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Interviste Interviews

Intervista a
Claudio G. Fava, direttore del premio "Voci nell’ombra", ora "Voci a Sanremo"
 

luglio 2008

domanda

E’ passato qualche anno da quando lei dirigeva il settore fiction di raidue, creando una vera e propria sezione che governava il processo di edizione. Ora dirige un festival che da dodici anni assegna un premio al miglior doppiaggio: da questo suo osservatorio crede ancora che il doppiaggio italiano sia il migliore del mondo?

risposta

Come capostruttura responsabile della scelta e della programmazione di tutta la fiction d’acquisto (film, telefilm, sceneggiati, made-for-tv e soap operas di RAIDUE) avevo anche la responsabilità di fare doppiare tutto il materiale inedito, che era enorme e implicava centinaia, forse migliaia, di ore. In genere io e le mie funzionarie ordinavamo i doppiaggi, passando attraverso il “Servizio edizioni” della rete – che amministrava un ampio ventaglio di appalti e di contratti - naturalmente esercitando un minimo di scelta, soprattutto per quello che riguardava gli adattatori e le voci principali. Come capostruttura, avevo una tale immensa quantità di titoli e di incombenze da gestire, che potevo tener d’occhio pochi programmi fra quelli che mi interessavano. Si prenda il caso di “Navarro” che adocchiai io in Francia, dove aveva un enorme successo e che importai per l’Italia. In patria ovviamente il nome è pronunciato con un accento finale sulla “o”, che io avrei voluto conservare anche in italiano per ribadirne il sapore ambiguamente plurinazionale. Me ne dimenticai col risultato che nel doppiaggio è pronunciato all’italiana e sembra incongruamente un nome spagnolo. Invece anni prima, quando ero a RAIUNO e mi occupavo solo dei film inediti in Italia (ne importai molti, anche assai importanti), avevo molto più tempo per seguire i doppiaggi; ero con tutta probabilità l’unico critico cinematografico che avesse sistematicamente sovrinteso a tutto l’iter della lavorazione. Ed ero anzi quasi per certo uno dei pochi fra i committenti che prima di approvare un adattamento esigesse di leggere anche il copione originale in modo da cogliere, al di là dei problemi di “sinc” e di scorrevolezza in italiano, l’attendibilità dei riferimenti e l’esattezza del vocabolario usato. Inoltre, cercavo di controllare personalmente, quando potevo, la realizzazione dei doppiaggi, andando negli studi durante la lavorazione (penso a Via dei Villini, a Via Margutta, alla vecchia “Fonoroma” e via rievocando). Alla luce di questa esperienza è pertanto difficile in realtà dare un giudizio onnicomprensivo. Bisognerebbe conoscere meglio di quanto io conosca il doppiaggio francese, quello tedesco, quello spagnolo (per limitarsi ai grandi paesi del doppiaggio europeo, oltre ovviamente all’Italia) per formulare una risposta organica. Per quello che io so, rimane sicuramente un buon doppiaggio con alcune caratteristiche negative che vorrei illustrare nella seconda risposta.

domanda

Sentiamo continuamente le lamentele dei dialoghisti e direttori della vecchia guardia sul netto calo generale della qualità del doppiaggio, in gran parte dovuta alla mancanza di controllo. Conferma o nega questa visione apocalittica?

risposta

Per quello che riguarda la mancanza di controllo, che si insinuava nel lavoro di ogni giorno dei programmisti (molti dei quali erano tuttavia giustamente esigenti, particolarmente le signore che erano di fatto la maggioranza dei funzionari addetti), posso supporre che sia vero. Visto che in tutte le televisioni nazionali si avverte una maggiore sciatteria di confezione rispetto al passato, è probabile che l’urgenza delle consegne (che fu il primo segnale di intervento delle grandi televisioni private con l’enorme massa di materiale da doppiare improvvisamente gettato sul mercato) abbia creato uno scadimento della qualità. Forse anche legato al cambiamento dei funzionari, ma non voglio tirar l’acqua al mio mulino.

domanda

Insomma, il doppiaggio italiano è ancora un’arte da esportare? Con Bruno Astori abbiamo parlato della possibilità di avviare un progetto che veda uniti i professionisti europei del doppiaggio nell’andare a insegnare questo mestiere nei Paesi che iniziano a doppiare i film, nello stabilire standard di lavorazione comuni e nel sostenere politiche comunitarie tese ad assicurare la circolazione in Europa dei film europei con un doppiaggio di qualità “garantita”. Lei come vede un progetto in tal senso?

risposta

Mi pare un progetto attendibile, sempre che ci sia un gruppo sufficientemente alto di alunni potenziali. Anche se forse si percepisce un peggioramento globale nel suo insieme, il doppiaggio italiano può ancora contare su un “corpus” di doppiatori e di direttori di buon mestiere in grado di insegnare ad un aspirante attore tutto quello che questi deve sapere in fatto di voce, appoggio del diaframma, cura nei fiati, eccetera. Il doppiaggio è un’arte per la quale bisogna avere un talento innato ma che si affina enormemente con l’esperienza. Il problema, appunto, di questi potenziali futuri professionisti è quello di avere tempo e luogo per farsi un’esperienza. Vorrei aggiungere che il vero pericolo che minaccia il doppiaggio italiano va ben oltre il problema specifico. Cessata da un lato la benefica tirannia dei dialetti e tramontata d’altro lato la imperiosa tirannia della dizione di scuola (“L’italiano è quella lingua che parlano i doppiatori” diceva Flaiano), il nostro doppiaggio risente del modo diverso in cui gli italiani parlano l’italiano. Soprattutto i giovani che in tutta Italia inghiottono vocali e consonanti come se fossero cioccolatini, e in più risentono della progressiva romanizzazione della lingua. Molto percepibile appunto nel doppiaggio nostrano che nel 95% è realizzato a Roma, da attori romani o romanizzati, e da adattatori che non vogliono “lavare i panni” da nessuna parte, ma che se lo fanno lo fanno sicuramente in Tevere e non in Arno.

 

 

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