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Scheda

Sceneggiatura:

Nia Vardalos

Regia:

Joel Zwick

Prodotto da:

Gold Circle Films, Home Box Office - Mph Entertainment Productions - Playtone Company

Distribuito da:

Nexo

Edizione italiana:

CVD

Dialoghi italiani:

Francesco Vairano

Direttore del Doppiaggio:

Francesco Vairano

Assistente al doppiaggio:

Roberta Schiavon

Voci:

Nia Vardalos:

Tatiana Dessi

John Corbett:

Vittorio Guerrieri

Lainie Kazan:

Solvejg D’Assunta

Michael Constantine:

Carlo Baccarini

dialoghi
italiani
3
direzione
del doppiaggio
2,5

Il mio grosso grasso matrimonio greco
(My Big Fat Greek Wedding, Usa/Canada 2002)

“La commedia romantica che ha incassato di più nella storia del cinema USA”, così recita la copertina del DVD de Il mio grosso grasso matrimonio greco, ma a questo va aggiunto che è sicuramente una delle più divertenti. La storia di questo film nasce dal teatro: dopo aver scritto l’omonima commedia per il palcoscenico, Nia Vardalos viene contattata da Rita Wilson, di origine greca nonché moglie di Tom Hanks. I due decidono di produrre l’adattamento cinematografico e offrono a Nia il ruolo della protagonista Toula.

Toula è una trentenne statunitense di origine greca, decisamente non attraente e ulteriormente limitata da una famiglia iper-nazionalista ai limiti del fanatismo. La giovane conduce una vita monotona, servendo ai tavoli del ristorante (greco) della famiglia e sognando una vita felice che, però, è convinta non arriverà mai. Fino al giorno in cui decide di sfidare l’ira del padre e s’iscrive a un corso di informatica all’università, inizia a curare la sua immagine e incontra l’uomo dei suoi sogni, Ian. Il sogno, tuttavia, si tramuta in incubo per i genitori di Toula perché il ragazzo non è greco, quindi le vietano di frequentarlo. Lei, al contrario, lo vede di nascosto fino a quando i due decidono di sposarsi. Qui iniziano le vicissitudini del povero Ian che si sottomette a tutto pur di farsi amare dai genitori della fidanzata.

La trama è semplice, ripercorre il cliché della favola d’amore, ma è ricca di battute esilaranti e di gag davvero spassose (prima fra tutte la fissazione del padre di Toula per il Vetrix). Inoltre introduce l’argomento razziale, riproponendolo da un punto di vista differente: Gus Portokalos, greco trasferitosi negli Stati Uniti, definisce gli statunitensi “stranieri”, nonostante in realtà sia lui lo straniero nella loro terra. Ma lui è così orgoglioso delle sue radici che si è ricreato un angolo di Grecia con il ristorante greco, l’agenzia turistica specializzata in viaggi per la Grecia, l’imitazione del Partenone come facciata della casa. Gus si è rinchiuso nel suo piccolo mondo e questo è l’atteggiamento alla base di tutti i problemi razziali. Questo film ha il pregio di raccontare tutto ciò in chiave ironica, senza diventare pesante.

L’edizione italiana non è pessima, ma avrebbe potuto essere molto meglio. Unico grande pregio della direzione del doppiaggio è la scelta della voce del protagonista maschile, Ian. La voce originale di John Corbett è rauca e talvolta inespressiva, quella di Vittorio Guerrieri è dolce e profonda. La sua recitazione, inoltre, dà le giuste sfumature al personaggio che, grazie allo sguardo e alla mimica di Corbett e alla voce di Guerrieri, rasenta la perfezione.

Meno azzeccata la scelta della voce di Toula: la voce di Nia Vardalos è molto decisa e sicura, quella di Tatiana Dessi è talvolta goffa. La scena peggiore è quella dell’incontro tra Toula e Ian nell’agenzia di viaggi: Toula è agitata, tuttavia la recitazione della Vardalos fa capire come la ragazza, di natura molto determinata, riesca a dissimulare questo nervosismo e a conversare più o meno fluentemente. Nell’edizione italiana le prime battute sono biascicate, non scandite, e le risate di Toula non sembrano naturali ma isteriche, come di chi è fortemente in imbarazzo. Questo, però, stona fortemente con la naturalezza con cui alla fine accetta l’invito a cena di Ian.

Anche la voce dell’amico di Ian, Mike, è stata scelta con poca cura. Nella versione italiana ha una voce piuttosto calda, mentre nell’originale è più acuta e la recitazione di Ian Gomez gli dà quel giusto tocco di acidità che si confà al personaggio freddo e superficiale che esce ogni sera con una ragazza diversa, nonostante siano, come Ian gli fa notare, “tutte uguali”.

Sempre per quanto riguarda la recitazione, Francesco Vairano avrebbe dovuto curare meglio anche quella della signora White, vicina della famiglia Portokalos. Nella scena in cui riaccompagna a casa per l’ennesima volta la nonna Yiayia, la donna è veramente arrabbiata e stizzita, tanto che urla con rabbia: “Keep your mother off my lawn, out of my basement and away from my roof!”. Nella versione italiana la battuta è stata recitata in maniera piatta e annoiata.

Pochi istanti prima, infine, quando Toula guarda la televisione con i genitori, il sonoro della televisione non è stato doppiato, infatti nella versione italiana si sente ancora l’originale. Si tratta di pochi attimi, la televisione viene inquadrata solo dal retro, tuttavia è un altro degli accorgimenti mancati nella direzione del doppiaggio di questo film.

Anche i dialoghi avrebbero potuti essere più accurati, sia per quanto riguarda il rispetto del movimento delle labbra, sia per scelte linguistiche talvolta poco azzeccate.

Esempi di “fuori sinc” si hanno durante la scena in cui Toula il giorno del suo matrimonio si sveglia con un brufolo e sua cugina Nikki dice “wait, wait, wait”, tradotto in italiano con un “ferme, ferme, ferme” che non calza per niente sul movimento delle labbra, o durante la scena iniziale in cui Toula è in macchina con suo padre, lui le rimprovera per l’ennesima volta di sembrare “vecchia”, ma l’uomo chiude molto la bocca nella o di “old” creando un certo distacco tra il sonoro e il movimento delle labbra.

A proposito delle scelte linguistiche, occorre tener conto di una difficoltà strutturale nell’adattamento di questo film. Nell’originale sentiamo quasi tutti i protagonisti greci parlare un inglese sintatticamente corretto, ma con una pronuncia un po’ stentata. Come rendere questo in italiano? Negli Stati Uniti c’è una forte comunità greca, quindi gli americani sanno riconoscere un greco dalla pronuncia, ma in Italia non è così. Qui sappiamo riconoscere altri accenti: inglese, tedesco, francese, arabo, ma non quello greco. Quindi possiamo supporre che il dialoghista abbia dovuto spostare queste differenze sul piano linguistico. Infatti se si vuol dare l’illusione al pubblico che la storia già in partenza sia stata scritta in italiano, bisogna tenere conto che chi impara l’italiano ha spesso problemi con la grammatica (più complessa di quella inglese) e in particolare con le declinazioni. Se la supposizione è corretta, vengono giustificate scelte stilistiche come l’uso di “paltò” per “robe”, cioè un abito lungo e pesante, del dialettale “saccoccia” invece di “tasca” per “pocket” e di “arancio” per “arancia” riferito al frutto. Un esempio dello spostamento della caratterizzazione dalla pronuncia alla grammatica si ha quando la madre parlando, con Toula del (finto) corso di ceramica, commenta i suoi presunti progressi con un “bravo”, declinando l’aggettivo al maschile invece che al femminile, mentre nell’originale l’inglese della donna è corretto (tanto più che insegna anche alla scuola domenicale).

Un appunto va invece fatto su una pratica di uso ormai frequente nel doppiaggio, ma decisamente sbagliata: quella di tradurre “apartment” con “appartamento”. Ma quando mai in Italia qualcuno dice “eccoci al mio appartamento”? Diciamo tutti molto semplicemente “eccoci a casa mia”.

Per quanto riguarda la traduzione delle battute, buona la resa di quella tra Athena, sorella di Toula, e suo figlio. Il piccolo dice “I wanna drive” e la madre risponde “Drive? You drive me crazy”. Nella versione italiana è stata adattata con “Porto io la macchina”, “Tu? Tu mi porti al manicomio”.

A mio parere pessima, al contrario, la gag sul dolce portato dai coniugi Miller alla prima cena con i futuri consuoceri Portokalos. I due portano un ciambellone, in inglese “pound cake” e il tutto si gioca sull’incapacità della signora Portokalos di capire la parola “pound”. Nella versione italiana la gag è stata resa con la somiglianza tra cassata e cazzata, ma quella che si vede non per niente una cassata, è palesemente un ciambellone.

In definitiva, non ci sono errori che minano la comprensione globale del film, le battute rimangono ugualmente esilaranti e lo spirito della pellicola rimane invariato. Tuttavia le imprecisioni, evidenti anche per un pubblico non particolarmente attento (come la scelta di cassata per il ciambellone), non rendono piena giustizia a un’ottima sceneggiatura e a un ottimo film, che meritava di essere adattato e soprattutto diretto nella sua versione italiana con più cura.

Alessandra Basile

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