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Recensioni Reviews

Scheda

Soggetto:

Guy Ritchie

Sceneggiatura:

Luc Besson

Regia:

Guy Ritchie

Voci:

Ray Liotta:

Massimo Corvo

Jason Statham:

Christian Iansante

Vincent Pastore:

Roberto Stocchi

Mark Strong:

Mino Caprio

dialoghi
italiani
2
direzione
del doppiaggio
2

Revolver
(Revolver, Gran Bretagna 2005)

Revolver, quarto lungometraggio del regista inglese Guy Ritchie, è un film intricato, affascinante per gli amanti del regista, ma presuntuoso. Il tallone d’Achille è l’intreccio, senza dubbio molto complesso e che finisce per avviluppare anche lo spettatore, ma che a conti fatti si rivela una matassa narrativa e psicologica sostanzialmente non sbrogliabile.
La natura inconcludente di Revolver giustifica la scelta di farlo uscire solo in edizione home video, e dal nostro punto di vista ci permette di approfondire quale trattamento può essere riservato a un prodotto economicamente “di serie B” e se la politica d’investimento del distributore possa effettivamente riflettersi sulla qualità finale del doppiaggio.
Come si suol dire, si dice il peccato ma non il peccatore: la lunga ricerca d’informazioni sull’edizione italiana di Revolver non ha dato infatti esito positivo, né la 01 Distribution si è ritenuta in dovere di indicare alcunché nella versione per il noleggio. Insomma, la società di edizione, l’adattatore e il direttore di doppiaggio sembrano informazioni top secret.
Entrando nel merito, la complessità della trama avrebbe richiesto una traduzione fedele in particolare rispetto ai contenuti, che non si alterassero insomma le piccole porzioni di verità che ogni personaggio apporta al mosaico generale. Ripeto, il fattore psicologico qui è preponderante e la credibilità si regge (anche se a stento) su un equilibrio effimero dato dal senso che ciascuno ne ricava dalla visione. Rispetto a questa necessità, l’ignoto dialoghista ha optato per una pedissequa traduzione letterale per la quasi totalità del film. È innegabile dunque che lo spettatore italiano e quello della versione originale dispongano degli stessi strumenti per interpretare la storia del film. Le differenze, però, ci sono e si sentono; in parte sono dovute alle interpretazioni non brillanti dei doppiatori italiani, ma non solo. Vediamo il perché.
In varie scene, immagini e parole sono “scollate”, coesistono ma in disarmonia. Non è tanto una questione di sincronizzazione – aspetto al quale è evidente che non è stata prestata particolare attenzione – quanto di divergenza fra espressione del volto e intenzione interpretativa. La versione italiana risulta quindi nel complesso piatta e il coinvolgimento è inferiore. Ho visto questo film molte volte in lingua originale e quando ho guardato la versione italiana ho provato un certo disagio. All’inizio pensavo che fosse l’abitudine a sentirlo in originale, poi però mi sono reso conto che ciò che disturbava era proprio questo appiattimento della recitazione. Emblematiche sono le scene in cui Macha, il potente proprietario di casinò, si sfoga con il suo braccio destro Paul: c’è tutta la tensione nei tratti del boss Ray Liotta, ma la voce (di Massimo Corvo, una delle pochissime informazioni che ho trovato sulla versione italiana) non lo accompagna e sembra quasi che stia conversando davanti a un caffè, in tranquillità. L’altra pecca che si nota molto è quando il protagonista Jake Green elabora mentalmente ciò che gli sta succedendo. Forte del vantaggio di essere solo un flusso di pensieri, questa voce narrante che ricorre per tutto Revolver poteva sembrare più naturale in italiano e non essere la copia carbone dell’inglese, ricalcando le esitazioni sulle stesse parole e le medesime costruzioni sintattiche. Il buon Christian Iansante ha provato a migliorare le battute con la sua voce bassa, confidenziale e calda, ma in questo caso sembra proprio che il problema sia al livello dell’adattamento, cosa che inevitabilmente si ripercuote sull’interpretazione.
E giungiamo dunque a quella che, a mio avviso, è la carenza principale della versione doppiata: la poca inventiva, la tendenza esasperata di una traduzione verbatim senza quasi neanche azzardarsi a invertire l’ordine delle parole all’interno delle frasi. Ci sono alcuni passaggi in cui il dialogo italiano è sensibilmente artefatto, con forzature nelle espressioni che non si possono non notare. Appiattita è la traduzione di «No crackheads with sharp sticks acting like silly fucking gangsters» che diventa «Non voglio drogati che agiscono come gangster del cazzo». L’appiattimento include anche la perdita di quei momenti d’ironia come «You're a risk-taker of the highest calibre, ain't you, Rade?» che diventa «Vedo che non ti piace rischiare, Rade». Facile che si perda anche «-Who is it? –Happy Tony. -Not looking so happy now, is he?» che è stato reso con «-Chi è? –Happy Tony. –Non sembra tanto allegro adesso».
Il fatidico “man” con cui si concludono alcune battute è stato più volte tradotto con l’immancabile “amico”, classica espressione che si sente solo nel doppiaggio. Altre traduzioni troppo letterali che in italiano non hanno alcun significato sono «The longer you listen, the sweeter the pitch», che diventa «più ascolti, più è dolce il tono», «Do you know life without me?» «Conosci la vita senza di me?».
Ciò che non convince, inoltre, è la scelta del registro di alcune espressioni. Quando un killer spara a Macha, questi in preda al dolore riesce addirittura a dire «L’avidità li attanaglia tutti» («Greed gets them all in the end»). Oltre a essere non richiesto, l’innalzamento di registro è soprattutto poco credibile quando un minuto prima un proiettile ti ha mozzato un dito. Banale è anche la resa di «Good day», saluto con cui si congeda ogni volta l’emissario di un potente boss. L’espressione è dichiaratamente forzata, oltre ad essere molto formale e vecchio-stile: renderla con uno scontato «Buona giornata» non è adeguato. Il dialoghista avrebbe dovuto osare di più, per esempio un «Ossequi».
Tutto il film è costellato d’inserti dove si citano regole degli scacchi e frasi di personaggi storici: la scelta traduttiva è stata quella di leggerle anziché sottotitolarle. Tutte le brevi parti riguardanti la cosca mafiosa in cui si parla in cinese sono state sottotitolate. Sono del tutto assenti, invece, i sottotitoli per i due bigliettini misteriosi che avvertono Green degli imminenti fatti che gli stanno per succedere: uno spettatore che non ha cognizioni d’inglese si domanda cosa mai ci sarà scritto su quel bigliettino.
Rare le buone soluzioni traduttive: la battuta «If I wanted vinegar, I would have ordered French fries» è stata resa più comprensibile con «Se volevo aceto avrei ordinato un’insalata». Almeno in campo culinario, la nostra versione è migliore.
Ci sono da annotare alcuni casi di censura, tutti evitabili e non giustificabili. Nessuno dei personaggi ha un registro alto, né particolarmente basso. Perché allora omettere quelle poche sfumature ed espressioni un po’ forti che danno un tocco di parlata vera, reale? «Are you fucking deaf?» diventa «Sei forse sordo?», mentre «Open your mouth one more fucking time, I'll blow your fucking head off» è stato reso con «Se apri ancora la bocca ti faccio saltare in aria la testa».
C’è poi da annotare anche un livellamento degli accenti: asiatico, greco e mediorientale si sono persi tutti nel doppiaggio. L’approssimazione del doppiaggio di questo film si ritrova anche nella scelta delle voci: anche lì penso che si potesse fare molto meglio.
Ultima notazione, tecnica: nell’edizione italiana tutte le voci, anche quelle dei personaggi ripresi in campo lungo, si sentono forti e vicine, con una assoluta mancanza di campo non corretta, evidentemente, neanche al missaggio.
Insomma, se il testo finito sul leggio sembra steso in maniera sbrigativa e anonima, senza nessun tocco personale, se il direttore del doppiaggio sembra non abbia diretto l’orchestra delle voci come si deve, la causa è solo sciatteria professionale o è il risultato di una distribuzione che ha deciso di non investire sul prodotto? Comunque, chi ne paga le conseguenze rimarranno sempre Revolver e i suoi spettatori.

Francesco De Re

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