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Scheda

Soggetto:

Alan Le May

Sceneggiatura:

Frank S. Nugent

Regia:

John Ford

Prodotto da:

MERIAN C. COOPER, C.V. WHITNEY PER WARNER BROS

Distribuito da:

WARNER BROS

Edizione italiana:

CDC

Voci:

John Wayne:

EMILIO CIGOLI

Jeffrey Hunter:

MASSIMO TURCI

Vera Miles:

MICAELA GIUSTINIANI

Ward Bond:

CESARE POLACCO

Ken Curtis:

GIANFRANCO BELLINI

Harry Carey Jr.:

GUALTIERO DE ANGELIS

Pat Wayne:

FERRUCCIO AMENDOLA

dialoghi
italiani
2,5
direzione
del doppiaggio
3,5

Sentieri selvaggi
(The Searchers, Usa 1956)

Introdurre brevemente The Searchers prima di parlare di adattamento e doppiaggio è a dir poco un’impresa. Ma lo sforzo è necessario proprio per dare un’idea della complessità del film e spiegare il perché ritengo che Sentieri selvaggi non renda onore alla versione originale (già a partire dalla scelta del titolo italiano).
Apparentemente, The Searchers è un western classico: dopo l’attacco Comanche al ranch del fratello, Ethan Edwards (John Wayne) e Martin Pawley (Jeffrey Hunter) si dedicano alla ricerca di Debbie (nipote di Ethan e sorellastra di Martin), rapita in quell’occasione dagli indiani. Dopo anni di ricerche, la trovano e la riportano a casa. Ethan però non sta cercando solo la nipotina: il suo è anche e soprattutto un percorso di ricerca interiore. Nel film di John Ford la doppiezza dell’eroe americano – da sempre sottesa – viene finalmente resa esplicita: che razza di eroe è uno come Ethan che ha un passato da mercenario, desidera la moglie di suo fratello, è profondamente razzista, si accanisce sui cadaveri dei nemici ed è pronto a uccidere la sua stessa nipote quando si rende conto che ormai è più Comanche che bianca? La storia è a lieto fine, è vero: ma Ethan non può certo definirsi un eroe. Il film è costellato di battute con cui Ford sottolinea la complessità e l’ambiguità di questo personaggio: odia gli indiani ma nessuno li conosce meglio di lui, e alla fine si comporta come loro (se non peggio), così come appartiene al gruppo dei bianchi anche se in realtà non ha molto da spartire con loro. In altre parole, si potrebbe definire un “mezzosangue”, proprio come Martin (che dice di essere un ottavo indiano) e Debbie (che è diventata la moglie di un capo indiano), guarda caso i personaggi a cui Ethan è legato da uno profondo sentimento di amore/odio.
Purtroppo a volte i dialoghi italiani sorvolano su alcuni dettagli che invece sarebbe stato opportuno mantenere, non tanto per una migliore comprensione della trama, quanto per una più approfondita caratterizzazione dei personaggi, primo fra tutti Ethan. Ad esempio, all’inizio del film, quando vediamo Ethan tornare al ranch del fratello dopo anni di misteriosa assenza, ci sono due battute fondamentali che delineano il protagonista. La prima quando viene ricordato come fu proprio Ethan a trovare Martin e a portarlo in salvo dopo che gli indiani gli avevano massacrato la famiglia: in questa occasione, Ethan precisa bruscamente «It just happened to be me»; la seconda è una domanda che getta un’ombra sul suo misterioso passato, «Are you wanted for a crime, Ethan?». La versione italiana rimane molto più generica, risolvendo rispettivamente con «Fu proprio una combinazione» e «Hai la coscienza sporca?». Più avanti, il seguente scambio di battute tra Martin e Ethan: «Do you have a feeling that maybe we’re being followed?» «That’s the Indian in you» viene reso con «Io ho la netta sensazione che qualcuno ci stia seguendo» «Sei proprio un ingenuo», sorvolando sul fatto che Ethan non perde l’occasione di ricordare a Martin le sue origini.
Un’altra perdita importante è il nome del capo Comanche Scar, che in Sentieri selvaggi diventa “Capo Scout”. Con il nome originale sono andati persi non solo la simbologia della cicatrice (“scar”, appunto), che evoca ancora una volta un’identità divisa, ma anche tutta una serie di riferimenti che ruotano attorno a questo termine e che, di conseguenza, sono stati necessariamente stravolti. Ad esempio, in questo scambio di battute tra Ethan e Martin: «While you’re filling your belly I’m going out to meet a Comanche named Cicatriz» «Never heard of him» «Cicatriz is the Mexican for Scar» che diventa «Allora mentre tu ti riempi la pancia io vado a conoscere un capo indiano con una cicatrice» «Non mi interessa» «La cicatrice è un segno particolare di Scout». Nell’originale, Cicatriz è Scar, non una parte di lui, mentre in italiano la cicatrice perde il suo valore simbolico perché totalmente decontestualizzata dal resto del film. Lo stesso succede quando Scar/Scout viene presentato a Ethan e Martin, con l’aggravante che in questo caso, mentre Ethan parla, Scar compie un gesto che risulta incomprensibile al pubblico italiano: «This is the great Cicatriz, War Chief…» «Scar, eh? Plain to see how you got your name» diventa «Questo è il grande guerriero, capo Scout» «Scout, eh? Molto lieto di incontrarvi». Dato che Ethan fa riferimento alla relazione tra il nome e la cicatrice, Scar si porta istintivamente la mano alla faccia. E’ evidente che le parole pronunciate da Ethan in Sentieri selvaggi non giustificano questo gesto.
A differenza di questi casi dove sarebbe stato importante attenersi di più all’originale, c’è una battuta di Ethan dove la versione italiana aveva la necessità di scostarsi. Si tratta di un riferimento esplicito alla lingua americana che, per mantenere la credibilità del prodotto doppiato, è stato giustamente rimosso. La soluzione adottata è ottima, innanzi tutto perché non è stato commesso il grossolano errore di sostituire il riferimento alla lingua americana con un riferimento a quella italiana, e in secondo luogo perché compensa altri casi in cui il carattere razzista di Ethan viene attenuato: rivolgendosi a Scar, Ethan dice: «You speak pretty good American for a Comanche. Did someone teach you?», che diventa nel doppiato «Sei molto intelligente per un indiano. I miei complimenti». Peccato che il gioco non regga a lungo perché, qualche minuto dopo, Scar dice a Ethan «You speak good Comanche. Someone teach you?» che in italiano diventa «Tu parli anche indiano. Chi ha insegnato a te?». Si perde quindi il parallelismo tra le due battute, che non solo ci dimostra l’acutezza di Scar, ma ci rivela un altro punto di contatto tra Ethan e i pellerossa.
Altro tasto dolente è l’incomprensione originata dal segnale discorsivo “look” (equivalente dell’italiano “senti/guarda”) usato più volte da Martin per rivolgersi alla sua sposa indiana («Look, I changed my mind», «Look, you don’t understand, I don’t want it» e «Look… I sure wish I could make you understand»). La donna, che non capisce bene l’americano, pensa che a Martin piaccia chiamarla “Look”. Per mantenere l’intenzione originale, in italiano si sarebbe dovuto sostituire al nome proprio “Look” il segnale discorsivo corrispondente, cosa che non è stata fatta, dato che si è preferito fingere che Martin usi fin dal principio “look” come nome proprio («Look, ho cambiato idea, puoi tenerti la coperta», «Oh, Look, tu non capisci, non la voglio…» e «Senti, Look, io vorrei proprio riuscire a farmi capire da te»). Di conseguenza per il pubblico italiano la battuta successiva di Ethan «Si chiama Anatra Selvatica che Vola una Notte d’Estate. Ma si farà chiamare Look per farti piacere» risulta superflua.
Ci sono poi nel film due “tormentoni”, uno dei quali non solo è stato mantenuto, ma addirittura reso più divertente. E’ il caso della sciabola del giovane tenente (Patrick Wayne), che il Capitano Clayton chiama ironicamente “knife” per due volte («Watch that knife!» e «You watch out for that knife!» resi con «Attento a quello spiedo!» e «E tu sta’ attento con quello spiedo!»). Com’è facile immaginare, la terza volta in cui ci si riferisce alla sciabola, il danno è stato fatto: mentre in inglese alla domanda «You wounded? Bullet? An arrow?» il Capitano risponde semplicemente «No», lanciando comunque un’occhiataccia al tenente, in italiano il riferimento viene reso esplicito «Siete ferito? Pallottola? Freccia?» «Spiedo!”. Il secondo “tormentone” è la frase «That’ll be the day», ripetuta più volte da Ethan: in italiano è stata tradotta ogni volta in modo diverso («Sarebbe un’idea», «Fa’ quello che vuoi» e «Un giorno succederà»), perdendo così l’effetto originale.
Concludo le mie riflessioni sull’adattamento con un altro paio di aspetti interessanti. C’è una scena in cui il Reverendo/Capitano Clayton esclama «Hallelujah!» dopo aver colpito a morte un indiano (non a caso, il Reverendo/Capitano è un altro caso di “doppio”, come Ethan e Scar): in italiano l’effetto viene smorzato da un banale «Evviva!». Dubbia anche la resa di «you are that gaunt» riferito a Martin: dopo essere stato lontano da casa per due anni, Martin non è di certo «ingrassato» come dice Laurie in italiano. Un’altra stonatura è lo stile della lettera di Martin, troppo affettato (con frasi come «non avemmo modo di appurarlo» per un semplice «there’s no way of knowing») per uno che sa leggere a malapena e che scrive “cara” con due “r” (bella soluzione per sostituire l’errore originale, dove Martin scrive “Laury” invece di “Laurie”).
Per quanto riguarda il doppiaggio, non si può che avere nostalgia di una voce come quella di Emilio Cigoli (chi meglio di lui su John Wayne, a volte anche solo per una questione di abitudine?) o di altri protagonisti del doppiaggio di quegli anni, come Massimo Turci e Gualtiero De Angelis (la “nostra” voce di James Stewart e Cary Grant), per non parlare di un giovanissimo Ferruccio Amendola nei panni di Patrick Wayne (il tenente con lo “spiedo”). Purtroppo, in molti casi il film è fuori sinc, con battute “corte”, e ci sono problemi con alcune canzoni che sembrano essere stati risolti nell’edizione speciale rimasterizzata uscita nel luglio 2006 in occasione del 50esimo anniversario del film: ad esempio, sono stati recuperati i canti originali al funerale della famiglia Edwards dove, nella versione che tutti conosciamo, non si può non notare l’evidentissimo “effetto pesce”.
Senza dubbio, adattamento e doppiaggio potevano essere curati di più per uno dei film più belli e complessi di Ford che – almeno oggi - è considerato tra i film principali dell’era postbellica.

Giuliana Sana

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