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Scheda

Soggetto:

Eric Roth

Sceneggiatura:

Eric Roth

Regia:

Robert De Niro

Prodotto da:

American Zoetrope, Ieg, Tribeca Productions, Universal Pictures, Morgan Creek Productions

Distribuito da:

Medusa

Edizione italiana:

CVD

Dialoghi italiani:

Francesco Vairano

Direttore del Doppiaggio:

Francesco Vairano

Assistente al doppiaggio:

Sonia De Dominicis

Fonico di doppiaggio:

Antonello Giorgiucci

Fonico di mix:

Roberto Moroni

Sonorizzazione:

Technicolor Sound Services

Voci:

Matt Damon:

Massimiliano Manfredi

Angelina Jolie:

Silvia Tognoloni

Robert De Niro:

Stefano De Sando

William Hurt:

Sergio Di Stefano

Alec Baldwin:

Paolo Buglioni

John Turturro:

Pasquale Anselmo

Billy Crudup:

Roberto Certomà

Lee Pace:

Antonio Palumbo

dialoghi
italiani
0,5
direzione
del doppiaggio
2

The good shepherd – L'ombra del potere
(The Good Shepherd, Usa 2006)

Diciamo subito che questa seconda prova di De Niro regista è un film non riuscito: inutilmente lungo, montato poco e male, e soprattutto troppo confuso: la descrizione del paese per vecchi in cui il vero governo ombra è quello della Cia, radicato nella meglio società e nel profondo delle istituzioni tanto da rendere vana e oziosa qualsiasi parvenza di democrazia, avrebbe abbisognato di chiarezza, proprio per essere stati scelti un tema “civile” e una chiave di lettura saggistica e non narrativa.

Nella confusione generale, in cui al massimo intuiamo più che comprendere, il doppiaggio certo non aiuta, assommando una serie di errori stilistici, registici e perfino linguistici che non fanno onore a Francesco Vairano, dialoghista e direttore che in altre numerose occasioni abbiamo lodato per la correttezza e la sensibilità. In questo contesto, l’interpretazione dei doppiatori è generalmente discreta, senza picchi di eccellenza né di mediocrità, se si esclude una serie eccessiva di errori di intonazione, sempre in scene banali e quindi, verosimilmente, neanche motivati da incomprensione del testo.

Ma è nell’adattamento che il doppiaggio scivola inesorabilmente. Per cominciare, si è scelto di lasciare in originale la voce del presidente Kennedy. La scelta di non doppiare personaggi reali inseriti in una fiction è a mio parere sempre e comunque opinabile. E poi, non si doppiano mai o solo da un livello di importanza in su? Tralasciando la seconda ipotesi reverenziale, nella prima diciamo subito che l’effetto sortito è contrario a quello voluto. Il senso di inserire spezzoni documentari in un film è quello di dire: questa storia non è vera ma potrebbe esserlo, e la presenza di un personaggio reale lo testimonia. Ma mentre nell’originale la comunanza linguistica dei parlanti rende credibile l’assunto, in una scelta di doppiaggio multilingue, il fine di conservare il tono documentario dell’originale è vanificato dal mezzo: se so che tutte le voci dei personaggi, già di finzione, non sono neanche le loro e l’unico a parlare con la sua voce (e perché ciò sia più chiaro, nella sua lingua) è l’unico personaggio reale, non crederò per un solo momento che la storia potrebbe essere vera.
Per di più, le parole di Kennedy non sono messe lì a caso, ma si sono scelti – ovviamente – frammenti di discorsi in cui si parla della responsabilità dell’istituzione, giusto a fare da contrappunto al vero meccanismo del potere, che prescinde dai ruoli, anzi che forse è l’unico vero ruolo della falsa democrazia in cui viviamo. Parole non casuali, quindi, che sarebbe stato bene sentire con la stessa dignità con cui sentiamo quelle degli altri protagonisti della storia. E qui la seconda inutile scivolata: i sottotitoli sono completamente incomprensibili, addirittura sgrammaticati. Un esempio, tanto per chiarire (?): “Ho detto quanto utilmente può essere detto da me sugli avvenimenti di questi ultimi giorni. Ulteriori dichiarazioni, dettagliate discussioni non devono celare responsabilità perché io sono l’ufficiale responsabile”. Che avrà voluto dire?

Stesso difetto di comprensibilità si ritrova anche nei dialoghi. Anche qui riporto alcuni esempi di battute di cui – fuori o nel contesto – difficilmente si coglie il significato, a meno forse di possedere un cifrario che però non era annesso al Dvd: «Il tuo nome è sulla lista molto preoccupante»; «A volte i piani più minuziosi degli uomini e dei topi. (pausa) Fa’ attenzione»; «Ringraziamo quelli che hanno messo a disposizione l’isola perché possiamo usarla con comodità e riservatezza»; «È stato sbadato. Non è stato capace di nascondersi in piena vista»; «L’abilità mentale di scoprire cospirazioni e tradimenti è verosimilmente la stessa qualità che corrode il giudizio innato».

Abbiamo poi una serie di inutili leggerezze traduttive, di errori di registro e di forme ricalcate pedissequamente sull’originale, come: «Si è rotto il vetro e lo sto facendo riparare» (si parla di una cornice e va bene che siamo in tempo di guerra, per quanto fredda, ma il vetro della cornice si cambia, non si ripara); «Sento che abbiamo come un’affinità di spirito» (detto da un professore di letteratura non è il massimo dello stile); «Le va un pasto fatto in casa?» (detto da un’interprete tedesca che per il resto parla molto bene, avendo perfino letto, come ci informa, le Metamorfosi di Ovidio); «Vorrei unirmi alla Cia. È questo che voglio fare, unirmi all’Agenzia» (qui la traduzione to join – “unirsi a” invece di un più corretto “entrare nella” è ribadita due volte); «Se il professore non vuole sentire ragioni, tieni due piedi in una scarpa» (qui il senso si intuisce essere “sii vago”, e comunque quando si resta a metà del guado si tiene un piede in due scarpe e non due in una); «Lo voglio» (è il “sì” all’altare, che si sente solo nel doppiaggio italiano perché pare essere l’unica forma in sincrono con l’inglese “I will”, ma qui una volta tanto poteva essere evitata, trattandosi di scena fuori campo).

Nei pur rari dialoghi tra i coniugi Matt Damon e Angelina Jolie (i due vivono separati finché non si separano davvero, forse, c’è da pensare, proprio a causa dell’incomunicabilità), si rasenta quasi sempre il nonsense:

- Allora come stai? Stai salvando il mondo? Ci tieni al sicuro?
- Qualche volta.

- Sono giunti i miei ordini. Devo andare oltremare.
Qui lei non risponde, forse perplessa dalla forma inusuale, ma più avanti gli rende la pariglia informandolo:
- Vado a Phoenix a vivere con mia madre.
mentre l’informazione fondamentale sarebbe che se ne va, a vivere con sua madre, a Phoenix.

- Cosa hai sentito di tuo fratello John?
- Pensavo sapessi che è morto in Birmania.
- Non ne hai fatto menzione nelle lettere.

Ultimo appunto, veniale se fosse l’unico: “A Christmas Carol” di Charles Dickens è edito in Italia con il titolo “Un canto di Natale” e non “Cantico di Natale”.

Speriamo che per Vairano si tratti solo di un incidente di percorso.

Giovanni Rampazzo

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