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Un’indagine della Commissione europea
su sottotitoli e doppiaggio

analisi dello "Studio sull'utilizzazione del sottotitolaggio" del Media Consulting Group

Da molti anni l’Europa promuove azioni mirate a favorire l’apprendimento delle lingue. I “piani d’azione” hanno inizio dal 2003 e si concludono nel 2008, con la comunicazione “Il multilinguismo: un vantaggio per l’Europa e un impegno comune”. Fin dall’inizio, il presupposto della Commissione è stato il ruolo centrale del sottotitolaggio come strumento di apprendimento informale delle lingue. La serie di raccomandazioni ha portato a una serie di indagini e di studi, di cui l’ultimo, condotto dal Media Consulting Group, è stato pubblicato nel giugno scorso con il titolo “Studio sull’utilizzazione del sottotitolaggio”.

Lo studio, condotto su un campione di 6.000 adulti e 5.000 studenti universitari appartenenti a 33 nazioni (i Paesi dell’Unione, più l’Islanda, la Norvegia, il Liechtenstein, la Svizzera, la Croazia e la Turchia) mirava a valutare – come recita il sottotitolo del progetto – “il potenziale del sottotitolaggio per incentivare l’apprendimento delle lingue straniere e migliorare le competenze linguistiche”.

Ci limitiamo qui a poche osservazioni, rinviando, per una lettura completa, al sito della Commissione europea: http://eacea.ec.europa.eu/llp/studies/study_on_the_use_of_subtitling_en.php

Il primo elemento preso in considerazione dall’indagine è la diffusione dell’utilizzo dei sottotitoli nei paesi europei. In Europa – a seconda del paese o anche, nello stesso paese, a seconda del mezzo di distribuzione (cinema o televisione) o del pubblico di destinazione (grande pubblico, ragazzi, cinefili) – le opere straniere sono diffuse in tre modalità: doppiate, sottotitolate e accompagnate da una colonna in voice over. Al cinema, il sottotitolaggio è utilizzato in 26 paesi e 2 regioni linguistiche (il Belgio fiammingo e la Svizzera tedesca), ma affianca il doppiaggio anche in Francia e in Germania; in televisione è utilizzato in 15 paesi e una regione linguistica (il Belgio fiammingo). L’altro elemento è il numero di opere in lingua straniera (in assoluta prevalenza l’inglese nord-americano, vista la provenienza della maggior parte dei prodotti audiovisivi) distribuite nei paesi-campione nel 2009, che, per il cinema, va dal 35% della Gran Bretagna al 90% di paesi come la Bulgaria, la Croazia, l’Estonia e l’Islanda e, per la televisione, dal 23% della Gran Bretagna a più del 90% per il Belgio fiammingo, la Danimarca, la Norvegia e la Svezia.

Lo studio si conclude con l’osservazione che nei paesi con una tradizione di sottotitolaggio il livello di conoscenza delle lingue straniere (in particolare dell’inglese) è prossimo a quello della lingua madre; la preferenza personale per il doppiaggio o per il sottotitolaggio sembra invece essere più legata all’età degli intervistati e al numero delle lingue parlate: i giovani tra i 12 e i 25 anni parlano più lingue e preferiscono vedere le opere sottotitolate, come anche gli universitari iscritti a facoltà linguistiche.

La tesi finale dello studio è, quindi, che il sottotitolaggio contribuisce a migliorare le competenze linguistiche e, anzi, è un elemento di motivazione all’apprendimento delle lingue, contribuendo perciò a creare un contesto favorevole al multilinguismo. La raccomandazione finale alla Commissione europea è quella di individuare le azioni necessarie a una maggiore diffusione del sottotitolaggio, mentre ai mezzi di comunicazione gli autori dello studio raccomandano di aumentare l’offerta dei prodotti sottotitolati.

Qualche osservazione. Gli stessi autori dello studio raccomandano di interpretare i risultati dell’indagine con una serie di accortezze: innanzitutto che la competenza linguistica degli intervistati non è stata misurata oggettivamente ma è stata oggetto di autovalutazione; in secondo luogo, che non sono state rilevate corrispondenze negative tra il doppiaggio e la conoscenza delle lingue; infine, che il campione di più di 25 anni si è mostrato perplesso sulle possibilità didattiche del sottotitolaggio.

Aggiungiamo che lo studio non esamina la correlazione tra conoscenza delle lingue e programmi di istruzione scolastica, dando per scontato che l’inglese venga imparato solo al cinema o davanti alla televisione; del resto, la percentuale di preferenza per il doppiaggio tra gli studenti universitari di facoltà non linguistiche è molto alta (45% per i film in lingue non conosciute e 33% per i film in lingue conosciute) rispetto agli studenti di facoltà linguistiche (rispettivamente 25% e 13,5%), il che sembrerebbe dimostrare che sia lo studio – universitario e non – a offrire tali competenze e non l’offerta cine-televisiva.


facoltà epoca film in lingua straniera conosciuta film in lingua straniera non conosciuta
VO sottotitoli doppiaggio sottotitoli doppiaggio
linguistiche dopo 42% 44,5% 13,5% 75% 25%
prima 9% 49% 42% 58% 42%
non linguistiche dopo 10% 57% 33% 54,5% 45,5%
prima 1,5% 56,5% 42% 53,5% 46,5%


Questo dato sembrerebbe confermato anche dai dati sul “cambiamento dei gusti” prima e dopo l’università, che, come si evince dalla tabella, mostrano come l’evoluzione del gusto sia coerente con il corso di studio seguito: tra gli studenti di lingue, dopo gli studi la preferenza per la versione originale dei film in lingue conosciute aumenta di 33 punti percentuali, mentre quella per il doppiaggio diminuisce di 28,5 punti e quella per i sottotitoli rimane sostanzialmente stabile; se la lingua del film non è conosciuta i dati si ridimensionano (+ 17 punti per i sottotitoli, - 17 punti per il doppiaggio); tra gli studenti delle altre facoltà la preferenza per la versione originale dei film in lingua conosciuta aumenta dopo gli studi di 8,5 punti e quella per il doppiaggio diminuisce di 9 punti, mentre nei confronti sia dei sottotitoli sia della modalità di fruizione dei film in lingua non conosciuta il dato non varia.

Il dato aggregato conferma che la maggior parte degli studenti europei i film in lingua straniera conosciuta preferiscono vederli in versione originale, senza (30%) o con (49%) i sottotitoli, con la motivazione “che desiderano vederli nella loro integrità semiologica, ovvero come sono stati concepiti dall’autore” e anche per “allenarsi nell’apprendimento di lingue straniere conosciute”.

La domanda che sorge spontanea – ma che lo studio non si è posta né ha approfondito – e che riguarda la totalità del campione (sia gli studenti di lingue sia gli altri) è la seguente: qual è il vero livello di conoscenza di queste “lingue conosciute”, se servono i sottotitoli per esercitarci nella comprensione?

L’altra questione, forse più raffinata ma che in uno “studio europeo” ci si poteva aspettare che si ponesse è: ritengono essi studenti che l’integrità semantica di un film rimanga tale anche con la presenza di una banda scritta a tre quarti dello schermo e di certo non concepita dall’autore?

Ultima questione, che poniamo noi e che lo studio non si è posto: perché invitare i media a trasmettere prodotti sottotitolati, senza prendere in considerazione l’ampia offerta dell’home video (i DVD offrono già tutte le versioni che si desiderano) e soprattutto della rete, in un’ottica che non sia già superata al momento della pubblicazione dello studio e senz’altro più adeguata all’età del campione intervistato?

 

 

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