio
4,5

L’apparenza inganna
(Le placard, Francia 2000)

François Pignon, impiegato come contabile in una fabbrica di «prodotti derivati dal caucciù», in particolare preservativi, rischia il licenziamento. Un vicino di casa, ex «psicologo aziendale», dopo avergli impedito di buttarsi dalla finestra, gli consiglia una strategia per evitare di perdere il lavoro: fingersi omosessuale.

Cacciare un omossessuale da una fabbrica di preservativi significherebbe «avere contro tutti i movimenti di gay e lesbiche», causerebbe un brusco calo di vendite, oltre a problemi sindacali: insomma, creerebbe troppe difficoltà.

Quando Pignon esprime qualche perplessità sul fatto che, non essendo attore, non sarà in grado di recitare la parte dell’omosessuale, lo psicologo dice chiaramente qual è il senso del film: «Resti l’uomo discreto e timido di sempre; quello che cambierà sarà come la guardano».

Qual è il problema di Pignon? Tutti lo considerano un mediocre: in ufficio Félix Santini, capo del personale, lo etichetta come «un coglione», la moglie lo ha lasciato perché è «un mattone», ragione per la quale anche il figlio diciassettenne evita accuratamente di andarlo a trovare, le due colleghe che lavorano con lui lo trattano educatamente, ma lo considerano piuttosto noioso, anche se onesto lavoratore. Insomma, il povero Pignon non sta a cuore a nessuno.

L’inizio del film è emblematico: tutti i dipendenti sono riuniti all’esterno della fabbrica per la foto aziendale; Pignon non entra nell’inquadratura, e il fotografo, nel rivolgersi a lui, lo chiama “Cravatta rossa”, “signor Cravatta”. Dopo vari tentativi Pignon si fa da parte, rinunciando a comparire nella foto.

Veniamo quindi subito spinti a ridere di lui, ad averne compassione, a considerarlo anche noi un modesto ometto: lo guardiamo come lo guardano gli altri.

Ma una volta diffusa la voce della sua omosessualità diventiamo suoi complici: noi conosciamo la verità e osserviamo le reazioni dei vari personaggi che interagiscono con lui.

È qui che si manifesta la bravura del dialoghista e del direttore del doppiaggio: a tanti personaggi “analizzati” corrispondono altrettanti livelli di linguaggio, espressioni precipue di certi caratteri, attori-doppiatori che non potevano adattarsi meglio agli attori-visi.

Così leggiamo sulla prima pagina della nostra rivista:« Il doppiaggio degno di nota è quello che non si nota». Con questo film ne abbiamo un perfetto esempio.

Analizziamo quindi i vari caratteri:

Michel Aumont è Belone, il vicino di casa; è un anziano signore, che poi scopriremo essere omosessuale, che aiuta Pignon ad affrancarsi dalla mediocrità dalla quale è convinto di essere affetto. Si rivolge a Pignon sempre con il “lei”, è affettuoso anche quando è deciso, è pacato, mai aggressivo; è il “saggio” del film, una specie di angelo custode che appare nel momento del bisogno e che accompagnerà il suo protetto nel suo processo di maturazione.

Gérard Depardieu è Félix Santini, capo del personale dell’azienda: uomo rude, allenatore della squadra di rugby, un “macho pestachecche” che odia gli omosessuali.

Durante la riunione con il Presidente, in cui si deciderà di non licenziare più Pignon, Santini si esprime in modo volgare «per sdrammatizzare» (dice lui) ma viene azzittito subito. Esce da quella riunione come un cane bastonato e diventa il bersaglio di altri colleghi che lo invitano (solo «per migliorarlo», ma è uno scherzo) a cambiare atteggiamento nei confronti di Pignon per non rischiare il licenziamento a sua volta.

Perché tentare di migliorarlo? Perché Santini è un uomo gretto. Durante gli allenamenti di rugby si esprime molto volgarmente: «Chi in campo è una schiappa dà via la chiappa», «ossibuchi», «checcacce di merda». Questa sua ostinazione nell’offendere gli omosessuali diventa il motivo per cui lui stesso viene considerato tale ma represso, per cui la considerazione è: «Ti credono un diverso per il tuo odio per i diversi; frequentando un diverso tu dimostri che non sei un diverso. È elementare». Il ritmo con cui Guillaume, capo delle pubbliche relazioni, dice questa frase è perfetto, per cui un luogo comune, considerata anche la reazione di Santini («Puoi ripeterlo più lentamente?») diventa una battuta esilarante.

Il risultato di questo scherzo sarà che Santini, finalmente non più represso, si innamorerà di Pignon.

Forse non c’è bisogno di dire che Depardieu, come al solito, è geniale; e noi possiamo apprezzarlo anche perché la sua bravura è assecondata perfettamente dall’attore che che gli presta la voce.

Jean Rochefort è Kopel, il Presidente dell’azienda. Rispettato, un po’ buffo, quasi effeminato nel dire «Brutto frocio!» quando si sente ricattato da Pignon, troppo ossequioso, e quindi comico, nel chiamarlo «Pignoncino». Dopo aver assistito alle evoluzioni amorose di Pignon con la dottoressa Bertrand, con garbo esordisce: «Mi pongo degli interrogativi sulla sessualità del signor Pignon». Il modo in cui il doppiatore rende l’espressione del viso dell’attore è da manuale.

Michèle Laroque è la dottoressa Bertrand, la capoufficio di Pignon. Bella, raffinata, intelligente, ironica, capisce subito che Pignon finge; ammette di non averlo mai preso troppo in considerazione. Ride delle idee folli dell’altra impiegata (versargli il caffè addosso per togliergli la camicia per vedere se ha il tatuaggio sul braccio), ride delle sue considerazioni:

«Ti guarda di sguincio, con l’occhio tondo, come i piccioni».

«Sono checche i piccioni?».

La Bertrand parla un bell’italiano e usa perfino il passato remoto.

Thierry Lhermitte è Guillaume, di cui ho già parlato. Il suo personaggio è ironico, ma non cattivo, prende in giro il povero Santini (perché alla fine la “vittima” diventa lui), sempre in modo bonario; lo manda in crisi, ma ne esce pulitissimo.

Alexandra Vandernoot è la ex moglie di Pignon. Personaggio di poco rilievo come numero di scene, ma fondamentale per la sua vita, vecchia e nuova.

«Mi ha sposato senza passione e lasciato senza passione», racconta Pignon a Belone.

Crede di essere brava, simpatica, intelligente, considera Pignon un mattone, non lo rispetta come uomo prima che come marito e padre di suo figlio, tanto che anche quest’ultimo rifiuta di vederlo. Il ragazzo lo rivaluta solo quando “scopre” che è omosessuale e, con grande disappunto della madre, addirittura lo considera un eroe.

Bella la scena della cena in cui lei fa continuamente per alzarsi e andar via per umiliarlo, ma alla fine è lui che, dopo averle elegantemente detto che è «antipatica» (cosa c’è di peggio che essere a propria volta umiliati così?) la caccia via davanti al cameriere:«La signora va via, cenerò da solo».

I due operai, coloro che impediscono a Pignon di entrare nella foto all’inizio dl film, sono due personaggi che viaggiano in coppia. Li troviamo sempre insieme: quando arrivano al lavoro, mentre lavorano, quando vedono Pignon davanti al liceo e pensano che stia «puntando» i ragazzini, quando lo aspettano per picchiarlo, e alla fine, quando finalmente, un anno dopo gli eventi raccontati, Pignon, con una “spallata” che fa l’effetto domino, li butta fuori dall’inquadratura della nuova foto aziendale.

Hanno voci molto meno eleganti degli altri personaggi: in fondo sono gli unici che reagiscono in modo razzista alla scoperta dei gusti sessuali di Pignon; per dimostrare la loro ignoranza, che è ciò che impedisce loro di accettare Pignon per quello che realmente è, o che lui dichiara di essere, il nostro daloghista mette loro in bocca un’espressione sgrammaticata: parlando di un film visto in televisione, uno dei due sostiene che «era un film educatorio, veramente educatorio». Non so quale fosse l’espressione originale francese, ma questa rende abbastanza bene l’idea. E poi passano a parlare dell’avvenenza della protagonista del film, forse motivo di più grande interesse.

In realtà non sono cattivi, ma non riescono a capire la differenza tra omosessuale e delinquente: hanno paura che “uno come Pignon” possa far del male ai ragazzi coetanei dei loro figli.

E infine Daniel Auteuil, il signor Pignon. Veramente, ma questa è una riflessione che si fa necessariamente alla fine del film, non cambia il suo atteggiamento, cambia prima il nostro modo di guardarlo e poi quello di tutti gli altri personaggi.

Parla a voce bassa, si esprime in modo educato, gentile, che però, se ammiriamo coloro che amano mettersi in mostra, reputiamo ridicolo e alquanto noioso.

Cambia atteggiamento quando è con il signor Belone, si sente a suo agio e noi lo percepiamo; ci accorgiamo di quando è imbarazzato, di quando è in difficoltà, di quando comincia a sentirsi forte (quando si lamenta con il Presidente delle attenzioni che gli riserva la dottoressa Bertrand). In tutte queste circostanze ognuno di noi parla, si muove, si esprime, anche con il corpo, in modo diverso: tutto ciò è perfettamente riportato nei dialoghi italiani.

In generale, sia per merito del regista e sceneggiatore sia del dialoghista e del direttore del doppiaggio italiano, il film non ha un momento di stasi, di noia; il ritmo è serrato, non c’è il tempo di distrarsi, si viene assorbiti completamente dagli accadimenti, si ride, si sente il tutto estremamente familiare, verosimile nei vari livelli dei linguaggi usati.

In definitiva, questo è un buon esempio di come si dovrebbe affrontare il doppiaggio di un film.

Vittoria Alessi

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