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Scheda

Soggetto:

F.X. Toole

Sceneggiatura:

Paul Haggis

Regia:

Clint Eastwood

Prodotto da:

Malpaso Productions, Albert S. Ruddy Productions, Lakeshore Entertainment, Warner Bros. Pictures

Distribuito da:

01 Distribution

Edizione italiana:

SEDIF

Dialoghi italiani:

Lorena Bertini

Direttore del Doppiaggio:

Marco Guadagno

Assistente al doppiaggio:

Elena Federico

Fonico di doppiaggio:

Fabio Benedetti

Fonico di mix:

Fabio Tosti

Voci:

Clint Eastwood:

Adalberto Maria Merli

Hilary Swank:

Laura Lenghi

Morgan Freeman:

Renato Mori

Jay Baruchel:

Davide Chevalier

Margo Martindale:

Paola Giannetti

dialoghi
italiani
2
direzione
del doppiaggio
3

Million dollar baby
(Million Dollar Baby, Usa 2004)

Clint Eastwood torna sul tema etico della responsabilità, già affrontato in Un mondo perfetto e Mystic River, con questo Million Dollar Baby, in cui il rapporto dell’uomo con il destino viene declinato attraverso la storia di una cameriera che la passione per la boxe trasforma in una ragazza da un milione di dollari prima di portarla a scegliere tra la vita e la morte. La scelta “istintiva” di Dave Boyle-Sean Penn diventa qui assunzione consapevole di responsabilità da parte di Frankie Dunn-Clint Eastwood, che determinando il destino di Maggie salda anche un suo personale conto con Dio.

Un bel film morale, che evita il rischio di patetismo proprio perché la storia è solo un pretesto per parlare, ancora una volta, del bene e del male, attraverso una sceneggiatura rigorosa e uno sguardo anti-sentimentale.

Nella versione italiana molti di questi pregi si perdono. Innanzitutto le voci peccano in generale di un retrogusto retorico, melenso e un po’ di maniera. Il difetto è particolarmente fastidioso nell’interpretazione di Renato Mori, peraltro la voce ufficiale di Morgan Freeman, che è anche la voce narrante del film; evidentemente l’errore è da imputare alla direzione del doppiaggio, che – puntando sulla trama più che sul significato – ha voluto calcare sull’effetto sentimentaleggiante, mentre, a mio parere, mantenere la stessa distanza dell’originale tra il distacco del racconto e l’oggettiva tragicità della storia avrebbe sottolineato la portata “morale” del film. Brava, invece, Laura Lenghi nella parte di Hilary Swank e bravi pure alcuni doppiatori di personaggi minori, in particolare Davide Chevalier e Paola Giannetti.

I dialoghi italiani sono mediocri. Il loro principale difetto è quello di rivelare che c’è una penna unica, quella del dialoghista. Difetto sottile, cui a prima vista potrebbe non farsi caso, ma che è, a mio parere, un grave segno di inadeguatezza dell’adattatore. Ferdinando Contestabile – l’ammiraglio-dialoghista – diceva, più o meno, che il sistema per scrivere buoni dialoghi è quello di far parlare i preti come parlano i preti e i droghieri come i droghieri. Suggeriva anche un piccolo trucco, quello di rileggere le diverse parti separatamente, per evitare il rischio di omologare tutti i diversi linguaggi tra loro e al proprio. È un consiglio che mi sento di girare paro paro alla signora Bertini. Perché in Million dollar baby tutti i personaggi del film usano lo stesso registro linguistico. Non sarebbe di per sé sbagliato, vista la loro provenienza sociale comune, anche se è riduttivo pensare che la provenienza sociale determini da sola il linguaggio. Fin qui, quindi, potremmo parlare di superficialità. Il vero problema è che, malgrado la provenienza socio-culturale sia per tutti medio-bassa (e decisamente bassa per la protagonista), l’eloquio comune è di quel “forbitino” che dopo pochissimo disturba assai. Per fare un esempio, il vecchio allenatore Frankie ha frequenti colloqui con il parroco, al quale esprime una serie di dubbi teologici. Uno di questi riguarda Dio e «la storia della Trinità». Perché una persona che definisce quella della Trinità una “storia” dovrebbe proseguire con «una specie di pane burro e marmellata infilati nel medesimo sacchetto»? Il nonsense della metafora (pane burro e marmellata è un classico trio, fuori o dentro un sacchetto), che potrebbe passare inosservato, viene impietosamente sottolineato da quel “medesimo” che in bocca a un uomo indurito dalla vita come Frankie proprio non ci sta. Ma di che meravigliarsi, se lo stesso Frankie dà dell’«incompetente» al medico sul ring, definisce l’accappatoio di Maggie «di pura seta», «assume» suonatori di cornamusa per un incontro?

Il perbenismo linguistico di chiara matrice femminile associato alla boxe crea veri e propri mostri: il pubblico dell’incontro (quello che secondo la voce narrante ama la violenza) incita i pugili con «colpiscilo» (che altro dovrebbero fare?); Frankie insegna a Maggie ad allenarsi al sacco dandole l’oscuro consiglio «assumi una posizione atletica come se dovessi colpire qualcosa» e quando lei sul ring ha il naso rotto da cui cola copioso sangue, le intima «respira» (forse intendeva dire di tirare su col naso); Maggie, durante un incontro, alla domanda su quale sia la regola per un pugile risponde: «devo proteggermi continuamente»; i due uomini parlano tra loro di «pesi leggeri» quando ci aspetteremmo qualcosa di più gergale, ma meglio così, se l’unica volta che dicono «welter» viene pronunciato “uelter”.

Per finire, una serie di errori e fraintendimenti che gettano la tragica vicenda nel ridicolo: Scrap, voce narrante del film, ci avverte con il tono di chi le ha viste tutte che «ci sono infinite possibilità per raggiungere i vari strati di carne, e Frankie le conosce tutte» (la carne non ha strati, semmai la pelle). Frankie, a proposito della figlia che non vede da molti anni afferma con sicurezza (è un indovino?) «non pesa tanto». Maggie, a proposito della madre rimasta al paesello, dice che pesa 140 chili, e noi ci aspettiamo la tipica obesa del Midwest. Quando finalmente la signora fa la sua comparsa, è evidente che al più peserà 140 libbre {1lb=0,453Kg×140=63,5Kg}. Per tutto il film vediamo Frankie studiare il gaelico. Perché quando la ragazza gli chiede il significato del soprannome irlandese “Macushla” che le ha messo, lui risponde «non lo so, è in gaelico»? Ma la più bella di tutte apre il film: il medico sul ring non riesce fermare il sangue da una ferita sullo zigomo del pugile e fa: «non si rimargina». Va bene la sfida dell’uomo con Dio, ma cominciare la storia con un miracolo forse è un po’ eccessivo.

Giovanni Rampazzo

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