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Scheda

Soggetto:

Joel Coen, Ethan Coen

Sceneggiatura:

Joel Coen, Ethan Coen

Regia:

Joel Coen, Ethan Coen

Prodotto da:

WORKING TITLE FILMS, POLYGRAM FILMED ENTERTAINMENT, GRAMERCY PICTURES

Distribuito da:

U.I.P. - RCS FILMS & TV - POLYGRAM FILM INTERNATIONAL

Edizione italiana:

CAST DOPPIAGGIO

Dialoghi italiani:

CARLO VALLI

Direttore del Doppiaggio:

CARLO VALLI

Assistente al doppiaggio:

PAOLA DI MEGLIO

Voci:

Frances McDormand:

Antonella Giannini

William H. Macy:

Mino Caprio

Steve Buscemi:

Luca Dal Fabbro

Harve Presnell:

Dario De Grassi

dialoghi
italiani
4
direzione
del doppiaggio
5

Fargo
(Fargo, Usa/Gran Bretagna 1996)

Premiato a Cannes nel 1996 come Migliore Regia e vincitore l’anno dopo di due premi Oscar - Miglior Attrice Protagonista a Frances McDormand e Migliore Sceneggiatura Originale - Fargo dei fratelli Cohen è un thriller tragicomico basato sulla storia vera di un uomo che organizza il rapimento della moglie per estorcere denaro al ricco suocero. Ambientato nella tranquilla e allo stesso tempo inquietante provincia americana al confine tra North Dakota e Minnesota, in un paesaggio innevato quasi surreale dominato dalla figura mitica del gigante taglialegna Paul Bunyan, che il film finirà male ce lo aspettiamo dall’inizio. Dopo essere stati avvertiti che i fatti verranno narrati così come si sono svolti, ci facciamo trascinare dalla storia quasi in uno stato di ipnosi: da scene di normale quotidianità a scene di ordinaria follia, da personaggi il cui realismo risulta quasi noioso a personaggi decisamente goffi o disturbati, da pause di silenzio e riflessione a dialoghi a dir poco banali intervallati da sprazzi di genialità, tutto nel film tende a raccontare i fatti in maniera lineare e obiettiva e a presentarci i personaggi in un modo apparentemente freddo e superficiale ma efficacissimo, soffermandosi con uno stile quasi documentale sui loro gesti, desideri e reazioni – dai più comuni ai più estremi - che ci ricordano virtù e debolezze dell’essere umano.
Protagonisti indiscussi del film dal punto di vista recitativo sono Marge/Frances McDormand e Jerry/William H. Macy, rispettivamente l’imperturbabile poliziotta incinta incaricata delle indagini e il nevrotico mandante del rapimento che parla quasi sempre con frasi spezzate piene di esitazioni e rifacimenti. Seguono il malvivente Carl/Steve Buscemi e il suo taciturno complice Gaear/Peter Stormare. Per la versione italiana, ritengo che la direzione del doppiaggio sia veramente ottima e che l’interpretazione dei doppiatori sia particolarmente sentita. Mino Caprio comunica ottimamente l’inettitudine, la bassezza e la rassegnazione di Jerry/Macy: indebitato fino al collo, sempre più confuso e insicuro, incapace di farsi valere con il suocero, con i clienti, e tantomeno con i malviventi che lui stesso ha assoldato, l’unica cosa in cui riesce è mettersi nei guai con le sue stesse mani. Luca Dal Fabbro fa risaltare la pseudo-normalità del delinquente un po’ maldestro Carl/Buscemi, il personaggio meno serio del film e l’unico dotato di quel senso dell’umorismo che risulta volutamente fuori luogo. Antonella Giannini interpreta egregiamente la sua Frances McDormand: educatissima, attaccata ai valori della famiglia e con un profondo senso di rispetto per il suo lavoro, a differenza di Jerry e Carl non si scompone davanti a nulla e sa mettere la gente al suo posto.
L’adattamento dei dialoghi ha conservato lo stile informale dell’originale infarcito di modi di dire («you’re just whistling dixies/parli tanto per parlare», «it’s like robbing Peter to pay Paul/rubi dalla tasca destra per mettere nella sinistra», «we gotta just bite the bullet on this thing/dobbiamo fare buon viso a cattiva sorte», «you are smooth smooth, you know/tu le persone le incanti con lo sguardo»), di espressioni volgari usate soprattutto da Carl/Buscemi che, come abbiamo detto, vuole essere l’esatto opposto di Marge, la cui integrità si manifesta anche in un modo di esprimersi molto pulito.
Interessante la soluzione adottata per rendere un gioco di parole nella discussione iniziale tra Jerry e il suocero Wade, che ci fa subito capire il rapporto tra i due. Il gioco di parole che nella versione originale ruota attorno al termine «lot», che significa a seconda del contesto «molto» oppure «lotto», in italiano è stato ricreato sfruttando anche qui il duplice significato del termine «lotto», inteso inizialmente come «lotto di terreno» e poi inserito nell’espressione «terno al lotto», nel seguente modo:
Jerry:  I understand, it’s a lot of money – Lo so che costa parecchio.
Wade:  It’s a heck of a lot. What do you want to put there? – Costa un occhio della testa. Cos’hai detto che vuoi farci?
Jerry:   A lot. It’s a limited… - Un lotto. Adibito a…
Wade:  I know it’s a lot. – Un lotto di che?
Jerry:   I mean a parking lot. – Un lotto adibito a parcheggio.
Wade:  Yeah, well 750.000$ is a lot. I had a couple of lots. Lost a lot of money. A lot of money. – Sì, 750.000$ sono un terno al lotto. Una volta ho avuto dei parcheggi, li ho solo persi i soldi, ma proprio tanti.
Altro caso interessante è la questione della targa dell’auto che Jerry ha fornito ai due malviventi: il collega di Marge a un certo punto dice che nel verbale del poliziotto che ha tentato di fermare i due, alla voce targa c’è scritto DLR, sigla che in un primo momento viene scambiata con le lettere iniziali della targa, ma che poi Marge capisce essere l’acronimo di «dealer plate», cioè «targa della concessionaria». In italiano è stato reso con ST, lettere che potrebbero benissimo essere usate come iniziali di una targa americana ma che stanno anche per «senza targa».
Da notare la generalizzazione dei riferimenti a marche di prodotti come la Coca-Cola («Diet Coke» diventa «bevanda non alcolica») e la Malboro: «He looked like the Malboro Man» viene reso con «Fumava come una ciminiera» e «Maybe I’m saying that ‘cos he smoked a lot of Malboros» diventa «Si accendeva una sigaretta dopo l’altra». La stessa sorte subiscono - anche se qui condivido la scelta, visto che si tratta di riferimenti culturali che non avrebbero avuto senso nella versione italiana - il nome di una catena di fast-food («You got Arby’s all over me» diventa «Ma quanti hamburger mi hai portato!»), il nome di uno storico talk show dell’emittente NBC («From Hollywood, the Tonight Show» diventa «Ed eccomi di nuovo a voi, gentili spettatori») e il nome del grattacielo più alto di Minneapolis («IDS building» diventa «quel grattacielo»). Vengono mantenuti invece i riferimenti a Sears e John Hancock, due dei più alti grattacieli di Chicago. Altro riferimento rimosso nella versione italiana è quello a «Twin Cities» (lett. «città gemelle»), come viene chiamata la zona  metropolitana che include le città di Minneapolis e Saint Paul.
Una stranezza nell’adattamento è la telefonata mattutina tra la stazione di polizia e Marge. Nella versione originale, quello che dicono all’altro capo del telefono risulta indistinto, mentre in italiano il dialogo si sente chiaramente. Altre due anomalie corrispondono alla resa di «Janie, two more of those Skin-so-Softs, please» (Marge si riferisce probabilmente a un repellente per insetti da dare al marito che va a pescare, anche se purtroppo il contesto non è sufficiente per esserne sicuri) che diventa «Ah, Janie, sono nel mio ufficio se mi cercano» e la frase di José Feliciano «Here’s a song I dedicate to all the ladies here tonight» che diventa «Questa è una canzone che ho scritto tanti anni fa». Infine, fa sorridere di questi tempi la scelta di rendere «escort service» con «hostess».
Non dipende dall’adattamento ed è purtroppo inevitabile la perdita del riferimento alla figura leggendaria di Paul Bunyan, non tanto visivamente o nei dialoghi, ma nel suo significato simbolico. Il gigante taglialegna di cui più volte viene inquadrata la statua lungo la strada per Brainerd è una figura della mitologia americana che incarna i valori della frontiera e la capacità dei pionieri di dominare la wilderness. Un modello da seguire, insomma. Nel film la statua di Paul Bunyan ha un effetto tutt’altro che rassicurante: sembra mettere soggezione e incutere timore allo stesso tempo. E non si tratta di una semplice impressione, visto che la stessa ascia che Paul Bunyan usa per farsi strada e sopravvivere nei boschi è anche l’arma che Gaear usa per fare a pezzi il suo complice. Per tornare alla mitologia, l’ascia ci ricorda il tomahawk degli Indiani d’America e la sua duplice funzione di ascia di guerra e simbolo di pace (alcuni tomahawk avevano addirittura l’ascia da una parte e un calumet della pace dall’altra). Il cerchio si chiude quando alla fine del film lo stesso Gaear, che sta per essere consegnato da Marge alle autorità competenti, rivolge uno sguardo assente alla statua di Bunyan, come se gli riportasse alla mente i valori persi, un’ultima riflessione dei fratelli Cohen sulla duplice natura dell’essere umano.

Giuliana Sana

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