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Scheda

Soggetto:

Jane Austen (dal romanzo “Orgolio e pregiudizio”)

Sceneggiatura:

Paul Mayeda Berges, Gurinder Chandha

Regia:

Gurinder Chandha

Prodotto da:

Pathè Pictures, Bride Productions, Kintop Pictures

Distribuito da:

BIM

Edizione italiana:

Fonoroma

Dialoghi italiani:

Federica De Paolis

Direttore del Doppiaggio:

Roberta Paladini

Voci:

Aishwarya Rai:

Laura Latini

Martin Henderson:

Mauro Gravina

Naveen Andrews:

Fabrizio Vidale

Namrata Shirodkar:

Federica De Bortoli

Nadira Babbar:

Lorenza Biella

Anupam Kher:

Sergio Romanò

Peeya Rai Chowdhary:

Perla Liberatori

dialoghi
italiani
1
direzione
del doppiaggio
3

Matrimoni & pregiudizi
(Bride & Prejudice, Gb/Usa 2004)

Il film di Gurinder Chanda è una rivisitazione moderna del romanzo di Jane Austen Orgoglio e Pregiudizio. La storia delle quattro sorelle Bakshi, ossessionate dalla madre che cerca loro dei mariti ricchi, si snoda fra l’India, Londra e Los Angeles.

Durante un matrimonio ad Amritsar Jaya conosce l’avvocato anglo-indiano Balraj Bingley, accompagnato in India dalla sorella Kiran e dall’amico William Darcy. Complice una vacanza a Goa, dove Darcy vorrebbe acquistare un hotel, i due ragazzi si innamorano. Nel frattempo un rapporto di amore/odio nasce anche fra la sorella di Jaya, Lalita e Darcy. Sistemata la prima, ora tocca alla seconda: perché non prometterla al cugino americano Kohli? Ma Mrs Bakshi non ha fatto bene i suoi conti, così Lalita rifiuta Kohli e Balraj viene convinto da Kiran e Darcy che Jaya è solo interessata alla sua ricchezza. Sarà l’invito al matrimonio di Kohli a risolvere ogni problema. Darcy e Lalita avranno il tempo di capire che il loro è vero amore, Darcy riconoscerà l’errore fatto con Jaya e farà in modo che Balraj torni sui suoi passi.

Questa versione bolliwoodiana del romanzo è forse semplicistica e un po’ smielata, ma approdando in India i personaggi sembrano scrollarsi di dosso la polvere dei secoli, aprendosi a nuove interpretazioni e riscoprendo una vena di perfida ironia che sembravano aver perso.

Il film tenta di sposare le tradizioni del cinema indiano con quelle del cinema occidentale, mantenendo la tradizionale forma del musical di Bollywood, cantato però in hindi e in inglese, la colonna sonora mischia i ritmi pop a melodie indiane, creando un’atmosfera da fiaba. Gurinder Chanda costruisce molte scene con un senso del colore sconosciuto ai registi occidentali, ne sono d’esempio quelle del matrimonio o al tempio, dove più che gli attori sono i colori a creare la vera magia delle coreografie.

Nonostante le opinioni discordanti della critica la combinazione vincente del film è proprio questo mischiarsi di due modi di fare cinema distanti fra loro. L’India è forse uno dei Paesi in cui sono ancora in voga tradizioni come i matrimoni combinati, questo dà credibilità alla storia e il fatto di essere ambientato ai giorni nostri, seppur in una cultura a noi quasi sconosciuta, avvicina la storia e i personaggi allo spettatore, al contrario dell’effetto prodotto dalle trasposizioni in costume del romanzo, che rinchiudono la storia all’interno del XIX secolo.

Nel film coesistono tre tipi di inglese: l’americano di Darcy, l’inglese upper class con influenze indiane di Balraj e Kiran, e quello degli indiani, un inglese caratterizzato dai ritmi dell’hindi e puntellato di espressioni in questa lingua. Chiaramente non era possibile mantenere in italiano le prime due distinzioni, ma la terza viene rispettata in alcuni personaggi facendoli parlare con la cadenza che gli immigrati indiani hanno nella nostra lingua. Accade però una cosa assurda: le generazioni più anziane, come i signori Bakshi, conservano questa cadenza durante tutto il film, mentre le figlie e la generazione più giovane parlano in un italiano dalla dizione perfetta. Poteva essere una buona idea mantenere per tutti gli indiani questa parlata lenta e differentemente accentata.

Composito, pieno di espressioni in slang e fortemente radicato nella cultura indiana è anche il linguaggio usato nel film, che rafforza la caratterizzazione dei personaggi. Per quanto riguarda l’adattamento italiano, invece, ci troviamo di fronte ad una vera e propria enciclopedia degli errori/orrori. Tutto viene appiattito in un linguaggio “middle class” e perbenista. Persino alla sedicenne Lakhi, la più giovane delle Bakshi, vengono vietate espressioni come: “È fichissino, mamma!” (It’ killing, mama!) o “Papà non rompere!” (Papa, just chill) tradotti invece con “È divino, mamma!”, oppure “Papà, rilassati”. Censurata Mrs Bakshi, che commentando l’eccessiva scollatura di Lakhi afferma: “But we want Balraj to look into Jaya’s eyes, not your mames!” - che tradotto diviene “Noi vogliamo che Balraj guardi gli occhi di Jaya, non le tue curve!” – sostituendo mames (tette) con l’innocuo curve. Bandito anche l’insulto di Johnny a Darcy “…I’d have to talk to the wanker” dove lo “stronzo” diviene “…è veramente un cafone”.

Strana scelta quella del dialoghista, quella di cancellare tutte le espressioni indiane dalla versione italiana. L’effetto è spesso comico, ad esempio: quando due indiani si salutano giungono le mani in un inchino ed esclamano “Nameste”, che in italiano diventa a seconda dell’occasione “Buongiorno”, “Buonasera” ecc. Altri esempi analoghi possono essere fatti con i nomi delle cose, come: “Let me fix my dupatta” - che diventa “Devo solo sistemare il velo”. Dupatta è la lunga sciarpa che le indiane portano assieme al sari, spesso indossata anche sul capo, non è propriamente un velo; inoltre vediamo il gesto, non vi erano quindi problemi a mantenere il termine originale. Più avanti nel film Lalita chiede di poter portare un amico inglese, Johnny Wickham, venuto ad Amritsar per vedere il Tempio d’oro al Garbha. In italiano il termine viene sostituito con tempio, ma Lalita sta chiedendo di portarlo insieme alla famiglia ad una cerimonia che si tiene nel tempio. Garbha in indiano infatti indica la parte più interna del tempio. È rimasta invece la forma indiana di Bombay, che è Mumbai, forse l’unico termine che sarebbe stato giusto tradurre.

La situazione è leggermente migliore nella traduzione dei riferimenti dall’inglese, così le similitudini di Kiran per spiegare il ballo iniziale: “The Indian version of American Idol” – una trasmissione americana che mette in gara giovani cantanti - e “He’s about to transform into the Indian MC Hammer” – il rapper americano che ha portato l’hip hop alle luci della ribalta – divengono “La versione indiana di Grease” e “Adesso si trasforma nel John Travolta indiano”, l’esempio è calzante e indubbiamente chiaro a noi italiani. Darcy definisce poi Amritsar una Hicksville India, Hicksville è una graphic novel del neozelandese Dylan Harroks: egli quindi intende un paese da fumetto, colorato ed allegro ma inesistente, in italiano diventa un “Siamo fuori dal mondo” che rende l’idea in modo meno incisivo. C’è poi un riferimento ad una canzone di Gloria Estefan, cantante conosciuta anche in Italia, non si capisce quindi perché la traduzione della strofa citata venga tramutata in un detto. Infine Lalita definisce il cenare con Kohli come osservare un dipinto di Jackson Pollock, pittore americano della prima metà del ‘900 facente parte dell’espressionismo astratto, in pochi conoscono questo pittore in Italia, ma si poteva comunque citare un qualsiasi pittore astratto europeo, e non ridurre la battuta ad un semplice “Si abbuffa come se non mangiasse da mesi!”. Infine quando la mamma di Darcy elenca le meraviglie indiane arrivate in America parla anche di Deepak Chopra un medico indiano famoso in America per unire la medicina occidentale alle pratiche ayurvediche, poco conosciuto in Italia viene sostituito con il Pollo Tandoori, decisamente più noto.

Scelta infelice è l’adattamento della battuta di Darcy poco dopo l’arrivo, che colpito dalla confusione che nota attraversando la città in taxi, afferma “Jesus, Balraj where the hell have you brought me?” (lett. “Gesù, Balraj, dove diavolo mi hai portato?”) che si traduce in “Ma vi rendete conto in che razza di Casbah mi avete portato?”; errore linguisticamente grossolano in quanto Casbah in italiano denota un luogo affollato e malfamato. Culturalmente però l’errore è più grave: Casbah è il nome arabo che della parte fortificata delle città Nordafricane; inoltre storicamente la regione in cui è situata Amritsar, il Punjab, all’epoca della spartizione dell’ India britannica venne divisa fra Pakistan e India, i rapporti fra le due comunità sono tutt’oggi tesi è quindi inadatto usare un termine arabo per definire Amritsar!

Ultimi ma non meno importanti sono gli errori di traduzione, come la battuta iniziale del film: “This is the conveyor belt?” (lett. “È questo il nastro trasportatore?) pronunciata da Darcy dopo aver visto arrivare i bagagli su dei carrellini trainati da un trattore, che diviene “Arriva una limousine” frase senza senso se si tiene conto del contesto. Altra traduzione impropria è una battuta di Balraj alla prima festa di matrimonio, dove dice alla sorella “Kiran, I’m his best man” che in italiano è “Sono l’ospite d’onore” mentre la traduzione giusta è “Sono il testimone”. Così come Kohli nella versione originale è un top accountant, cioè un commercialista, mentre qui Mrs Bakshi lo definisce un avvocato. Un caso particolare è la battuta di Maya (la quarta delle sorelle Bakshi), rivolta al pessimo comportamento di Lakhi, che dice “I’m telling you, she’ll give us all a bad name. You know she is spending all night texting boys?”, che viene tradotta in “Vedrai che alla fine per colpa sua perderemo il nostro cognome. Lo sai che ogni benedetta sera esce con uno diverso?” l’italiano è esatto e più o meno dà un’idea di quello che Maya vuole dire, solo che: più che perdere il cognome magari Lakhi lo infanga e poi non esce ogni sera, ma sta passando quella sera a conoscere ragazzi. Simile è la traduzione di una frase che Lalita dice a Darcy “I don’t want you turning India into a theme park” dove il Parco a tema (che per gli americani sono i parchi come Disneyland) diviene un Parco giochi, forse mantenere la traduzione letterale era più appropriato, dato che il parco a tema convoglia l’idea di una finta India ricreata per i turisti. Terribile è la traduzione della battuta di Kohli “Power walking. It’s so healthy. Everyone in LA is so Healthy” che in italiano diventa: “Portentoso, no? È il fitness, tutti a Los Angeles fanno Fitness”, Kohli fa un largo uso di aggettivi come eccezionale, meraviglioso ecc. e non dimostra grande intelligenza né proprietà di linguaggio durante tutto il film, ma persino per lui l’espressione è tirata per i capelli! Altra sottigliezza persa nell’italiano è la battuta di Mr Bakshi alla fine del film, quando Lalita e Darcy tornano a casa dopo aver ritrovato Lakhi, che rivolto al ragazzo dice “Come, Darcy, son. Come sit down.”, la traduzione è “Vieni, Darcy, siediti qui”, formalmente non ci sono errori ma quel son –figlio – indica che il padre ha capito i sentimenti della figlia verso quest’uomo e che in forma velata lo ha accettato nella famiglia.

Francesca De Rosa

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