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Recensioni Reviews

Scheda

Sceneggiatura:

Suha Arraf, Eran Riklis

Regia:

Eran Riklis

Distribuito da:

Teodora Film

Edizione italiana:

FONO ROMA FILM RECORDING

Dialoghi italiani:

MARCO METE

Direttore del Doppiaggio:

MARCO METE

Assistente al doppiaggio:

CARLA METE

Voci:

Hiam Abbass:

ROBERTA GREGANTI

Ali Suliman:

ALBERTO ANGRISANO

Rona Lipaz-Michael:

ROBERTA PELLINI

Hili Yalon:

ANGELO MAGGI

Tarik Kopty:

DANTE BIAGIONI

Makram J. Khoury:

BRUNO ALESSANDRO

Smadar Yaaron:

DANIELA D'ANGELO

dialoghi
italiani
3
direzione
del doppiaggio
4

Il giardino di limoni - Lemon Tree
(Etz Limon, Israele/Germania/Francia 2008)

Il giardino di limoni - Lemon Tree del regista israeliano Eran Riklis affronta lo spinoso problema del conflitto israelo-palestinese attraverso la vicenda di due donne: Salma Zidane, una vedova palestinese proprietaria di un giardino di limoni, e Mira Navon, moglie del ministro della difesa israeliano. Quando i coniugi Navon decidono di trasferirsi al confine cisgiordano, le misure di sicurezza fanno della loro nuova casa una vera e propria fortezza con tanto di recinzioni, telecamere di sorveglianza e perfino una torretta con un militare di guardia. Ma poiché il frutteto della loro vicina palestinese impedisce la visuale e vanifica in parte il controllo della zona, sotto la pressione dei servizi segreti, il tribunale militare ordina opportunamente di sradicare gli alberi di limone, impedendo l'accesso al giardino anche alla sua legittima proprietaria. Gli alberi cominciano a deperire, i limoni marciscono in terra e l'unico mezzo di sussistenza della donna viene così a mancare. Ma Salma è una donna tenace e non accetta la sentenza: inizia così la sua battaglia legale contro i Navon e lo stato di Israele. Mira, dal canto suo, presa coscienza dell'arroganza israeliana, assiste impotente allo svolgimento della vicenda dal finale quasi scontato. A processo concluso, Ziad Daud, il giovane avvocato palestinese che ha assistito Salma nella sua battaglia legale, dice ai giornalisti: «Allora signori, il lieto fine c'è soltanto nei film americani... ».
Prima di entrare nello specifico del doppiaggio del film, vorrei fare alcune considerazioni preliminari non solo per inquadrare meglio la recensione, ma anche per giustificare la mia valutazione. Indubbiamente ogni volta che il doppiaggio si deve confrontare con film multilingua, corre sempre il rischio di smascherarsi da solo, soprattutto se la scelta operata a monte è quello di adattare tutto in un italiano standard che nel migliore dei casi produce un appiattimento linguistico non presente nella versione originale e nei peggiori porta alla scrittura di dialoghi piuttosto improbabili (la mente corre subito alla versione dvd del film Babel di Iñárritu). Per di più Lemon tree rappresenta un caso a sé nel panorama dei film multilingua: è solo formalmente multilingua, perché nella sostanza sarebbe più corretto definirlo un film bilingue visto che l’ebraico e l’arabo si dividono la scena in modo pressoché paritario (ci sono delle scene a vocazione “internazionale” o ufficiale in cui viene usato anche l’inglese, ma sono minoritarie rispetto al resto del film).
Questo già di per sé rappresenta un problema di non facile soluzione. Anche se si fosse scelto di doppiare una sola della due lingue e di sottotitolare l’altra, come si sarebbe dovuto agire? Uno dei criteri che spesso si seguono in questi casi è un criterio di prevalenza, ovvero si preferisce doppiare in italiano la lingua maggiormente usata nel corso del film: nel nostro caso, però, non esiste una lingua nettamente dominante. Un altro criterio spesso adottato è di tipo “spaziale”: si doppia la lingua del paese in cui è ambientata la vicenda o quella del paese di produzione del film. Quindi in questo caso l’ebraico: ma così facendo la storia di Salma Zidane, che è ancora più toccante di quella di Mira Navon, avrebbe corso il rischio di farsi meno coinvolgente per uno spettatore italiano che, abituato com’è a fruire del doppiaggio, si sarebbe in questo caso trovato a seguirla sottotitolata. D’altro canto, doppiare l’arabo e sottotitolare l’ebraico avrebbe forse portato gli spettatori più attenti a una lettura del film in chiave ideologica, di stampo filo-palestinese, che però non è presente nella versione originale del film (o quantomeno non in misura così marcata).
Il risultato? È stato tutto doppiato in italiano con la riscrittura di alcune parti dei dialoghi. Però, mentre per altri film multilingua sarei stato più severo nel giudizio, in questo caso siano di fronte a un film che presenta difficoltà oggettive che non si potevano superare agevolmente. Onestamente non mi pare che, una volta deciso che il film andava doppiato, si potesse fare in modo molto diverso: il doppiaggio, pur coi suoi limiti, nel suo complesso non mi è dispiaciuto. Certamente i denigratori dell’omologazione linguistica spesso prodotta dal doppiaggio dei film multilingua (e il sottoscritto in genere è fra loro) forse darebbero 2 ai dialoghi di questo film. Io in questo caso non sono così intransigente e decido di assegnare 3 ai dialoghi che, al di là della lingua di partenza, mi sembra riescano a caratterizzare efficacemente i diversi personaggi e a restare nel complesso credibili. Del resto, vale la pena ricordarlo, la decisione di appiattire tutto a livello linguistico è generalmente presa a monte, a livello di distribuzione, e non dal singolo dialoghista o direttore.
Nel tentativo di mantenere un minimo la dimensione bilingue e biculturale della versione originale sono state attuate delle scelte che non mi sono affatto dispiaciute. Prima fra tutte quella di non doppiare i brusii in sottofondo. In genere non amo i film il cui doppiaggio lascia i brusii in originale ma in questo caso trovo che mantenerli in ebraico (quando viene montata la torretta di sorveglianza o a Gerusalemme, per esempio) o in arabo (al campo profughi di Jelazon o a Ramallah) sia stato un buon modo per ricordare allo spettatore che la vicenda ha luogo in una zona di frontiera dove le due comunità vivono letteralmente gomito a gomito. Secondo me, l’omologazione linguistica prodotta dal doppiaggio regge abbastanza bene perché il film mette in evidenza come la difficile convivenza fra palestinesi e ebrei non sia legata tanto a fattori strettamente linguistici, quanto piuttosto a dinamiche identitarie e comunicative più generali. Alcuni personaggi nella versione originale, infatti, parlano tanto l’ebraico quanto l’arabo, ma non per questo si capiscono di più. Il doppiaggio in italiano generalizza e, se vogliamo, estremizza quest’aspetto del film, ma non mi sembra ne alteri significativamente l’impianto complessivo.
Sempre in quest’ottica vanno lette quel paio di occasioni in cui viene mantenuto l’inglese: il primo caso è la radio di sottofondo a Washington quando Salma telefona al figlio Nasser; il secondo quando l’ambasciatore norvegese esprime la solidarietà del suo paese alla donna. In questo secondo caso la scelta è stata obbligata perché si vede chiaramente l’avvocato Ziad tradurre alla donna quello che viene detto. In altre occasioni sempre a vocazione ufficiale (come la conferenza stampa sulla costruzione del muro di separazione) l’inglese viene adattato in italiano: se inizialmente questo fa sì che non si capisca quanta risonanza il caso del giardino dei limoni abbia assunto a livello internazionale, l’informazione viene comunque recuperata più avanti nella scena del discorso dell’ambasciatore norvegese o ancora quando Salma finisce su un network americano e viene vista dal figlio in tv. L’adattamento e la traduzione sono sempre operazioni delicate che spesso devono scendere a qualche compromesso. Non mi pare che in questo caso sia un compromesso tanto grave.
In tre occasioni i dialoghi sono stati in parte riscritti perché nell’originale si faceva riferimento a un problema di non comprensione linguistica. Nella prima di queste tre scene avviene il dialogo fra Salma e “Freccia”, il soldato di guardia nella torretta: il giovane le dice in ebraico che non dovrebbe stare nel frutteto (le è stato impedito l’accesso dal tribunale militare israeliano) e la prega di tornare a casa. La donna gli risponde per ben due volte l’unica cosa che sa dire in ebraico: «Io non parlare ebraico». Nella versione italiana, invece, lei dice rispettivamente «No, io non me ne vado» e «No, questo campo è mio». Il personaggio nel doppiaggio appare ancora più battagliero e ostinato, ma nella sostanza anche con questo cambiamento non ne viene affatto alterata la fisonomia, anzi. Nell’originale il militare cerca allora di parlare con lei in un arabo molto stentato e le chiede lentamente: «Come si chiama?». L’espressione del suo viso è quella tipica di una persona che parla una lingua straniera a fatica. In italiano il dialogo in questo punto non è stato modificato ma resta credibile: già il nomignolo “Freccia” ci fa capire che si tratta di un personaggio non particolarmente brillante, ma di buon cuore, e nel doppiaggio italiano non appare poi così diverso dall’originale.
Un problema simile a questo è stato risolto in maniera ancora più credibile durante il colloquio che Salma ha in casa propria con la giornalista israeliana Tamar Gera l’indomani dell’attacco alla casa del ministro Navon. La giornalista sveglia la donna e si qualifica in ebraico. Salma anche stavolta risponde: «Io non parlare ebraico». La giornalista allora le dice: «Non si preoccupi, parlo arabo» e si qualifica nuovamente. Nella versione italiana abbiamo il seguente scambio: «Sono Tamar Gera, una giornalista. Vorrei parlare con lei» / «Io non ho niente da dire» / «Non abbia paura, voglio solo fare due chiacchiere». Tamar si qualifica solo a questo punto. Inizialmente Salma appare un po’ più reticente rispetto all’originale, ma il dialogo così adattato mi sembra verosimile. Peccato che poco più avanti venga fraintesa e mal adattata una battuta ironica fatta da Salma: lei sta parlando alla giornalista del fatto che il ministro abbia mandato dei soldati a “rubare” dei limoni dal proprio frutteto senza averle chiesto il permesso. A questo punto vediamo la giornalista iniziare a scrivere qualcosa sul taccuino e Salma in originale le dice qualcosa tipo: «Cosa scrive? Pensa davvero che (il ministro) me l’avrebbe chiesto?». E l’altra sorride. Nella versione italiana abbiamo invece: «Che sta scrivendo? Non doveva chiedermelo?», frase ambigua che mal “si appiccica” al sorriso che Tamar fa alle parole della donna e che ci lascia perplessi.
I dialoghi hanno subito una parziale riscrittura anche quando, a processo concluso, l’avvocato Ziad rilascia delle dichiarazioni alla stampa. Inizialmente lo fa in ebraico, allora qualcuno gli chiede: «In arabo, per favore» e l’uomo passa a parlare l’altra lingua. In italiano questa richiesta è diventata: «Quindi pensa che sia comunque una sentenza positiva?». Il cambiamento qui è davvero poco importante perché le parole dell’avvocato sono man mano coperte dalla musica in sottofondo, mentre la macchina da presa insiste sul volto di Salma che si è allontanata dalla folla dei giornalisti. Le parole di Ziad sono a questo punto poco più di un brusio e non trovo che l’appiattimento linguistico prodotto qui dal doppiaggio abbia un grosso peso sull’economia del film.
I dialoghi italiani invece rischiano di non reggere nelle scene in tribunale. Questo dipende non dai dialoghi in sé, che volendo restano credibili, quanto piuttosto dalle immagini, in particolare dagli auricolari per la traduzione simultanea che si vedono chiaramente. Se alla prima udienza l’auricolare non si vede e il tradurre di Ziad a Salma quanto viene detto può tranquillamente passare per un parlottare tra avvocato e cliente, nella seconda udienza l’auricolare si vede e si cerca di arginare in parte la cosa abbassando il vocio nell’auricolare di Salma fino a renderlo inudibile. Il vero problema si ha quando la Corte Suprema pronuncia la sua decisione: Salma si alza in piedi e si mette a parlare interrompendo il giudice. Qui vediamo chiaramente il giudice e gli avvocati militari mettersi le cuffie per capire quanto la donna sta dicendo. La cosa lascia noi spettatori italiani perplessi e costituisce l’unico momento in cui il doppiaggio produce un calo di tensione, ma, ribadiamolo, è un film difficile da doppiare.
Concludo le mia recensione soffermandomi su due cose molto ben fatte. Per prima cosa, ho trovato molto azzeccate alcune scelte linguistiche operate per mantenere un minimo di colore locale come certe espressioni tipiche della cultura araba quali «Mani benedette», «Pace alla sua anima», «Se Dio vuole» o ancora l’allocutivo «Um Nasser» con cui spesso si rivolgono a Salma. In secondo luogo, esprimo un giudizio positivo sulla direzione di doppiaggio: sensibile e attenta a restituire l’interpretazione degli attori originali. Molto brave tanto Roberta Greganti, che segue molto bene la toccante interpretazione di Hiam Abbass nel ruolo di Salma, quanto Roberta Pellini, che ci restituisce in italiano una intensa Rona Lipaz-Michael in quello di Mira.

Giuseppe De Bonis

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