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Scheda

Soggetto:

William Rose

Sceneggiatura:

William Rose

Regia:

STANLEY KRAMER

Prodotto da:

STANLEY KRAMER

Distribuito da:

CEIAD - COLUMBIA TRISTAR HOME VIDEO, SAN PAOLO AUDIOVISIVI

Edizione italiana:

C.D.C.

Dialoghi italiani:

Ferdinando Contestabile

Voci:

Spencer Tracy:

CORRADO GAIPA

Sydney Poitier:

PINO LOCCHI

Katharine Hepburn:

ANNA MISEROCCHI

Katharine Houghton:

FIORELLA BETTI

Cecil Kellaway:

GINO BAGHETTI

Beah Richards:

DHIA CRISTIANI

Roy Glenn:

RENATO TURI

Isabel Sanford:

LIDIA SIMONESCHI

Virginia Christine:

ROSETTA CALAVETTA

dialoghi
italiani
4,5
direzione
del doppiaggio
5

Indovina chi viene a cena?
(Guess who's coming to dinner, Usa 1967)

Una commedia brillante resa indimenticabile dalla straordinaria interpretazione di due grandi attori come Spencer Tracy e Katharine Hepburn. Un film delizioso, che nella sua semplicità e linearità diverte e commuove allo stesso tempo e che, nonostante dagli anni Sessanta a questa parte siano cambiate molte cose – in America e nel resto del mondo – rimane a love story of today, come recita la locandina originale. Ritenuto da molti un po’ troppo ottimista per quei tempi, Indovina chi viene a cena ruota attorno alla reazione di due famiglie di fronte alla notizia inaspettata del matrimonio tra i figli: lei, una ragazza bianca americana (Joey, interpretata da Katharine Houghton) e lui, un medico africano-americano (il dottor Prentice, interpretato da Sidney Poitier). Un tema di grande attualità, dato che il matrimonio interrazziale smise di essere considerato un reato negli Stati Uniti solo nel 1967, anno di uscita del film. «Le cose stanno cambiando» dice il dottor Prentice a Matt Drayton, il padre di Joey (S. Tracy), per rassicurarlo: di certo non si immaginava che affermazioni come «Joey è convinta che tutti i nostri figli diventeranno a turno Presidenti degli Stati Uniti... Io mi accontento di Segretari di Stato», considerate ai tempi dai più ottimisti mere battute di spirito, in futuro non avrebbero scandalizzato più nessuno, ma sarebbero solo servite a ricordare quanta strada è stata fatta da allora. Non che oggi la questione razziale si possa considerare definitivamente e ovunque risolta: reazioni come quelle del signor e della signora Drayton e dei genitori del dottor Prentice sono ancora comuni, che si tratti di matrimoni tra bianchi e neri o di qualsiasi altro tipo di matrimonio interrazziale (basti pensare al film del 2005 Guess Who – Indovina chi, chiaramente ispirato alla commedia di Kramer). Per questo Indovina chi viene a cena mantiene quell’attualità che lo rende ancora interessante e che fa riflettere.
La più grande sfida che si sono trovati ad affrontare adattatore e doppiatori è legata senza dubbio al carattere spiccatamente teatrale di questa commedia, e quindi alla sua ricchezza di dialoghi, nonché di primi piani, che richiedono una grande attenzione al sinc. Senza considerare le sorprendenti prove attoriali di Spencer Tracy, della Hepburn, e di Sidney Poitier, che avrebbero scoraggiato chiunque. Eppure, guardando e riguardando la versione italiana, non si intravedono scollature. Merito del lavoro di artisti con una grandissima esperienza, nomi storici del doppiaggio italiano: da Pino Locchi (storico doppiatore di Sean Connery) a Renato Turi (che ha doppiato, tra gli altri, Walter Matthau e Lee Marvin), da Lidia Simoneschi (considerata la “regina del doppiaggio”) a Rosetta Calavetta (la prima voce di Biancaneve e, in molti film, quella di Marylin Monroe), solo per citarne alcuni. Penso inoltre che la carica emotiva del film abbia fatto il resto. Tutti i personaggi sono stati caratterizzati in modo credibile, sia nella scelta delle voci che nel modo di esprimersi: sono state rese egregiamente da Anna Miserocchi l’eleganza, la dolcezza e allo stesso tempo la determinazione di Christina Drayton/Katharine Hepburn (bellissima la scena in cui liquida l’amica pettegola, interpretata tra l’altro molto bene dalla Calavetta); con il suo “vocione”, Corrado Gaipa ha reso il personaggio di Spencer Tracy ancora più scorbutico; Pino Locchi, con la sua voce chiara e decisa, ha ben interpretato l’educato dottor Prentice/Sidney Poitier; la freschezza, l’entusiasmo e l’ingenuità di Joey/Katharine Haughton trovano voce in Fiorella Betti; Tillie, la governante di colore (debutto di Isabell Sanford, la Louise de I Jefferson) viene interpretata con maestria da Lidia Simoneschi; il signor Prentice/Roy Glenn ha la voce profonda e un po’ roca di  Renato Turi. L’unico personaggio che stona un po’ è la signora Prentice (Beah Richards, interpretata da Dhia Cristiani), che parla in modo un po’ troppo forbito per essere una donna di colore di bassa estrazione sociale e ha una voce palesemente “bianca”.
Certo il merito della caratterizzazione dei personaggi non è da attribuire solo ai doppiatori, ma anche alla direzione del doppiaggio e, naturalmente, a chi ha curato i dialoghi del film e cioè Ferdinando Contestabile, un nome altrettanto storico nel campo dell’adattamento. Se da una parte con la scelta delle voci si è cercato di compensare la naturale perdita nella versione italiana della contestuale presenza di American English e Black American English (mentre è andato inevitabilmente perso l’irlandese Monsignor Ryan/Cecil Kellaway), nei dialoghi si è cercato di caratterizzare i personaggi da un punto di vista sociolinguistico: particolarmente apprezzabile il tentativo di rendere alcune costruzioni tipiche del Black American English, soprattutto quando parlano la governante di colore e il signor Prentice, sfruttando forme più colloquiali (per quei tempi) e frasi sintatticamente più semplici: un esempio per tutti, il «I don’t understand nothing no more» di Tillie diventa «Io non ci capisco più niente, ma niente».
Inoltre, è inevitabile non notare con quanta delicatezza i dialoghi italiani siano “appoggiati” sui personaggi e con quanta naturalezza si crei l’illusione che il tutto si stia svolgendo nel salotto di casa nostra, e non nella lontana San Francisco. Senza dubbio risentono degli anni: «Ho lasciato l’ambasciata alla galleria» (per «I left a message to mom»), «Visto che argomenti?» (per «Isn’t she a knockout?»), «la grande nuova» (per «the good news»), «Organizzazione Mondiale d’Igiene” (per «World Health Organization»), «aprire la televisione» (per «turn on the TV»), «il Reverendo Martin Lutero King», «meglio che mi segga», ecc. Viene anche usato il “loro” invece del “voi” alla seconda persona plurale, soprattutto quando il dottor Prentice si rivolge ai genitori di Joey. Ma non risultano mai inadeguati, anzi: di fronte a un film simile, con una precisa collocazione temporale, sarebbero probabilmente inadeguati dialoghi più moderni.
Considerando i dialoghi più nel dettaglio ci sono però alcuni aspetti che mi hanno lasciato perplessa. Innanzi tutto, non capisco perché si sia scelto, dall’inizio alla fine, di parlare di “pranzo” quando ci si sta evidentemente riferendo alla «cena» / «dinner» del titolo del film (tranne nei due o tre scambi di battute che riprendono l’intera frase). In secondo luogo, sono rimasta un po’ spiazzata per la perdita di un riferimento, oltretutto esplicito, a una canzone dei Beatles: «Oh, what was that the Beatles sang? We can work it out... we can work it out» è stato reso con «Oh, come fa quella canzone beat? Ce la caverem... ce la caverem...»: non può essere una svista, dato che nel ’67 i Beatles erano già così famosi che di questa canzone, arrivata in Italia nel ’66, venne fatta addirittura una cover italiana, come del resto di tante altre canzoni del quartetto di Liverpool. Ma a quanto pare, in Italia, nel 1966 e 67 il beat italiano era ancora più conosciuto dal grande pubblico rispetto ai Beatles: da qui la scelta di semplificare il riferimento culturale, che in quegli anni avrebbe potuto non essere colto da tutti. Ci sono altri casi in cui specifici riferimenti culturali sono stati volutamente sostituti con riferimenti più cristallini per il pubblico italiano di quei tempi («the Governor of Alabama», citato come esempio di razzismo contro i neri, viene reso con «il capo del Ku Kux Klan») oppure generalizzati («Where’s Arnold Palmer?», dove ci si riferisce a un grande giocatore americano di golf, viene reso con «Dov’é il campione di golf?»).
Ci sono poi un paio di casi in cui l’adattamento italiano ricalca troppo l’originale. Ad esempio, all’inizio del film il tassista si rivolge al dottor Prentice chiamandolo “Mac”, termine che è stato mantenuto, a mio parere erroneamente, nella versione italiana. “Mac” è un appellativo usato negli Stati Uniti per rivolgersi a uno sconosciuto in modo informale: si potrebbe rendere con qualcosa come “capo” o un altro appellativo magari più in uso in quegli anni, ma non lasciarlo in originale. Qualche momento dopo, sentiamo dire al dottor Prentice al telefono «area codice» (per «area code», in italiano «codice area» o «prefisso area»). Infine, «discomfort» viene tradotto con «sconforto» invece che con un più appropriato «disagio».
Ad ogni modo, ritengo che adattamento e doppiaggio siano entrambi di ottima qualità. Non solo per la buona resa dei dialoghi e per la grande attenzione al sinc, ma anche – e soprattutto – grazie alla straordinaria sensibilità umana, linguistica e artistica che dialoghista, attori/doppiatori, e direttore del doppiaggio hanno saputo trasmettere nel loro lavoro.

Giuliana Sana

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