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Scheda

Soggetto:

Sidney Lumet, T.J. Mancini e Robert J. McCrea

Sceneggiatura:

Sidney Lumet, T.J. Mancini e Robert J. McCrea

Regia:

Sidney Lumet

Prodotto da:

Yari Film

Distribuito da:

Medusa

Edizione italiana:

Technicolor Sound Services

Dialoghi italiani:

Mario Paolinelli

Direttore del Doppiaggio:

Roberto Del Giudice

Voci:

Vin Diesel:

Francesco Pannofino

Ron Silver:

Dario Penne

Peter Dinklage:

Antonio Sanna

Linus Roach:

Gaetano Varcasia

Annabella Sciorra:

Laura Boccanera

Raùl Esparza:

Franco Mannella

Alex Rocco:

Elio Zamuto

dialoghi
italiani
5
direzione
del doppiaggio
4

Prova a incastrarmi
(Find Me Guilty, Usa 2006)

Questo film tratta del processo avvenuto negli Stati Uniti contro un gruppo di italiani accusati di associazione a delinquere, dopo la promulgazione della legge antimafia nello stato del New Jersey ad opera dell’allora governatore Rudolph Giuliani. È dunque una storia vera, e infatti, oltre che da uno spezzone di telegiornale, veniamo informati di questo da un cartello all’inizio del film.

Il protagonista, Jack DiNorscio, già condannato a trent’anni per detenzione di stupefacenti, decide di difendersi da solo, e il film racconta proprio di come lui stesso, malgrado gli altri diciannove imputati avessero tutti un avvocato, riesce a portare dalla sua parte la giuria, ribaltando completamente la situazione: è in corso una persecuzione da parte dell’accusa contro un gruppo di italiani per dimostrare che la loro amicizia e parentela nasconde attività illecite.

Il processo, durato quasi due anni a causa della mole di prove e di testimoni presentati, viene scandito da cartelli che indicano il passare dei giorni.

Mano a mano che DiNorscio prende confidenza con la giuria e con il suo nuovo ruolo di avvocato, si comporta, in una sorta di metateatro, come se fosse il conduttore di uno show (che infatti gli verrà proposto insieme con il patteggiamento); il tutto al fine di screditare l’accusa con i suoi testimoni. E ci riesce: la giuria proclamerà tutti gli imputati non colpevoli.

Si avvera così “l’adagio” (an old saying) “giuria che ride, giuria che non punisce” (A laughing jury is never a hanging jury). Due avvocati della difesa, a proposito dell’adagio, usano la parola “detto” (cliché), ma per il pubblico ministero è forse più appropriato “adagio”, perché lo rende più vicino alla letteratura giuridica, dà l’idea che sia, o che voglia apparire, un uomo di cultura.

In generale, fin dall’inizio sembra che sia stato fatto il tentativo (ben riuscito) di rendere tutto il film più comico: espressioni che fanno sorridere e accento spiccatamente siciliano, che per noi italiani è sicuramente più familiare che per gli americani (Vin Diesel, non per sua colpa, non parla siciliano). È un uomo, come lui stesso ci racconta, che si è fatto da sé, che ha frequentato solo le scuole elementari (sixth grade education – giusto, in Italia abbiamo un sistema scolastico differente, non avremmo capito il livello della sua istruzione se la traduzione fosse stata letterale).

Riporto qui di seguito alcune battute dell’adattamento italiano, a mio parere molto efficaci.

In ospedale, alla figlia:

Jackie: «Anche se mi prendessero a cannonate, o se trovassi la mia testa nel frigo, tu non chiamare la polizia» (If you see me shot twenty times, if you come in the room, I got my head cut off, you don’t call the cops).

La guardia carceraria:

Sylvester: «Se resto qua un altro secondo vomito la colazione» (I’m sure as hell am not standing here smelling your shit, while I argue with you).

Colloquio con il procuratore:

Jackie: «Ce l’ha ancora i nonni?» (You got a brother?)

Kierney: «Sì» (Yeah)

Jackie: «Vaffanculo anche a loro» (Well, fuck him, too)

Nell’originale chiedeva se avesse un fratello: sostituendo il fratello con i nonni la battuta riesce a caratterizzare meglio Jackie come italo-americano, con un maggior effetto comico.

Jack a colloquio con il suo avvocato Tom Rizzo che gli chiede il pagamento del suo onorario: «D’accordo. Mandami la fattura, ho giusto finito la carta igienica» (Oh, Rizzo. Send me a bill. I’ll wipe my ass with it. Would that be okay?). Meno volgare e più divertente.

In tribunale con Klandis:

Klandis: «Signor DiNorscio, sono Ben Klandis, l’avvocato di Carlo Mascarpone» (Jackie? I’m Ben Klandis. I’m handling Carlo Mascarpone’s defense)

Jackie: «Condoglianze» (How you doing?)

Da notare che nell’originale l’avvocato prende subito confidenza con Jack, lo chiama per nome, mentre in italiano i due si danno del “lei”, Klandis lo chiama “signore”, e anche il tono di voce è meno confidenziale. Il “lei” in inglese non esiste, e come sempre si pone il problema di quando, sempre che sia il caso, passare al “tu”. Qui il dialoghista sceglie di farlo dopo molti giorni di processo, in tempo per giustificare il fatto che la sera prima dell’arringa di Jack, Klandis gli telefoni in carcere per salutarlo e dimostrargli solidarietà, il che presuppone un certo grado di confidenza.

Dopo che Kierney ha presentato le sue intenzioni alla giuria, nell’originale Jackie dice: «This guy thinks he’s Elliot Ness» (Elliot Ness è colui che riuscì a incastrare Al Capone) ma nella versione italiana forse non tutti l’avrebbero capito, e allora si è preferito tradurre: «Che si crede, Joe Petrosino?» (Petrosino era un poliziotto italoamericano, molto vicino alle istituzioni statunitensi ed italiane, che tentò di sconfiggere la mafia, e dalla mafia fu ucciso in Sicilia ai primi del Novecento).

Stesso discorso per i riferimenti alla RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act, una legge antimafia) e per Shecky Green: «Siamo in mezzo a un processo per mafia e ci ritroviamo pure un cretino a orologeria tra le chiappe» (We got a major RICO trial going on here, and all of a sudden we got to contend with fucking Shecky Green). La traduzione italiana è sicuramente più facilmente comprensibile anche da parte di chi non conosce tutte le leggi e tutti i comici americani. Comico ed efficace.

La traduzione dell’iscrizione latina (ahimé, sul bancone del giudice Finstein leggiamo Justica e non Iustitia) dice, in inglese: «Let justice be done though the heavens may fall», e sarà tradotta: «Che sia fatta giustizia, costi quello che costi».

Ma il meglio viene quando Jack parla con un agente, dopo che Nappy Napoli ha avuto l’infarto:

Jack: «Nappy Napoli, è toccata a lui: Eh, la vita, tempu sfugit» (Boy, oh boy, time is fleeting)

Guardia: «Tempu, che? » (Time is what?)

J: «Sfugit. Tempu sfugit» (Fleeting. Time is fleeting)

G: «Ma che cazzo di lingua parli? Chi è sfugit? » (What the hell does that mean, time is fleeting? What’s fleeting?)

J: «È latino. Il tempo sfugge. Sarebbe fuggire. Ma è al passato, così si dice sfugge» (Fleeting. It’s like fleeing. But it’s in the paste tense, so they say fleeting)

G: «Ma che sei, un prete?» (You’re full of sheet)

J: «Sei proprio un ignorante» (You’re an ignorant snob)

La comicità arriva immediatamente, perché, si suppone, in Italia il latino è conosciuto, e l’espressione sgrammaticata, rivolta ad un agente americano che, invece sicuramente non lo conosce, rende il tutto molto esilarante.

Ancora, in aula:

Avvocato Novardis: «Sta ignorando il mio cliente. Non è corretto. Sono solo calunnie, calunnie, calunnie, calunnie!» (My client is being pilloried. No, crucified! By nothing but hearsay. Hearsay, hearsay, hearsay, hearsay!)

Kierney: «Se l’avvocato Novardis smette di fare il pappagallo, vedrà che possiamo provarle!» (If Mr Novardis will stop repeating himself, we’ll get beyond hearsay!)

Mi è piaciuto molto l’uso di una espressione forse più offensiva ma più adatta al personaggio Kierney, del cui carattere parlerò più tardi.

Altra espressione interessante, perché caduta ormai in disuso, (la troviamo nel libretto del Falstaff di Boito-Verdi, e la mafia, si sa, conosce l’opera) è quella messa in bocca a Nick Calabrese, capo della organizzazione mafiosa:

Nick: «Vai a fare del bene agli stronzi, questa testa di cazzo continua a mandare tutto in burletta» (You get him good, and this fuckhead is turning it into a fucking vaudeville story).

Una traduzione “abbastanza” letterale la abbiamo invece nell’arringa finale di Jack, ma solo perché era possibile rendere lo stesso gioco di parole:

Jack: «Volevo solo dimostrarvi che non faccio il malavitoso, ma solo lo spiritoso» (But I just wanted to show you that I’m not a gangster, I’m just a gagster). Invece della parola simile il dialoghista ha adottato uno schema con la rima.

Ultima ma non ultima l’espressione che accomuna Kierney e Klandis quando giunge la notizia che la giuria ha espresso il verdetto dopo solo quattordici ore di camera di consiglio.

Entrambi, interrogati dai loro colleghi su cosa questo volesse dire, rispondono: «God only knows», che diventa: «Che sono cazzi».

L’espressione “pulita” va bene forse in un contesto “americano”, ma, in base all’adattamento analizzato fino ad ora, bisogna fare qualche considerazione.

Kierney si è dimostrato da subito alquanto volgare. Nel primo colloquio con Jack, probabilmente per farlo spaventare, per mettergli paura, lo aggredisce, e anche durante il processo tenta di provocarlo ogni qualvolta gli è possibile, per ottenere una reazione tale da farlo cadere e stralciarlo dal processo, per riconquistare credibilità agli occhi della giuria.

Inoltre, è molto teso, nervoso, per tutto l’arco del processo (ricordo il detto, anzi, l’adagio: “Giuria che ride, giuria che non punisce”); malgrado sia il “buono”, gestisce così male il dibattimento giudiziale – la presentazione delle prove, i testimoni – (a causa della sua presunzione? della sua aggressività?) che finisce per perdere la fiducia della giuria, perdendo anche il processo: il tutto a vantaggio dei veri delinquenti, che da cattivi passeranno per povera gente perseguitata da un fanatico della legge antimafia. Kierney, quindi, e questa è sicuramente l’intenzione del film, non è un bravo procuratore, mentre la parte del “buono” viene affidata a Jack, che, nell’arringa finale, implora la giuria di condannare lui, se proprio vogliono condannare qualcuno, e non i suoi amici: si sta immolando per loro! E infatti, ci fa compassione vederlo con i ceppi che sale sul cellulare che lo riporterà in carcere, mentre i suoi “associati” tornano a casa con i loro familiari, festeggiando la vittoria che hanno ottenuto per merito suo.

E sicuramente a interpretare in questo modo il film aiuta anche la locandina italiana, che ci mostra Jack sulla sua poltrona, con una espressione quantomeno buffa sul viso, mentre in quella originale lo troviamo preso dal suo incarico di avvocato difensore di sé e della sua gente.

Infine, le voci: trovo corretto, avendo scelto di fare un film comico sulla mafia (come dice l’agente Kerry, sembra proprio «di assistere a un film sulla mafia» - «It was like out of the movies. There was no other conclusion»), far parlare gli imputati, e i loro difensori “paesani” con un forte accento siciliano. Da noi rende molto l’idea. Certo, se questa non era l’intenzione originaria allora si è andati troppo oltre…

Credo che Pannofino abbia comunque fatto un ottimo lavoro, anche se qualche volta si è allontanato dall’interpretazione di Vin Diesel; come ho già avuto modo di accennare, mi sembra che si sia cercato di rendere il tutto in una luce più comica: forse in alcuni punti (ad esempio, il dialogo in ospedale tra Jackie e la figlia), confrontando con la versione originale, si è un po’ esagerato.

Altro esempio di esagerazione caricaturale mi è sembrato il personaggio di Tony Compagna: nell’originale, all’inizio del film, ci appare molto agitato: per quanto si voglia mettere in luce che è un tossico fuori di testa, è pur sempre un assassino che ha intenzione di uccidere un altro uomo, per di più un parente; e allora avrei mantenuto il tono concitato, sussurrato, senza cadere nel facile qualunquismo dell’isteria: «Senti, se lo devo ammazzare che ci faccio di una pidocchiosa 22?» (Look, I got to clip a guy. All I’m carrying is a 22).

Il mio giudizio sull’adattamento di questo film è molto alto, perché Paolinelli è riuscito con grande professionalità (e quindi arte, inventiva) a renderci familiari tutte quelle espressioni che avremmo faticato a comprendere. Il tutto condito da grande cultura, indispensabile per chi svolge questo mestiere, e che spesso, purtroppo, notiamo che manca, o che languisce fortemente. Mi riferisco alle citazioni di Petrosino, all’espressione arcaica del “mandare tutto in burletta”, ecc.

Ritengo doveroso, a questo punto, esprimere il mio apprezzamento per questo tipo di adattamento, fedele al “senso” del film, e non al significato letterale delle parole. Rimando una trattazione più esauriente di questo argomento a proposito di altri film “in cantiere”, ma nel frattempo invito i gentili lettori a riflettere su cosa possa considerarsi un buon adattamento, su cosa possa essere considerato di valore e cosa no quando si affronta una traduzione per il doppiaggio.

Arturo Pennazzi

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