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Scheda

Soggetto:

Joe Batteer, John Rice

Sceneggiatura:

John Rice, Joe Batteer

Regia:

John Woo

Prodotto da:

Lion Rock, Mgm

Distribuito da:

01 Distribution

Edizione italiana:

Mar International

Dialoghi italiani:

Lorena Bertini

Direttore del Doppiaggio:

Marco Guadagno

Voci:

Nicolas Cage:

Pasquale Anselmo

Adam Beach:

Francesco Bulckaen

Noah Emmerich:

Emiliano Coltorti

Frances O:

Selvaggia Quattrini

dialoghi
italiani
0
direzione
del doppiaggio
0

Windtalkers
(Windtalkers, Usa 2002)

Devo necessariamente fare una premessa: non mi piacciono i film di guerra, a meno che non si tratti di bei film (Apocalypse now, Salvate il soldato Ryan, per non citare quelli più vecchi, tipo La grande guerra). In generale non provo piacere nel vedere i morti ammazzati, anche se mi rendo conto che in certi casi si renda un male necessario, se non altro per ricordare a cosa possa portare una guerra, e quindi poter riflettere su temi che coinvolgono tutti noi abitanti del pianeta Terra.

Premesso ciò, mi accingo a parlare del film in questione: alla prima visione ho notato che venivo pian piano sommerso dalla noia; alla seconda, anche. Allora, prima di dare la colpa solo al doppiaggio, l'ho visto in lingua originale. Conclusione: è un film “piccolo e male cavato”.

Piccolo perché mette in evidenza un valore, l'amicizia, che potrebbe avere un risalto ben maggiore, male cavato perché raggiunge il suo scopo, vittoria degli americani buoni (ma va'?) sui giapponesi cattivi (of course), in maniera non originale, citando financo altri film, e indugiando forse un po' troppo su scene cruente (che forse servono per le riflessioni di cui sopra, ma che rendono i vari episodi del film troppo uguali fra di loro).

La storia narra di un gruppo di marines che deve conquistare l'isola di Saipan. Durante la Seconda Guerra Mondiale gli americani utilizzarono i Navajo per comunicare in codice, e questo film è incentrato sulla storia di due di loro, Ben Yahzee e Charlie Whitehorse, i quali vengono affidati alla protezione rispettivamente di Joe Enders e Ox Henderson. Ovviamente le seconda coppia, formata dai comprimari, legherà, mentre gli altri due, protagonisti, faranno amicizia solo nel momento in cui Enders, interpretato da un Nicholas Cage piuttosto scialbo, sarà in punto di morte. Yahzee tornerà sano e salvo alla riserva e raccomanderà a suo figlio di raccontare che «il sergente Joe Enders era suo amico».

Trama esile, ma il problema è che non riesce ad interessare malgrado tutti gli altri strumenti che il cinema, specialmente il cinema hollywoodiano, ha a sua disposizione. Innanzi tutto, non c'è nulla, a parte l'elmetto degli americani, che ci riporti indietro nel tempo. Per fortuna ci viene in aiuto un ottimo sottotitolo, che ci dice luogo e data dei fatti narrati. Trovandosi di fronte a un film così difficile, il nostro traduttore e dialoghista è messo alle strette: a mio parere deve trovare il modo di rendere fruibile (cioè credibile) al pubblico italiano un modo tipico degli americani di rappresentare la guerra. Ma, ahimé, non c'è riuscito.

Non esiste un carattere uno, non esiste un modo di parlare che si avvicini solo lontanamente a ciò che poteva essere il modo di parlare negli anni Quaranta. Ora, ammettiamo pure che i militari siano zotici di natura (ma perché, poi?): in una scena del film veniamo contraddetti in questa nostra convinzione, e cioè nel momento in cui parlano dei loro desideri e aspettative una volta terminata la guerra e tornati in patria. Questo ci mostra persone semplici ma normali, che teoricamente potrebbero esprimersi correttamente nella loro lingua, che ora dovrebbe essere la nostra, e non come trogloditi.

Non c'ero a quei tempi, ma mio nonno, e come lui credo molti altri che hanno fatto la guerra, mai si sarebbe espresso con un tale sistematico turpiloquio. Sembra quasi che ci sia un gusto particolare nel far dire le parolacce, ma la parolaccia non è sempre necessaria per esprimere la violenza, la disperazione, la paura. La nostra lingua, così bella e varia, ha a sua disposizione tantissime espressioni che possono rappresentare sentimenti, pensieri... forse l'imbarazzo della scelta ha fatto propendere l’autore dei dialoghi italiani per il risultato con il minimo sforzo? Però anche il risultato è minimo.

Forse i militari sono più volgari degli altri esseri umani? Oppure chiunque diventa volgare nel momento in cui indossa una divisa? E quando ci si congeda? E i militari di carriera? Diciamo allora che è stato usato un unico livello di linguaggio (quello che nella fantasia del dialoghista, peraltro una donna, è il “linguaggio da caserma”) che accomuna tutti i personaggi e tutte le situazioni, rendendo tutti miseramente uguali. Che tristezza.

È vero che nella versione originale è presente una certa volgarità (comprensibile in certe situazioni limite), ma ciò che viene reso nella versione italiana è veramente esagerato.

Non vorrei indugiare in particolari, ma sembra che l'unica parola che sono in grado di pronunciare sia “cazzo”; qualcuno, ma raramente, ci diletta con un “figlio di puttana”, ma appena può torna alla parolina magica. Davvero insopportabile!

Durante una partita di poker le espressioni volgari avrebbero potuto avere un senso più “ludico”, se possibile, più goliardico, malgrado il luogo; ma no!, sono dette con una aggressività nella voce da far rabbrividire. Peccato che i volti degli attori non mostrino ciò che noi stiamo udendo.

Continuando nell'elenco degli orrori: la brava e dolce crocerossina Rita si avvicina a Enders e con una vocina di bambola gli chiede: «Te ne vai senza neanche avermi offerto un lurido drink?». Ma quando mai una signorina, infermiera, si sarebbe espressa così? Drink? e poi lurido?

Ovviamente, nell’originale, questa espressione non è presente: Rita dice semplicemente: «Shipping out without even buying me a drink».

Non riesco ad immaginare nessuna donna, per di più infermiera, e quindi dolce per vocazione e professione, che si sarebbe rivolta in modo così sfacciato e volgare ad un uomo negli anni Quaranta (ma forse neanche oggi). Mi dispiace, ma proprio non ci siamo.

E comunque “drink” non fa parte – malgrado gli strenui sforzi di un certo uso “doppiaggese” – di quei termini che si sono o si stanno imponendo, nella nostra lingua, nel registro colloquiale; noi diciamo semplicemente: “Qualcosa da bere”.

Andando avanti: il comandante descrive il compito che la squadra dovrà eseguire, presenta i nuovi soldati, ecc. Che tipo è? gli vogliamo dare una connotazione? È un “lurido” volgaraccio come i suoi sottoposti oppure, essendo più alto in grado, forse è capace di esprimersi un po' meglio? Non è chiaro: si nota un pallido tentativo di rendere il suo linguaggio più alto, traducendo «stepping stone» (letteralmente “passatoio”, “pietra per passare un guado”) con «tappa saliente», che contraddice però l’errore di sintassi della battuta appena precedente: «Gli ordini ci sono finalmente arrivati» («Orders finally came through»), in cui l’ordine delle parole ricalca pedissequamente quello inglese.

Ancora: più di una volta i giapponesi vengono definiti “musi gialli”, ma solo nella versione italiana; in quella originale si parla dei nemici in modo molto più “politically correct”, definendoli semplicemente “giapponesi” (“Japs”). Trovo comunque che questa espressione avesse come scopo una certa volontà di rendere offensiva la maniera di esprimersi degli americani, allo stesso modo in cui Yahzee e Whitehorse sono “indiani”; ma qui la ragione c'era: l'iniziale diffidenza verso gli appartenenti ad un popolo diverso si trasforma poi in rispetto verso la persona singola, e, c'è da sperare, si estenderà all'intero popolo Navajo. Forse questo passaggio non è stato afferrato...

Altri esempi: «In the middle of the nowhere» viene reso con un gratuito «Nel buco del culo del nulla»; «He saved my bacon» diventa «Mi ha salvato lo scalpo», mentre in italiano si dice “mi ha salvato la pelle”: il termine scalpo evidentemente è solo un riferimento al fatto che nel film ci sono degli indiani, è un riferimento inutile e fuori luogo.

Sempre durante la partita di poker, viene fatto dire a Enders: «Raccatta e porta a casa» e poi «Guarda e muori»; nell’originale Enders dice: «Read ’em and weep» e «Read ’em and die». La prima espressione significa: “leggi e piangi”, la seconda “leggi e muori”. “Leggere” è una parola del gergo pokeristico anche in italiano, ma qui la cosa non viene notata o non viene considerata; il risultato è un ibrido, che può mostrare – a scelta – distrazione o mancanza di fantasia. E comunque la prima frase mi sembra tipicamente romana, da tradursi, eventualmente con “pija e porta a casa” e non “raccatta”.

E poi: Charlie e Ox suonano il primo un flauto tradizionale, l’altro un’armonica a bocca e, su invito di Ox, suonano insieme, significando credo una ricerca di unione, di fratellanza; dopo aver fatto qualche tentativo, in momenti diversi del film, Ox dice: «That’s starting to sound like something», che viene tradotto: «Comincia a diventare interessante». Il senso di questa espressione, a mio avviso, è un po’ più profondo: stiamo creando qualcosa insieme, qualcosa (something) che ci unisce attraverso la musica, il suono, e che ci rende simili. È stata invece tradotta con un po’ di leggerezza, un po’ a tirar via, anche perché Slater ha un’espressione molto compresa di quel che sta facendo, molto commossa, e le parole potevano essere adattate meglio ai moti del suo viso e dei suoi occhi.

Ultimo non ultimo, temo che il nostro adattatore non sia stato in grado di tradurre “Codetalker”, che è la funzione dei Navajo e l’argomento del film: io ho dovuto mandare indietro la registrazione e poi vederlo in inglese per capire quella parola. Ma chi era al cinema come ha fatto? e chi non conosce l'inglese? Sarà rimasto con il dubbio, oppure ci avrà messo una pietra sopra. Ma perché, quando il doppiaggio esiste proprio per rendere un film comprensibile?

Chi segue questo film con scarsa attenzione può anche non far caso a tutte le inesattezze che ho citato, e anche a quelle che non ho citato, ma la domanda sorge spontanea: è giusto turlupinare tutte quelle persone che pagano un biglietto o il noleggio di un film, proponendo una sbobba simile? (per inciso, nella versione italiana “sbobba”, usato per tradurre “chow”, è forse l'unica espressione di gergo militare azzeccata).

Alla fine, un utile sottotitolo, in inglese, ci dà una notizia sulla veridicità degli eventi (luoghi, date, codice dei Navajo) narrati in questo film:

“The code was of vital importance to the Saipan victory and in every battle in the Pacific. It was never deciphered”. Perché non si è fatto lo sforzo di trovare un modo per farlo sapere anche agli italiani?

Per concludere accennerò brevemente alla scelta degli attori che hanno prestato la loro voce agli interpreti originali: mi dispiace per Francesco Bulckaen, che avevo lodato nel passato, e che qui, spero, sia capitato per caso. La voce di Yahzee, insopportabile, non fa che rendere la visione del film ancor più faticosa. Una domanda mi sono posto più volte durante la visione: l'avrà fatto apposta? e perché? E mi duole vedere nel cast Emiliano Coltorti, che ho avuto modo di apprezzare più volte in teatro. Questi bravi attori, e bravi doppiatori, non sono riusciti a far salire il livello di un film scarso di per sé, peggiorato – se possibile – da una traduzione e da un adattamento scadenti come pochi.

Arturo Pennazzi

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