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Intervista a
Renzo Stacchi,
direttore di doppiaggio

marzo 2007

domanda

Lynch è solo l’ultimo di una lunga serie di registi che va da Jean Renoir a Jean-Marie Straub, da Ken Loach a Pedro Almodovar, a scagliarsi a priori contro il doppiaggio. Lei ha diretto il doppiaggio italiano del film come si sente ad avere in qualche modo infranto la volontà del regista?

risposta

Non credo di aver infranto la volontà di nessuno. Lynch ha firmato un contratto con il suo produttore americano cedendogli tutti i diritti. È ovvio che il produttore cerca di vendere, quindi il film ha avuto una sua distribuzione. Se Lynch avesse voluto davvero evitare il doppiaggio, avrebbe potuto e dovuto firmare un altro tipo di contratto con il suo produttore. Ci sono registi, come Alessandro D’Alatri, che curano soggetto, sceneggiatura e regia: questi non cedono i diritti perché si ritengono “padroni” dei loro film. Ma se li cedono perché vengano sfruttati commercialmente, allora devono accettare che vengano “stravolti”.
Penso che se il film non fosse doppiato o fosse sottotitolato ci sarebbero le sale vuote, non solo in questa occasione, ma sempre: in Italia la gente è abituata a vedere i film in italiano, se non ci fosse il doppiaggio nessuno andrebbe più al cinema. In Olanda, dove la maggior parte della popolazione parla l’inglese e il tedesco, la lingua non è un problema, ma da noi sì, e l’abitudine al doppiaggio è ormai così consolidata che se si abolisse sarebbe la rovina per i distributori.
Il doppiaggio in effetti, se fatto male, è uno stravolgimento; per quanto mi riguarda, cerco di rispettare l’originale il più possibile. Dico sempre agli attori che devono “morire”, che davanti al leggio non devono esistere più; il bravo doppiatore non è mai egoista, non cerca di mettersi in mostra, ma, seguendo le mie indicazioni, si immedesima nell’attore che sta doppiando, cercando di fare esattamente le stesse cose. Purtroppo non c’è materialmente il tempo per studiare il copione: io ho sentito tutti i giorni Tausani, l’autore dei dialoghi, per farmi dire che cosa stava facendo, per essere già pronto quando sarei arrivato in sala. Ma non sempre è così. I film devono essere pronti sempre in pochissimo tempo, le case di distribuzione non investono più di tanto nel nostro lavoro, come se fosse tutto dovuto.

domanda

Pensa che procedere comunque al doppiaggio sia una maniera per far conoscere il film a un pubblico più ampio, e quindi si risolva in un favorire il regista, anche contro la sua volontà?
Cosa risponde ai registi che negano valore al doppiaggio?

risposta

Se la gente si vanta di aver visto tutti i film di Lynch, o chi per lui, è solo per merito del doppiaggio. I suoi film in particolare sono molto difficili da comprendere pure in italiano, secondo me bisogna vederli almeno tre volte per capirli veramente: in lingua originale sarebbe un’impresa impossibile. E Lynch, e altri registi hollywoodiani, non avrebbero tutti questi “ammiratori”.
Insomma, quelli che amano Lynch in realtà amano la versione doppiata dei suoi film, è inutile prenderci in giro. Quanti sono i critici che lodano un film o un attore senza aver visto la versione originale e poi fingono di essere “puristi”? Adesso va di moda dire che si preferiscono i film in lingua originale, ma non dimentichiamoci che tanti grandi registi italiani facevano doppiare i loro film: mi riferisco a Citto Maselli, a Pierpaolo Pasolini, a Federico Fellini. Questo perché non si registrava in presa diretta, loro cercavano le facce, poi la voce doveva essere impostata, di un attore vero, e facevano prima (e spendevano meno) a farli doppiare. In questo modo io ho doppiato per anni Fabio Testi e tanti altri attori. Ricordo un aneddoto: doppiavo Ninetto Davoli, lui era in sala, dietro al vetro, e a un certo punto mi urla: «Ahò, me pari io!». All’epoca era normale che si facesse così.

domanda

E agli attori italiani piacerebbe essere doppiati in inglese?

risposta

Certo, che problema c’è? Sono convinto che doppiare i nostri film (ad eccezione di quelli indoppiabili, tipo Totò) per distribuirli all’estero sarebbe una grande possibilità per il cinema italiano e per i suoi attori. Se ne parla poco perché nessuno se la sente di investire, ma basterebbe solo un po’ di buona volontà.
D’altra parte, sarebbe bello se finalmente i distributori si rendessero conto che la traduzione di un film, in termini commerciali, può essere equivalente alla traduzione di un libro (che ha tanto più successo quante più traduzioni ha). Significherebbe una maggiore diffusione e quindi maggiori introiti, con buona pace dei puristi. Quanti in Italia hanno letto “Guerra e pace” in russo e quanti in Inghilterra “I promessi sposi” in italiano?

domanda

Secondo lei sarebbe necessario dare più risalto alla sua opera di direttore, come a quella del dialoghista, per esempio inserendo sempre il vostro nome nei titoli, o perfino come suggerisce il famoso critico Claudio G. Fava, nei cartelloni pubblicitari?

risposta

Magari! E infatti non danno mai al dialoghista né al direttore del doppiaggio né agli attori il giusto rilievo. Spesso i titoli di coda sono tagliati e, se e quando compare, il nostro nome scorre così veloce che neanche si legge. Non è dignitoso. Una cosa del genere negli Stati Uniti non sarebbe permessa.

domanda

Si ritiene libero di scegliere gli attori che meglio crede per interpretare i film che viene chiamato a dirigere?

risposta

Qualche volta sono libero di scegliere gli attori, qualche altra no. Ci sono casi in cui l’ufficio edizioni chiede di fare dei provini, e altri in cui mi “avvertono” che hanno già provveduto a chiamare qualche attore senza avermi prima consultato. Questo spesso danneggia il mio lavoro, perché attori anche molto bravi per rappresentare certi caratteri non lo sono altrettanto per altri: la scelta del doppiatore è molto delicata, se si vuole rispettare il volere, questa volta sì, del regista.

domanda

Quanto tempo ha per studiare il film, pensare agli attori, chiamarli, fare eventualmente le prove e registrare?

risposta

Questo modo di lavorare così convulso non favorisce lo studio del copione né del film originale. Ormai i doppiatori non hanno il tempo per vedere l’originale, per studiare cosa fanno gli altri attori. Questo studio si faceva ancora negli anni Settanta, quando in un turno si registravano anche solo tre righe, ma di qualità. Ora il turno prevede di registrarne 140, sempre per risparmiare, con grave scadimento della qualità del risultato. Prima si vedeva il film in originale più volte, se ne parlava, se ne discuteva; arrivati alla registrazione si sapeva che cosa si stava facendo. Adesso i doppiatori registrano subito, seguendo qualche indicazione del direttore, non possono provare e devono fare tutto in fretta perché non possono perdere tempo perché l’affitto della sala di registrazione costa. E la qualità, come dicevo, diventa sempre più bassa.

 

 

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