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Scheda

Soggetto:

Lillian Lee (dal romanzo omonimo)

Sceneggiatura:

Lillian Lee, Bik-Wa Lei, Wei Lu

Regia:

Chen Kaige

Prodotto da:

Beijing Film Studio, China Film Co-Production Corporation, Maverick Picture Company

Distribuito da:

BIM

Edizione italiana:

La bibi.it

Dialoghi italiani:

Marco Bardella

Direttore del Doppiaggio:

Gianni G. Galassi

Assistente al doppiaggio:

Flavio Cannella

Sonorizzazione:

N.C.

Voci:

Zhang Fengyi:

Gianni Bersanetti

Gong Li:

Monica Gravina

Leslie Cheung:

Alessio Cigliano

Zhi Yin:

Sabrina Duranti

You Ge:

Diego Reggente

Zhang Fengyi:

Sandro Tuminelli

dialoghi
italiani
2
direzione
del doppiaggio
2

Addio mia concubina
(Ba wang bie ji, Cina 1993)

Cinquanta anni nella storia dell’Opera di Pechino, dal 1925 al 1977. Per raccontarla Chen Kaige mette in scena la storia di due attori, Duang Xiaolou e Cheng Dieyi, allevati fin da bambini, secondo le rigide regole del teatro tradizionale cinese, nei ruoli che ricopriranno per il resto della vita, rispettivamente re e concubina nell’opera Addio mia concubina.

Legati da un rapporto che per Dieyi va ben oltre l’amicizia e che viene messo a dura prova dal matrimonio di Xiaolou con Juxien, una prostituta, affronteranno assieme le difficoltà poste dalla vita; perché sullo sfondo c’è la Storia, quella vera: dal crollo dell’Impero cinese all’invasione giapponese, dalla costituzione della Repubblica alla Rivoluzione Culturale, che conduce la Concubina ed i suoi ormai vecchi protagonisti ad un tragico epilogo.

Lungo (170 min. circa), prolisso e spossante, il film pretende di fare un grande affresco storico della Cina del XX secolo; ma vi riesce solo in parte perché la finzione ha la meglio sulla storia. Stregato dalle meravigliose scenografie e dagli splendidi costumi lo spettatore si perde in questo film bellissimo, che indaga le profondità dell’animo umano e le sue reazioni al cambiare del mondo. Dieyi e Xiaolou sono due opposti che, come nel teatro delle maschere, rappresentano due modi di vivere la storia, l’arrendersi e la determinazione ad andare avanti.

Ma l’animo occidentale abituato al rumore, all’azione e alle parole inutili fa spesso fatica a sopportare le lunghe scene silenziose che sono la parte poetica e riflessiva per cui il cinema cinese si caratterizza. Il doppiaggio non aiuta perché utilizza termini e forme linguistiche fin troppo ricercati e complessi, rendendo i dialoghi macchinosi, artefatti ed insopportabilmente pomposi.

«Il segreto perché si conservino così bene: morbide, seriche e flessibili» afferma il maestro del teatro in merito alle piume di fagiano, ma chi di noi oggi definirebbe una piuma serica? Per non parlare delle adulazioni ai due attori: «È sufficiente un vostro starnuto per mandare tutti in visibilio», «Un trionfo, sono tutti in visibilio, pronti a spezzarsi il collo per scorgervi»; evidentemente il traduttore era affascinato dal vocabolo “visibilio”, che noi oggi usiamo sempre meno a favore di espressioni dialettali e gergali che sarebbero in ogni caso state fuori luogo. Ciò non toglie che la palese artificiosità di queste battute fa sorridere lo spettatore. Il personaggio che più risente di questa costruzione linguistica il Maestro Yuan, presentato come un uomo di elevata cultura, talvolta il traduttore si fa prendere eccessivamente la mano dalla pomposità e ne escono battute come: «Molti attori sono caduti portando in scena la concubina. L’interpretazione che ne avete dato stasera, a mio giudizio rasenta l’assoluto».

I dialoghi suonano quindi innaturali ed affettati, grondanti di formule di cortesia: basti vedere la scena iniziale in cui Xiaolou rifiuta l’offerta del custode del teatro di accendere le luci con un «Oh, troppo disturbo, grazie, grazie», oppure l’invito che il Maestro Yuen fa ai due attori dopo una rappresentazione: «Se non è chiedere troppo, sarei lieto di invitarvi nella mia umile dimora per un brindisi».

Spesso fra le battute fanno capolino strani proverbi o locuzioni probabilmente calchi dalla lingua cinese come: «Questi sono tutti sogni di vetro» o «Quel piccolo serpe, tu lo avevi salvato e ora hai visto? Si è tramutato in drago, ma ora devi accettarlo», felici traduzioni di un linguaggio quasi poetico che si sposa benissimo con il tono generale del film; altre volte ci si dimentica invece dell’esistenza italiana di espressioni simili: «Dieyi, vuoi sendere dal tuo mondo de sogni per una volta?» ma in italiano si “scende/cade dalle nuvole” o ci si “risveglia dal mondo dei sogni”; oppure «Se la prenderai con te lavorerà come un bue» ma da noi si lavora come dei “somari”. Su quest’ultima citazione c’è anche da aggiungere un ulteriore appunto: la frase viene pronunciata da Juxien dopo l’annuncio del fidanzamento con Xiaolou in teatro, è molto strano che la donna parli di sé in terza persona. Ci sono anche delle battute di spirito che nella traduzione non risultano più tali, ad esempio: durante il maoismo vediamo tutti gli attori vestirsi in modo uguale, in una scena Xiaolou e Dieyi incontrano alcuni conoscenti ed uno dice: «Abbiamo cambiato costume?» poi tutti si mettono a ridere; la battuta italiana non fa ridere, forse in cinese c’era qualche particolare gioco di parole intraducibile o faceva riferimento a qualcosa detto in precedenza nel film che è andato perduto in italiano.

Magistrale e perfetto nella complicata costruzione retorica è invece l’annuncio della radio «La risoluzione del comitato ci ha indicato i quattro vecchiumi contro cui dobbiamo combattere: vecchia cultura, vecchie idee, vecchie abitudini e vecchi costumi»: sembra quasi di risentire certi vecchi proclami di regime.

Probabilmente seguendo i ritmi della recitazione cinese, anche il doppiaggio italiano diviene incredibilmente pacato; talvolta però un pizzico di enfasi in più nel pronunciare le battute non guasterebbe: come nel momento in cui i giapponesi entrano a Pechino e un bambino dice «È successa una cosa terribile! I giapponesi sono entrati in città!», dove un tono più spaventato ci avrebbe fatto comprendere meglio la situazione che non quella voce leggermente incrinata ed affaticata dalla corsa.

Nelle scene di massa si nota che, a parte poche battute di persone in primo piano, il sottofondo è rimasto in lingua originale. Altra cosa rimasta unicamente in cinese sono i cartelli che gli attori portano al collo dopo l’arresto, ma almeno quelli dei due protagonisti avrebbero meritato un sottotitolo, soprattutto quello di Dieyi che resta a lungo sullo schermo.

In due punti la sincronizzazione è assente: nel bordello, poco prima che Xiaolou decida di sposare Juxien, lui dice ad un’altra prostituta: «Tu che cosa ne dici? Anch’io ho classe!», la fine della battuta è in primo piano e il labiale non è “a sinc”; poi quando Xiao Si, dopo essere stato battuto da Dieyi, pronuncia la battuta «In ginocchio io non ci starò più», l’inquadratura è laterale ma si vede chiaramente che nella prima parte lui non muove le labbra.

Francesca De Rosa

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